Cernobbio/Salari, energia e talenti frenano l’Italia


Dal Forum TEHA di Cernobbio 2026 emerge un’Italia che ha migliorato stabilità e credibilità economica e può avvicinarsi all’1% di crescita, ma che continua a essere frenata da quattro problemi strutturali: salari reali ancora inferiori ai livelli del 2021, costi energetici elevati, investimenti tecnologici insufficienti e fuga del capitale umano. Nel 2024 circa 45 mila laureati italiani hanno trasferito la residenza all’estero, mentre gli investimenti high-tech valgono l’1,3% del Pil contro l’1,9% medio europeo.

(Foto: Villa d’Este a Cernobbio, lo splendido scenario in cui si svolge l’appuntamento annuale organizzato da THEA).

Cernobbio si è chiuso domenica 6 settembre con una fotografia dell’Italia meno semplice di quella suggerita dalle contrapposizioni politiche dell’ultima giornata. Il Paese appare più stabile, gode di maggiore credibilità sui conti pubblici e potrebbe crescere nel 2026 più di quanto il governo avesse previsto. Ma dietro questi risultati restano problemi che il 52° Forum TEHA di Villa d’Este ha riportato continuamente al centro della discussione: salari che non hanno recuperato il potere d’acquisto perduto, produttività debole, costi energetici elevati, insufficienza degli investimenti tecnologici e perdita di capitale umano. La frase con cui il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha chiuso i lavori contiene probabilmente meglio di altre questa doppia lettura. Il Pil (Prodotto interno lordo), ha spiegato, potrebbe avvicinarsi all’1%, contro lo 0,6% inizialmente indicato nei documenti programmatici. Ma il ministro ha anche riconosciuto che sulle retribuzioni il governo non può agire da solo e ha invitato gli imprenditori a considerare i salari “come una delle prime forme di investimento per far ripartire il ciclo”.

I numeri aiutano a capire perché la crescita resti il punto più delicato. L’Istat ha certificato per il secondo trimestre un aumento del Pil dello 0,2% rispetto ai primi tre mesi dell’anno e dell’1% su base annua, con una crescita acquisita per il 2026 dello 0,8%. Consumi finali e investimenti fissi lordi sono aumentati entrambi dello 0,3%, ma l’industria ha perso lo 0,5% di valore aggiunto e la domanda estera netta ha sottratto 0,3 punti alla crescita. Arrivare vicino all’1%, dunque, sarebbe meglio delle previsioni iniziali ma non significherebbe avere risolto il problema della bassa velocità dell’economia italiana. È anche per questo che molte delle proposte emerse a Cernobbio, pur provenendo da soggetti politici e industriali molto diversi, sono finite per concentrarsi sugli stessi termini: investimenti, energia, semplificazione, capitale umano.

Il capitolo dei salari è stato uno dei più significativi. L’Ocse rileva che nel primo trimestre del 2026 le retribuzioni reali italiane sono aumentate dell’1,3% rispetto a un anno prima, ma rimanevano ancora del 6,1% inferiori ai livelli del primo trimestre 2021, il divario più ampio tra le maggiori economie dell’organizzazione. La nuova pressione dei prezzi energetici rischia inoltre di interrompere il recupero: l’Ocse prevede per l’Italia una diminuzione dei salari reali dello 0,9% nell’intero 2026. La richiesta di Giorgetti agli imprenditori assume quindi un significato economico preciso. Un aumento delle retribuzioni può sostenere i consumi e la domanda interna, ma per essere duraturo deve accompagnarsi a produttività, investimenti e innovazione. È lo stesso problema osservato da una parte delle imprese presenti al Forum: ridurre il costo fiscale del lavoro aiuta, ma non sostituisce una crescita più robusta del valore prodotto.

Il secondo grande dossier è l’energia. A Cernobbio sono state presentate stime che danno la misura degli investimenti possibili: secondo la ricerca TEHA-A2A, le utility italiane potrebbero mobilitare 315 miliardi entro il 2035 e 825 miliardi entro il 2050, circa 33 miliardi l’anno, intervenendo su rinnovabili, reti, accumuli, gas, biometano, acqua, rifiuti, teleriscaldamento, data center e in prospettiva nucleare. Un altro studio, realizzato da TEHA con Elettricità Futura, stima fino a 200 miliardi di investimenti nel settore elettrico nei prossimi dieci anni. Il governo, con il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, punta intanto a completare l’iter parlamentare della legge delega sul nucleare e ad approvare i decreti attuativi entro l’anno. Sullo sfondo rimane però una delle vulnerabilità più pesanti dell’economia italiana: energia importata, prezzi industriali elevati e tempi autorizzativi che rallentano gli investimenti.

L’energia si collega direttamente al terzo nodo emerso dal Forum: la capacità dell’Italia di attrarre tecnologia e capitali. Il Global Attractiveness Index 2026 colloca il Paese al diciassettesimo posto mondiale, con un punteggio salito da 60,8 a 62,1 e cinque posizioni recuperate dal 2022. È un miglioramento significativo, ma nel 2025 gli investimenti diretti esteri in ingresso sono diminuiti del 27%. Ancora più esplicito è il divario tecnologico. Lo studio TEHA-Amazon-AWS indica che gli investimenti nei settori high-tech valgono in Italia l’1,3% del Pil, contro l’1,9% medio dell’Unione europea: un ritardo del 32%. Soltanto il 7,9% delle imprese italiane presenta un’intensità digitale molto elevata, contro il 10,1% europeo. Colmare il divario con i Paesi più avanzati potrebbe mobilitare fino a 27 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi ogni anno. Energia, burocrazia e competenze sono state individuate come le tre barriere principali.

È sulle competenze che Cernobbio ha prodotto alcuni dei numeri più duri. La ricerca TEHA-Philip Morris Italia sulla perdita dei talenti stima che nel 2024 oltre 141 mila italiani abbiano trasferito la residenza all’estero e che circa 45 mila fossero laureati. Negli ultimi dieci anni il Paese avrebbe perso oltre 300 mila cittadini qualificati. Il costo annuale viene stimato in 7,2 miliardi considerando l’investimento pubblico nella formazione e tra 10,7 e 11,4 miliardi includendo il valore aggiunto potenziale non generato. La ministra del Lavoro Marina Calderone ha richiamato i dati preliminari sul calo degli espatri nel 2025, superiore al 20%, ma il problema strutturale rimane. Lo stesso Giorgetti, chiudendo il Forum, ha parlato del “deserto demografico” e ha indicato fra i temi della prossima legge di Bilancio anche misure per favorire il ritorno dei giovani trasferiti all’estero.

L’Italia continua però a mostrare un punto di forza che Cernobbio ha valorizzato: l’export. Nei primi sei mesi del 2026 le vendite all’estero hanno raggiunto 337,2 miliardi di euro, con un aumento del 4,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Guglielmo Picchi, presidente di Sace, ha indicato sedici mercati strategici — dall’India agli Emirati Arabi Uniti, dal Brasile alla Corea del Sud — verso i quali l’export italiano potrebbe arrivare a 92 miliardi nel 2027-2028. La diversificazione non è più soltanto una strategia commerciale. Guerre, tensioni nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz, dazi e contrapposizione tra grandi potenze trasformano la scelta dei mercati e delle rotte logistiche in una forma di assicurazione industriale.

Ed è proprio il ritorno della geopolitica nell’economia uno degli elementi che hanno distinto questa edizione. Nel messaggio inviato al Forum, Sergio Mattarella, presidente della Repubblica, ha avvertito del riaffacciarsi della minaccia e dell’uso della forza nelle controversie internazionali e di nuove pretese predatorie sulle risorse. Tra gli oltre 200 imprenditori e manager interpellati da TEHA, il 90,2% ha espresso un giudizio negativo sulla politica estera dell’amministrazione americana. Parallelamente, il confronto fra Mario Monti e Roberto Vannacci ha trasformato il dibattito sull’integrazione europea in uno scontro più profondo sull’identità politica dell’Unione. Il Forum ha mostrato così un mondo economico generalmente favorevole a un’Europa più integrata, ma consapevole della debolezza delle sue strutture decisionali.

Su questo terreno le convergenze sono state maggiori di quanto suggeriscano le divisioni politiche. António Costa, presidente del Consiglio europeo, ha chiesto di raggiungere entro la fine del 2026 l’accordo sul bilancio europeo 2028-2034, mettendo al centro competitività, trasformazione industriale, difesa, sicurezza e resilienza strategica. Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, ha sostenuto la necessità di ridurre il ricorso all’unanimità nelle decisioni europee. La tesi maturata attorno al lavoro di Enrico Letta sul mercato unico è altrettanto riconoscibile: energia, finanza e connettività devono smettere di essere ventisette mercati parzialmente coordinati e diventare spazi realmente europei se l’Unione vuole confrontarsi con Stati Uniti e Cina. Anche Valerio De Molli, amministratore delegato di TEHA Group, ha contestato il racconto di un’Europa condannata al declino, ricordandone capacità industriali, scientifiche, tecnologiche e ambientali.

La politica italiana ha naturalmente letto Cernobbio attraverso la lente della competizione elettorale. Il sondaggio realizzato tra i partecipanti ha assegnato un giudizio positivo al governo Meloni dal 68,3% della platea e una valutazione negativa alle opposizioni dall’83%. È un campione particolare, composto da imprenditori e manager e dunque non trasferibile all’intero elettorato, ma fotografa un elemento politicamente rilevante: la stabilità dell’esecutivo continua a essere apprezzata da una parte importante del mondo economico. Elly Schlein ha contrapposto una strategia fondata su energia, investimenti e qualità del lavoro; Giuseppe Conte ha rilanciato la proposta di un fondo sovrano nazionale di sviluppo; Matteo Renzi ha insistito sulla perdita di potere d’acquisto e su un accordo programmatico delle opposizioni.

Alla fine dei tre giorni, la distanza tra maggioranza e opposizione resta ampia, ma molti problemi identificati sono gli stessi. L’Italia ha smesso almeno in parte di essere osservata come il grande rischio finanziario dell’Europa; non è però ancora diventata un’economia capace di crescere stabilmente più dell’1%, pagare meglio il lavoro, trattenere i laureati e portare rapidamente capitale verso tecnologia ed energia. La stabilità, da sola, non risolve questi ritardi. Cernobbio 2026 ha indicato dove si trovano le risorse — risparmio privato, utility, export, imprese, fondi europei — e dove sono i colli di bottiglia: produttività, salari, energia, burocrazia, competenze e frammentazione europea. Il passaggio dalla stabilità alla crescita è rimasto, dopo Villa d’Este, il vero dossier aperto. 


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