Al Mugello, durante il weekend del Gran Premio d’Italia, il rumore arriva prima di tutto il resto. Arriva prima delle immagini, prima dei tempi sul monitor, prima delle spiegazioni tecniche. È un suono fisico, quasi solido, che attraversa l’aria e ricorda a chiunque si trovi nel paddock che questo sport resta una faccenda viscerale, meccanica, umana. Poi, però, appena ci si avvicina al box Ducati Lenovo Team, la percezione cambia. La MotoGP, per certi versi, è la stessa di tanti anni fa, fatta di benzina, gomma, freni incandescenti e traiettorie impossibili. Ma oggi non è più soltanto questo. Si capisce subito che la prestazione dei piloti in pista è solo l’ultimo anello di una catena invisibile e lunghissima. C’è un’intera filiera di dati, simulazioni, sensori, infrastrutture mobili e decisioni prese in pochi minuti. La MotoGP contemporanea si corre anche dentro un sistema tecnologico.
È soprattutto una ricerca spasmodica di dettagli. Millesimi di secondo. Piccole cose che, sommate, permettono a una moto di andare più forte di un’altra. Il pilota resta fondamentale, certo. Ma la moto, oggi, non è più solo un oggetto meccanico: è una piattaforma piena di sensori, circa cinquanta, che misurano continuamente quello che accade durante ogni gara. Tutto, dalle frenate ai trasferimenti di carico, dal comportamento delle sospensioni alle risposte dell’elettronica, diventa informazione. E l’informazione, in MotoGP, è una materia prima di inestimabile valore.
Durante un weekend di gara le Ducati in pista producono centinaia di gigabyte di dati. Il regolamento, però, impedisce la trasmissione continua dalla moto al garage. Non esiste un flusso in tempo reale come si potrebbe immaginare guardando una gara in televisione. La moto, di base, non comunica con il box. Alcune informazioni possono essere trasmesse, molte altre no. Il grosso del lavoro comincia quando il pilota rientra. A quel punto i dati vengono scaricati, processati, interpretati. E da quella lettura deve uscire una decisione.
Lo ha spiegato bene Nicolò Mancinelli, Vehicle Development Manager di Ducati Corse, durante la roundtable: in MotoGP la prestazione nasce da una ricerca quasi ossessiva di dettagli. «Il pilota fa ancora la differenza, ma la moto oggi è un oggetto meccanico attraversato dai dati», ha detto. Sensori, analisi a fine run, confronto con le sensazioni del pilota e interventi su setup, aerodinamica ed elettronica compongono una catena rapidissima, in cui la tecnologia non sostituisce l’esperienza degli ingegneri ma la rende più precisa, più veloce, più spendibile nel tempo limitato di un weekend di gara.

È qui che la tecnologia di Lenovo diventa parte della prestazione. Non una presenza decorativa sul cupolino, non un logo da hospitality, ma un pezzo dell’architettura competitiva di Ducati Corse. La differenza sta nella velocità con cui un’enorme massa di dati viene trasformata in un’indicazione utile: cambiare una regolazione, modificare un parametro, provare un assetto diverso, intervenire sull’elettronica, preparare la moto per la sessione successiva.
La MotoGP, vista da dentro, è meno romantica e più affascinante di quanto sembri. Perché non toglie nulla al talento dei piloti, ma lo circonda di una complessità che rende ogni giro il risultato di un lavoro collettivo. Le condizioni della pista, la temperatura, il tipo di gomma, lo stile di guida del singolo pilota, l’aerodinamica, le sospensioni, la gestione dell’impennata, il modo in cui la centralina taglia o restituisce potenza: tutto è variabile, tutto è misurabile, tutto è migliorabile.
Al centro c’è un’infrastruttura che deve essere potente, ma soprattutto mobile e affidabile. In pista non c’è il comfort di un data center stabile. C’è un campionato itinerante, che sposta persone, moto e tecnologia da un continente all’altro, in ambienti radicalmente diversi: caldo secco, umidità estrema, polvere, freddo, ritmi compressi. In questo contesto la tecnologia non deve soltanto essere performante. Deve funzionare sempre, ovunque, sotto pressione.
Il paradosso del box è che tutto sembra orientato alla tecnica del pilota, ma dietro ogni gesto in pista c’è una macchina organizzativa che lavora per ridurre l’incertezza. Gli ingegneri analizzano i dati raccolti dalle moto, li confrontano con le sensazioni dei piloti, li mettono in relazione con simulazioni, configurazioni precedenti, caratteristiche del circuito. L’obiettivo non è “fare tecnologia” per raccontarla, ma prendere decisioni migliori quando il tempo a disposizione è pochissimo.
La collaborazione tra Ducati e Lenovo, iniziata nel 2018, è cresciuta dentro questa necessità. Lenovo fornisce strumenti per trasformare i dati in informazioni, eseguire simulazioni complesse e supportare decisioni strategiche in tempi rapidissimi. Nel 2024 la partnership ha introdotto nel garage del Ducati Lenovo Team l’infrastruttura iperconvergente ThinkAgile e i server edge ThinkSystem SE350, pensati per gestire e analizzare grandi quantità di dati anche in ambienti difficili. Non è un dettaglio tecnico: è il modo in cui il garage diventa una piccola centrale di calcolo itinerante.
Ma il lavoro non finisce in pista. C’è anche Borgo Panigale, il quartier generale, il cosiddetto Ducati Lenovo Remote Garage, dove gli ingegneri possono collaborare da remoto con il team presente sul circuito. C’è il lavoro sulle simulazioni aerodinamiche e fluidodinamiche, alimentato dall’HPC. C’è la progettazione degli aggiornamenti che arriveranno più avanti, perché ogni Gran Premio non è solo una gara: è anche un laboratorio che produce conoscenza per quella successiva.


La parte più interessante, però, è ciò che sta arrivando. Durante la roundtable si è parlato di intelligenza artificiale non come parola magica, ma come strumento concreto. Uno degli sviluppi più promettenti è un chatbot interno, addestrato sui dati aziendali, capace di aiutare ingegneri e tecnici a ritrovare rapidamente prove, simulazioni, risultati precedenti, correlazioni. Non per sostituire chi decide, ma per accorciare il tempo tra la domanda e l’informazione utile.
In uno sport in cui i weekend sono compressi e ogni scelta pesa, poter chiedere a un sistema: “Che cosa era successo in una condizione simile?”, “Quale configurazione aveva funzionato?”, “Che risultato aveva dato quella simulazione?” potrebbe diventare un vantaggio decisivo. L’intelligenza artificiale permette una ricerca accelerata, è un sistema di sintesi operativa.
Un altro ambito è la manutenzione predittiva. In MotoGP un componente che si rompe può compromettere una gara, generare penalizzazioni, o addirittura creare rischi per il pilota. Se l’analisi dei dati permette di capire che un componente è vicino a una soglia critica, la decisione può essere presa prima del guasto. Cambiarlo in anticipo significa proteggere la prestazione, ma anche la sicurezza.
È in questo punto che il motorsport mostra la sua natura più contemporanea. La moto migliore e il pilota migliore non bastano più, se non esiste attorno a loro un ecosistema tecnologico capace di farli esprimere. La prestazione non nasce da un singolo elemento, ma dall’integrazione tra talento, meccanica, elettronica, dati, software, infrastruttura e organizzazione.
Per Lenovo, lo sport è anche questo: un ambiente estremo in cui mettere alla prova le proprie soluzioni. Lo ha spiegato Lara Rodini, Global Sponsorships & Activation Director di Lenovo, durante la conversazione nel paddock, rispondendo alla domanda su come raccontare ai tifosi la partnership con Ducati. I fan del motorsport, ha detto, sono sempre più tech minded. Non cercano solo velocità e limite, ma vogliono sentirsi parte di ciò che accade. Vogliono scoprire cosa c’è dietro, vivere contenuti, esperienze, accessi digitali, nuove forme di vicinanza.


In questa trasformazione, Lenovo si posiziona su due livelli. Da una parte supporta il partner tecnico, mettendo infrastruttura e tecnologia al servizio della ricerca di quei millisecondi che possono cambiare una qualifica o una gara. Dall’altra contribuisce a creare contenuti ed esperienze per un’audience sempre più frammentata e curiosa: creator, community femminili, gaming, sportivi digitali, nuovi appassionati che non vivono il motorsport come lo vivevano le generazioni precedenti.
La risposta di Lara è stata interessante anche per un altro motivo. Ha spostato il discorso dal “perché Lenovo è in MotoGP” al “che cosa la MotoGP restituisce a Lenovo”. Il motorsport, ha spiegato, permette di testare tecnologie e infrastrutture in condizioni di stress reale. Prodotti e soluzioni devono funzionare dopo viaggi intercontinentali, in ambienti climatici opposti, sotto pressione, con margini di errore minimi. Se una tecnologia regge lì, può reggere anche nelle aziende, nei data center, nelle organizzazioni che hanno bisogno di affidabilità oltre che di potenza.
Alla fine, il punto non è stabilire se la tecnologia abbia cambiato la natura della MotoGP. Lo ha già fatto. La questione, semmai, è capire chi riesce a integrarla meglio dentro la cultura della competizione. Al Mugello, il Ducati Lenovo Team mostra proprio questo: non una semplice somma tra un costruttore di moto e un’azienda tecnologica, ma un sistema in cui l’esperienza racing di Ducati e la capacità di calcolo, analisi e infrastruttura di Lenovo lavorano nella stessa direzione.
È qui che la partnership trova il suo significato più concreto. Lenovo non è soltanto title partner, ma un abilitatore tecnologico che accompagna Ducati Corse dalla progettazione alla pista: dalle workstation e dai server che supportano ricerca e sviluppo a Bologna, fino agli strumenti che nel weekend di gara aiutano il team a leggere i dati, simulare scenari, prendere decisioni più rapide. Ducati porta la cultura della velocità, dell’ingegneria e del limite; Lenovo porta la potenza necessaria per trasformare quella cultura in metodo, informazioni e scelte operative.
Per stare al top in MotoGP bisogna far dialogare mondi che un tempo sembravano distanti. Meccanica e software, pilota e algoritmo, pista e data center, intuizione e simulazione. Il valore dell’alleanza tra Ducati e Lenovo sta esattamente qui: nel dimostrare che l’eccellenza non nasce più da un solo gesto, da un solo motore o da un solo talento, ma da una rete di competenze che si muove insieme. E quando questa rete funziona, anche pochi millesimi possono diventare una differenza mondiale.
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