Uganda, quando il carbonio diventa una risorsa


di Giulio Albanese

Dall’Uganda arriva una notizia che, a prima vista, potrebbe sembrare riservata agli addetti ai lavori della finanza climatica. In realtà, il suo significato va ben oltre. Racconta infatti il tentativo dell’Africa di cambiare posizione nello scenario della transizione ecologica: non più soltanto continente che subisce più duramente gli effetti dei cambiamenti climatici ma protagonista dell’economia che sta prendendo forma per contrastarli. La società tecnologica ugandese «Stack Carbon» ha firmato un accordo pluriennale con la statunitense «Wild Assets», specializzata negli investimenti legati alla rimozione dell’anidride carbonica dall’atmosfera. L’intesa prevede la futura consegna di decine di migliaia di crediti di rimozione del carbonio tra il 2029 e il 2033. Secondo le società coinvolte, si tratterebbe del più importante accordo di questo genere finora concluso in Africa attraverso una tecnica chiamata enhanced rock weathering, che potremmo tradurre come «alterazione accelerata delle rocce».

Dietro questa espressione apparentemente complicata c’è un procedimento relativamente semplice. Alcune rocce, come il basalto, reagiscono naturalmente con l’acqua e con l’anidride carbonica. È un processo lentissimo, che in natura avviene continuamente. Frantumando il basalto in particelle molto piccole e distribuendolo sui terreni agricoli, è possibile accelerare questa reazione. Una parte della CO2 presente nell’atmosfera viene così trasformata, attraverso reazioni chimiche, in forme più stabili, capaci di trattenere il carbonio per periodi molto lunghi. La comunità scientifica considera questa tecnica promettente, pur sottolineando che restano margini di incertezza sulla quantità di carbonio effettivamente rimossa nelle diverse condizioni ambientali. «Stack Carbon» sta applicando proprio questo principio ai campi coltivati ugandesi. Il basalto viene finemente macinato e sparso sul terreno. L’operazione potrebbe avere anche altri effetti positivi, migliorando alcune caratteristiche dei suoli e, in determinate condizioni, favorendo la produttività agricola. «Wild Assets» afferma che nel progetto sono già stati coinvolti oltre 1500 piccoli agricoltori ugandesi.

Ma dove entrano in gioco i cosiddetti “crediti di carbonio”? Possiamo immaginarli come certificati. Se un progetto dimostra, attraverso misurazioni e verifiche, di aver eliminato dall’atmosfera una tonnellata di anidride carbonica, quella tonnellata può generare un credito. Il credito può quindi essere acquistato da imprese o investitori disposti a finanziare la rimozione della CO2. Nel caso ugandese «Wild Assets» si è impegnata in anticipo ad acquistare una parte dei crediti che «Stack Carbon» produrrà negli anni futuri. È una sorta di prenotazione della rimozione di carbonio di domani che, allo stesso tempo, offre al progetto una prospettiva economica già oggi. È proprio questo aspetto a rendere la vicenda particolarmente interessante per l’Africa. Il continente ha contribuito storicamente in misura relativamente limitata alle emissioni globali di gas serra ma è fortemente esposto alle conseguenze del cambiamento climatico. La nuova economia del carbonio potrebbe dunque diventare anche una fonte di investimenti per l’agricoltura, le foreste, le energie rinnovabili e le nuove tecnologie ambientali.

L’Uganda sta cercando di prepararsi. Nel maggio del 2025 il governo ha introdotto nuove norme nazionali per disciplinare il mercato dei crediti di carbonio. Il sistema prevede regole per la registrazione dei progetti, la misurazione delle emissioni, la verifica dei risultati, il trasferimento internazionale dei crediti e, soprattutto, la distribuzione dei benefici. L’obiettivo dichiarato è attirare finanziamenti climatici evitando che il mercato cresca senza controlli. Ed è qui che comincia la parte più delicata della storia. Un credito di carbonio ha valore soltanto se dietro quel certificato esiste una rimozione reale, misurabile e duratura della CO2. Non basta dichiarare di aver fatto bene all’ambiente. Occorre dimostrarlo. Il progetto di «Stack Carbon» è inserito nel sistema di certificazione Rainbow per l’alterazione accelerata delle rocce, che prevede procedure di monitoraggio e verifica.

Ma c’è anche una questione politica. L’Africa possiede immense risorse naturali e oggi attira l’interesse internazionale non soltanto per petrolio, gas, cobalto, litio o terre rare, ma anche per qualcosa di molto meno visibile: la capacità dei suoi ecosistemi e dei suoi territori di assorbire carbonio. Il rischio è che si riproduca un meccanismo antico: il Nord del mondo acquista una nuova risorsa africana, mentre alle popolazioni locali resta soltanto una frazione del valore prodotto. Per questo la vera domanda non è semplicemente quanti crediti riuscirà a vendere «Stack Carbon», è capire chi beneficerà dell’operazione: se i piccoli agricoltori riceveranno vantaggi economici concreti; se aumenterà la fertilità dei terreni; se nasceranno competenze tecnologiche locali; se una parte significativa del valore generato resterà in Uganda. In altre parole, la differenza tra una nuova forma di economia estrattiva e una vera economia verde si misura soprattutto qui.

Non bisogna inoltre cadere nell’equivoco secondo cui comprare crediti permetterebbe ai grandi emettitori di continuare tranquillamente a inquinare. Le tecnologie di rimozione della CO2 possono contribuire alla lotta contro il cambiamento climatico ma non sostituiscono la necessità di ridurre drasticamente le emissioni alla fonte. Anche gli studi scientifici più favorevoli all’alterazione accelerata delle rocce insistono su questo punto.

L’accordo tra «Stack Carbon» e «Wild Assets» rimane dunque piccolo se confrontato con le dimensioni della crisi climatica globale, ma possiede un significato che va oltre le decine di migliaia di tonnellate di CO2 previste dal contratto. Per una volta, la tecnologia non arriva semplicemente in Africa dall’estero. «Stack Carbon» è un’impresa ugandese, nata e guidata localmente, mentre il capitale e la domanda provengono dal mercato internazionale. «Wild Assets» sottolinea che si tratta del suo primo investimento africano di questo tipo e del maggiore accordo sull’alterazione accelerata delle rocce finora sottoscritto dalla società. È forse questo l’elemento più interessante. La sfida non consiste nel trasformare l’Africa nel grande “polmone compensatorio” delle emissioni prodotte altrove. Consiste nel fare in modo che la transizione ecologica diventi anche occasione di innovazione, lavoro, agricoltura più resistente agli shock climatici e capacità imprenditoriale africana. Il carbonio, paradossalmente, potrebbe allora diventare una risorsa. Ma a una condizione: che il valore generato dalla sua rimozione non prenda ancora una volta la strada del Nord, lasciando al Sud soltanto la terra sulla quale l’operazione è stata realizzata.

Il pensiero sociale della Chiesa è chiaro e diretto. L’enciclica Laudato si’ ha stigmatizzato che non esistono due crisi separate, una ambientale e una sociale, ma una sola e complessa crisi socio-ambientale. Significa che anche la transizione ecologica deve essere giudicata a partire dalle persone, soprattutto dai più poveri, e dalla destinazione universale dei beni. Applicato al mercato del carbonio, questo principio impone alcune domande molto concrete: chi possiede la risorsa in quanto tale, chi decide come utilizzarla, chi assume i rischi, chi riceve i benefici? La terra, i suoi frutti e persino la capacità degli ecosistemi di rigenerarsi non possono ridursi a una nuova merce globale. La transizione sarà davvero ecologica soltanto se sarà giusta rispondendo alle istanze del bene comune dei popoli. E per l’Africa questo significa poter essere non il terreno sul quale altri compensano le proprie emissioni ma soggetto protagonista di uno sviluppo capace di custodire insieme la dignità delle persone e quella della terra.


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