Un decimale dentro un rapporto può sembrare lontano dalla vita di un’azienda. Poi arriva il rinnovo di un fido oppure un investimento viene ricalcolato perché la rata pesa di più… è lì che la qualità del credito diventa concreta. Il rapporto permette di capire dove questo passaggio sta maturando e con quale intensità.
Come leggere il dato: le stime 2026-2028 riguardano i prestiti che passano da una posizione regolare a una deteriorata in rapporto ai crediti in bonis presenti all’inizio dell’anno. È un flusso annuale distinto dallo stock di NPL già accumulato nei bilanci bancari.
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La revisione che cambia la lettura del 2,8%
Il percorso previsto sale di un decimo nel 2027 e rientra della stessa misura nel 2028. Alla fine dell’orizzonte il tasso resta due decimi sopra il livello del 2025. Il passaggio più sensibile cade dunque nel prossimo anno, quando una crescita modesta incontra condizioni monetarie nuovamente più esigenti.
Il confronto fra le due edizioni racconta qualcosa che il numero isolato nasconde. Nell’ottobre 2025 il valore atteso per quest’anno era del 3,0%; la nuova stima lo porta al 2,8%. Anche il 2025 ha chiuso vicino al 2,6% dopo essere stato indicato al 2,9%. La rischiosità sta aumentando e la traiettoria si è rivelata meno brusca delle attese formulate dodici mesi fa.
La serie osservata era già in movimento: il tasso delle società non finanziarie rilevato dalla Banca d’Italia è passato dall’1,95% del 2021 al 2,63% del 2025. La nuova edizione prolunga quindi una salita graduale; evita l’idea di una frattura improvvisa e colloca il 2027 come possibile culmine del ciclo.
La scala storica aiuta a non deformare il segnale. Il 2,9% previsto per il prossimo anno resta lontano dal 7,5% toccato nel 2012 durante la crisi dei debiti sovrani. Lo scarto riflette una redditività e una posizione patrimoniale mediamente più solide rispetto ad allora. Restano esposte soprattutto le attività che trasformano lentamente il fatturato in cassa.
Nei cantieri la liquidità si tende più in fretta
Le costruzioni concentrano l’incremento più netto: dal 2,9% del 2025 al 3,3% nel 2026. L’industria sale dal 2,5% al 2,7%. I servizi raggiungono lo stesso livello partendo dal 2,6% e l’agricoltura si muove dal 2,4% al 2,5%.
Nel lavoro edilizio il denaro esce spesso molto prima dell’incasso. I materiali vanno acquistati e le maestranze pagate mentre lo stato di avanzamento segue tempi propri; basta uno slittamento del committente per allargare il fabbisogno di cassa. L’industria affronta un’altra forma di pressione, legata a produzione debole e costi internazionali più instabili. Nel 2028 il suo tasso resterebbe al 2,7% rispetto al 2,3% del 2019, l’unico superamento del livello precedente alla pandemia fra i comparti considerati.
Dentro i settori, la dimensione ribalta alcune medie
La scomposizione più granulare mostra che lo stesso comparto può contenere traiettorie molto diverse. Nell’industria sono le piccole imprese a registrare l’aumento maggiore, dall’1,8% al 2,3%; le micro passano dal 3,0% al 3,2%. Il livello assoluto resta più alto nelle realtà minori e l’accelerazione più forte si sposta sulla fascia immediatamente successiva.
Nelle costruzioni l’incremento delle microimprese è limitato a un decimo. Sono anche le sole del settore a rimanere sotto il livello pre-Covid, con il 3,0% rispetto al 4,1% del 2019. La variazione diventa molto più ampia nelle medie aziende, dove raggiunge 2,1 punti percentuali; nelle piccole è pari a 1,3 punti. Qui la media generale del comparto attenua una distanza interna considerevole.
I servizi seguono un disegno ancora diverso. La rischiosità cresce di due decimi fra le micro e scende di circa tre decimi nelle altre classi. In agricoltura le piccole avanzano di un decimo e le micro di due; le medie aggiungono quattro decimi mentre le grandi arrivano a mezzo punto. Questa lettura incrociata chiarisce perché settore e dimensione vadano osservati insieme prima di giudicare la solidità di un’impresa.
La scala dell’impresa modifica il margine di resistenza
Guardando alle dimensioni nel loro insieme, nel 2026 le microimprese raggiungono il 3,0% rispetto al 2,8% del 2025. Le piccole salgono dal 2,0% al 2,2%; le medie dall’1,8% al 2,0% e le grandi dall’1,7% all’1,9%. L’aumento attraversa ogni fascia e conserva distanze ampie nei livelli di partenza.
Una realtà strutturata può distribuire il rischio fra più clienti e accedere a canali di finanziamento differenti. Una microimpresa vive spesso su pochi incassi rilevanti e linee bancarie concentrate, così il ritardo di una fattura occupa una quota maggiore della liquidità disponibile. Da qui al 2028 l’incremento cumulato più consistente riguarderebbe le medie imprese, dall’1,8% al 2,1%; le micro conserverebbero il valore finale più alto, pari al 3,0%.
Fra Sud e Nord-Est restano 1,7 punti di distanza
Nel 2026 Sud e Isole si collocano al 3,7%. Il Centro è al 3,2%, il Nord-Ovest al 2,5% e il Nord-Est al 2,0%. La distanza fra i due estremi raggiunge 1,7 punti percentuali e rende la geografia una componente concreta della valutazione del rischio.
Il divario si restringe leggermente perché l’incremento più ampio dell’anno riguarda il Nord-Est, in aumento di tre decimi. Il Mezzogiorno cresce di due decimi; Centro e Nord-Ovest avanzano di un decimo. Nel 2027 tutte le macroaree aggiungerebbero ancora 0,1 punti, con il Sud al 3,8% e il Nord-Est al 2,1%.
Al termine del 2028 il Mezzogiorno tornerebbe al 3,7%. Il Centro si fermerebbe al 3,3%, il Nord-Ovest al 2,6% e il Nord-Est all’1,9%. Il confronto con il 2019 introduce una sfumatura importante: il Sud resterebbe sotto il 4,2% di allora mentre il Nord-Ovest supererebbe di due decimi il proprio valore pre-Covid.
Lo scenario sul PIL incorpora una frenata già nel 2026
Lo scenario assume un PIL italiano in crescita dello 0,5% nel 2026. Per il 2027 indica lo 0,6%; nel 2028 lo 0,7%. L’inflazione è collocata al 2,1% il prossimo anno e al 2,0% in quello successivo. Sono ritmi positivi con uno spazio ridotto per assorbire nuovi rincari.
Il +0,5% usato nello scenario è più prudente dello 0,8% di crescita già acquisita a giugno che abbiamo ricostruito nel nostro approfondimento sul PIL italiano nel 2026. Le due misure guardano allo stesso anno da prospettive differenti. Il dato acquisito fotografa quanto resterebbe se il PIL si mantenesse sul livello del secondo trimestre; la previsione del rapporto presuppone un secondo semestre più debole di quella soglia. È la nostra deduzione sul grado di cautela incorporato nel modello.
La pressione esterna parte dalle tensioni in Medio Oriente e dalla delicata gestione dello Stretto di Hormuz. Il conflitto in Ucraina prolunga l’incertezza. Quando il petrolio rincara, il primo passaggio si vede nei carburanti; da lì il costo raggiunge trasporto merci e produzione. L’impresa può assorbirlo nel margine oppure ritoccare i prezzi esponendosi a una domanda più fragile.
L’occupazione elevata continua a sostenere i consumi delle famiglie. Sul lato finanziario, eventuali pressioni inflazionistiche possono mantenere la politica monetaria moderatamente restrittiva più a lungo. Per un’azienda questo significa capitale circolante più costoso proprio quando energia e incassi assorbono liquidità.
La selezione bancaria può precedere il nuovo default
Il deterioramento atteso entra nelle decisioni della banca prima che un prestito diventi problematico. Cresce l’attenzione ai flussi di cassa e al settore del cliente. Il prezzo del finanziamento può incorporare un premio maggiore; alcune pratiche richiedono garanzie più robuste oppure scadenze allineate alla capacità effettiva di rimborso.
Per l’impresa diventa decisiva la leggibilità dei numeri. Una previsione aggiornata della cassa e la mappa delle scadenze aiutano a distinguere una tensione breve da un indebolimento strutturale. Contano anche la concentrazione dei clienti e il calendario degli investimenti. Il legame con la solidità del sistema è approfondito nel nostro articolo su banche italiane e rischio economico trasmesso dall’esterno: il capitale offre capacità di assorbimento mentre la qualità dei singoli affidamenti richiede un presidio più ravvicinato.
Il rientro del 2028 lascia una pressione residua
Nel 2027 la rischiosità aumenterebbe in ogni classe dimensionale. Micro e piccole imprese aggiungerebbero un decimo; le grandi farebbero lo stesso e le medie salirebbero di due decimi. Il 2028 porterebbe una riduzione di 0,1 punti per tutte, lasciando i livelli finali al 3,0% per le micro e al 2,2% per le piccole. Le medie chiuderebbero al 2,1% e le grandi all’1,9%.
Fra i settori, nel 2028 le costruzioni scenderebbero al 3,2% e i servizi resterebbero al 2,8%. L’industria si attesterebbe al 2,7%; l’agricoltura al 2,5%. Il miglioramento più visibile riguarderebbe cantieri e attività agricole, entrambe in calo di due decimi rispetto al 2027.
La tenuta dipenderà dalla distanza fra credito concesso e credito che entra in difficoltà. Se le nuove erogazioni resteranno accessibili alle aziende sane e il deterioramento si concentrerà nelle posizioni già fragili, l’aumento potrà essere assorbito con effetti circoscritti. Una selezione troppo ampia frenerebbe investimenti ancora sostenibili e renderebbe più difficile raggiungere la crescita incorporata nello scenario.
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