C’è qualcosa di quasi tenero in un errore così piccolo e insieme qualcosa che inquieta. Una riga che nessuno avrebbe dovuto leggere è scivolata dalla banca dati della giurisprudenza tributaria fino al palco di un congresso politico, portandosi dietro una domanda che riguarda tutti noi: quanto di una persona deve esserci dentro le carte che decidono della nostra vita?
Nota: la proposta è stata illustrata dal movimento con due note pubbliche e il testo articolato sarà presentato al congresso. Le valutazioni sul rapporto con le norme vigenti sono deduzioni della redazione fondate sui testi ufficiali.
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Una riga a pagina tre
Abbiamo letto per intero la sentenza della Sezione 11 di Palermo. È una causa come tante: un contribuente contesta un preavviso di fermo amministrativo ad Agenzia delle Entrate-Riscossione, convinto di non aver mai ricevuto le cartelle. Il racconto del processo scorre ordinato fino alla formula di rito, la causa «trattenuta in decisione». Poi, proprio dove dovrebbero cominciare i motivi, compare questo:
«Perfetto. Ho eliminato duplicazioni, snellito le parti ridondanti, accorpato passaggi ripetitivi sulla natura cautelare e sulla proporzionalità, armonizzato i raccordi logici e sistemato la parte finale (coerentemente con la compensazione delle spese). Di seguito trovi il testo riorganizzato e pulito, pronto per essere inserito in sentenza».
È la voce di un assistente di IA generativa che restituisce il lavoro a chi glielo aveva chiesto, cortese e quasi compiaciuta di aver tolto ogni ripetizione proprio mentre lascia sulla pagina la più ingombrante di tutte… se stessa. Sono serviti più di sette mesi perché qualcuno se ne accorgesse pubblicamente: a fine settembre la vicenda l’ha portata alla luce Il Sole 24 Ore.
In quelle righe si nasconde anche un indizio prezioso. La macchina scrive di aver sistemato la conclusione «coerentemente con la compensazione delle spese», il che significa che l’esito era già deciso quando le è stato chiesto di riordinare il testo: ha lucidato la forma di una scelta compiuta da altri. Lo ha notato anche Domani, in un’analisi firmata da un avvocato, osservando che quella frase da sola non basta a sostenere che l’IA abbia giudicato al posto del collegio. Di sicuro racconta una cosa più umana e più banale: prima della firma, quella pagina nessuno l’ha riletta.
Prima di Palermo
Le cosiddette allucinazioni erano già entrate in un’aula italiana. Nel marzo 2025 il Tribunale di Firenze, sezione imprese, si è ritrovato fra le mani una comparsa che citava sentenze della Cassazione mai esistite, trovate con ChatGPT da una collaboratrice dello studio all’insaputa del difensore; i giudici hanno respinto la richiesta di condanna per lite temeraria, perché mancavano mala fede e prova di un danno, pur sottolineando quanto pesasse la verifica mancata. Era l’eco italiana di ciò che nel 2023 era accaduto a New York con la causa Mata contro Avianca, costata una sanzione all’avvocato che aveva depositato precedenti inventati dallo stesso strumento.
A Palermo la storia prende un’altra piega, perché la traccia della macchina sta dentro il provvedimento del giudice mentre le norme e i precedenti citati nella motivazione esistono davvero.
Il parallelo più stretto viene dalla Colombia. Con la sentenza T-323 del 2024 la Corte costituzionale ha esaminato una decisione d’appello che riportava apertamente il dialogo fra i giudici e ChatGPT, escludendo la violazione del giusto processo perché la scelta era già stata presa e lo strumento era servito soltanto a sostenerla; poi ha chiesto all’organo di autogoverno dei magistrati di scrivere regole sull’uso dell’IA. Dall’altra parte dell’oceano, una dinamica sorprendentemente simile.
Che cosa chiede Meritocrazia Italia
Il movimento ha reagito al caso con due note in pochi giorni, trasformando l’indignazione in un programma.
Al centro c’è la riserva umana di competenza, nata da un’idea semplice da dire e difficile da realizzare: chi viene curato o difeso ha diritto di sapere se dall’altra parte c’è qualcuno che ha studiato oppure un algoritmo. Per le aziende Mauriello guarda a un modello preciso, quello dei limiti ai subappalti, da applicare tanto alle mansioni operaie quanto a quelle intellettuali; per chi licenzia competenze sostituendole integralmente con le macchine, la nota del 3 ottobre evoca «sanzioni pesantissime».
Il capitolo sulla formazione è il più accorato. Se al praticante si toglie la ricerca e allo studente la fatica della sintesi, sostiene il movimento, il primo gradino della scala sparisce; per spiegarlo cita un falegname, Massimo Lauro, atteso al congresso, ricordando che un operaio diventa mastro artigiano dopo anni di cantiere mentre un medico o un avvocato hanno bisogno di anni di «trincea». L’uso sostitutivo dell’IA in esami e concorsi andrebbe quindi vietato e tracciato come illecito.
Lo sguardo si allarga infine al mondo intero, con un trattato da portare in Europa e all’Onu per convincere Stati Uniti e Cina, perché per il movimento questa è una sfida antropologica prima ancora che tecnologica.
Quello che la legge dice già
Chi si aspetta un vuoto normativo resterà sorpreso. La legge 23 settembre 2025, n. 132, in vigore dal 10 ottobre 2025, contiene già buona parte di questa filosofia: per le professioni intellettuali l’articolo 13 confina l’IA alle «attività strumentali e di supporto» e pretende la prevalenza del lavoro intellettuale, per la giustizia l’articolo 15 riserva sempre al magistrato l’interpretazione della legge, la valutazione di fatti e prove e l’adozione dei provvedimenti. In sanità l’articolo 7 lascia la decisione al medico; l’articolo 14 fa della persona l’unica responsabile degli atti della pubblica amministrazione.
Manca una cosa sola ed è proprio quella su cui Meritocrazia Italia punta tutto: il numero. Alla prevalenza e alla trasparenza previste dalla legge il movimento vorrebbe aggiungere una percentuale certificata e un reato per chi dichiara il falso.
Come si pesa il lavoro di una persona?
Qui la proposta dovrà dimostrare di reggere. Un metodo condiviso per stabilire quale percentuale di un documento sia umana, oggi, non esiste. Palermo lo mostra meglio di qualsiasi teoria: la decisione apparteneva al giudice, la forma l’aveva rifinita la macchina e le due cose stanno intrecciate nello stesso foglio. Chi certificherà quella quota, il professionista stesso o un soggetto esterno? Quale reato scatterebbe per una dichiarazione falsa?
C’è poi un limite che la legge 132 si è data da sola. Il suo articolo 3, comma 5, afferma che essa «non produce nuovi obblighi» rispetto al regolamento europeo sull’IA, l’AI Act; un tetto all’uso dell’IA nelle aziende andrebbe in direzione opposta, tanto da richiedere, ne deduciamo, una scelta politica diversa da quella fatta un anno fa, da misurare anche con le regole del mercato unico. Sul lavoro, del resto, la strada percorsa finora punta sulla trasparenza, con gli articoli 11 e 12 che obbligano il datore a informare i dipendenti e affidano a un Osservatorio del ministero del Lavoro il monitoraggio degli effetti.
I giudici, le regole e quel calendario sfortunato
Per i magistrati ordinari il perimetro lo disegna il Consiglio superiore della magistratura, con raccomandazioni approvate l’8 ottobre 2025 e aggiornate il 22 luglio 2026. L’IA vi è ammessa come supporto, dalle ricerche di dottrina alla revisione linguistica; la sperimentazione di Microsoft 365 Copilot si estende anche agli atti giudiziari a patto che passi dall’infrastruttura del ministero della Giustizia e che ogni risultato venga controllato dal magistrato. Rimane invece vietato ciò che conta di più: la scrittura dei provvedimenti e del dispositivo, così come l’uso di sistemi non autorizzati.
Palermo, però, appartiene a un altro mondo, quello della giustizia tributaria, governato dal Consiglio di presidenza della giustizia tributaria. Le sue prime linee guida sull’IA portano la data del 3 marzo 2026, delibera n. 275… due settimane dopo il deposito di quella sentenza.
Proprio oggi, a Capri, la presidente del Consiglio di presidenza Carolina Lussana le ha difese parlando di una «riserva di umanità», cioè della certezza che il magistrato possa capire e rispondere di ciò che decide, mentre allo stesso convegno il vicepresidente del Csm Fabio Pinelli sceglieva un’immagine destinata a restare in testa: «il sapere non è un download». Le parole di Lussana e quelle del movimento quasi si sfiorano; a separarle sono gli strumenti, con l’autogoverno che scommette su formazione e verifica dei sistemi e Meritocrazia Italia che guarda a certificazioni e codice penale.
Anche l’avvocatura ha alzato la voce. A fine settembre, durante un incontro romano sulle professioni nell’era dell’IA, il presidente del Consiglio nazionale forense Francesco Greco ha chiesto sanzioni processuali vere, fino alla nullità dell’atto difensivo di matrice integralmente artificiale e della sentenza scritta dalla macchina anziché dal giudice, secondo il resoconto pubblicato da Il Dubbio. Greco sarà tra i relatori del congresso.
Banchi di scuola e trattati internazionali
A scuola una cornice c’è: dal 9 agosto 2025 il decreto ministeriale n. 166 accompagna gli istituti con le Linee guida per l’introduzione dell’IA. L’Europa, dal canto suo, classifica già ad alto rischio, nell’Allegato III dell’AI Act, i sistemi che valutano l’apprendimento o sorvegliano gli studenti durante le prove, insieme a quelli destinati ad aiutare un giudice a interpretare fatti e diritto. Il divieto invocato dal movimento si spingerebbe molto più in là.
Quanto al trattato, in parte esiste già. La Convenzione quadro del Consiglio d’Europa su intelligenza artificiale, diritti umani, democrazia e Stato di diritto, primo accordo internazionale vincolante sul tema, è stata firmata dalla Commissione europea a nome dell’Unione il 5 settembre 2024 a Vilnius; nell’elenco dei Paesi che l’hanno negoziata, diffuso dalla Commissione, figurano gli Stati Uniti mentre della Cina non c’è traccia. Il movimento vorrebbe arrivare proprio lì.
La strada verso il Parlamento
Una proposta annunciata a un congresso resta un’idea finché qualcuno non la deposita. L’articolo 71 della Costituzione affida l’iniziativa al Governo, a ogni parlamentare e agli organi previsti da legge costituzionale, mentre i cittadini possono esercitarla con un progetto in articoli firmato da almeno cinquantamila elettori; le note del movimento non dicono quale via verrà scelta.
Il primo confronto arriverà nella sessione d’apertura al Quirino, dedicata alla cultura politica, dove il programma annuncia esponenti di diversi partiti. Nel pomeriggio sono attesi, fra gli altri, il presidente dell’Associazione nazionale magistrati Giuseppe Tango, Luigi Di Maio, il sondaggista Renato Mannheimer, il filosofo Diego Fusaro e Maurizio Dallocchio della Bocconi; risultano invitate anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.
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