#Finsubito news dalla rete – Il Piano casa? Troppo timido per mettere l’Italia al riparo dalle proteste


Dalla Spagna alla Francia, alla Germania. L’esplosione dei costi delle case e degli affitti sta «ridisegnando la mappa della protesta politica», con l’emergenza casa «diventata la principale linea di frattura sociale in Europa attorno a cui si ridisegnano le alleanze politiche e l’interventismo della società civile». 

E in Italia? La crisi c’è, è strisciante. Ma non si è ancora accesa la protesta «per ragioni di diversità strutturali dei movimenti». Nonostante il caso dello Spin time e dei Mercati generali di Roma ci dicano con chiarezza che la situazione è da emergenza, spiega Rossana Zaccaria, presidente di Legacoop abitanti. «Da un episodio relativo ad una fattispecie, ad un singolo progetto», rileva, «si è mobilitato un movimento e un’opinione pubblica». 

E apre il tema: «Non è più soltanto una questione di bilanci familiari o di giovani in cerca di un tetto: i numeri europei disegnano l’ampiezza del fenomeno». 

In Portogallo i costi degli affitti sono aumentati di oltre il 103% in un decennio e «mostrano la pressione estrema a cui sono sottoposti i cittadini». In Spagna e in Germania, piazze oceaniche e movimenti per il diritto all’abitare hanno spinto per alleanze inedite tra politica e società «dimostrando come la casa sia ormai la vera leva attorno a cui si formano nuovi equilibri elettorali». L’attenzione è alta: la discussione in sede europea sull’European affordable housing act (volto a regolamentare gli affitti brevi) ha parlato di stress abitativo. Un indicatore che a Roma tocca il 60% del territorio

Rossana Zaccaria, presidente di Legacoop abitanti

Un ritardo strutturale imponente

Dunque ancora, come siamo messi in Italia? Zaccaria parla di un «ritardo strutturale imponente». I numeri: il nostro Paese spende appena lo 0,04% del PIL in edilizia pubblica contro lo 0,3% della media europea. La percentuale di edilizia residenziale pubblica (Erp e Era) sul totale dello stock abitativo italiano si attesta ad appena il 2,4% (circa 750 mila alloggi): la media dei paesi Ocse per l’edilizia pubblica sfiora il 7,1%. «Un dato ancor più allarmante riguarda il crollo storico: nel 2010 la quota italiana era del 4,2%. In soli 16 anni, a causa delle continue operazioni di dismissione, lo stock pubblico si è quasi dimezzato». 

Il punto sui tre pilastri del Piano casa

Di fronte a questo scenario, la risposta del Governo è legata al Piano Casa (convertito in legge  a luglio 2026), diviso in tre pilastri. Il primo pilastro è focalizzato sulla riqualificazione del patrimonio pubblico. «Sebbene la riqualificazione sia doverosa, le risorse stanziate appaiono del tutto esigue e insufficienti rispetto ai bisogni reali del Paese, che richiederebbero una vera nuova offerta di alloggi e non solo il recupero dell’esistente». Chiarisce sempre Zaccaria: «Crediamo che la riqualificazione del patrimonio pubblico sia un’operazione importante, ma è insufficiente da un punto di vista delle risorse allocate rispetto agli obiettivi da raggiungere. La verità è che servirebbe anche una nuova offerta di edilizia pubblica, al di là della riqualificazione».

Il secondo pilastro, quello connesso al Fondo Housing Coesione è, spiega Zaccaria, «il pilastro operativo più vicino alla cooperazione di abitanti e al social housing. Basato su un fondo di partenza Invimit (100 milioni), risorse del Pon Metro (400 milioni) e potenziali 3,2 miliardi dalla revisione di medio termine, mira a creare fondi target territoriali. Ma c’è un’incognita. «La sua riuscita dipende dalla volontà politica delle singole Regioni di allocare le risorse residue dentro questi veicoli finanziari».  Rappresenta, per Zaccaria, «una potenziale opportunità per incrementare l’offerta a canone calmierato, ma presenta forti margini di incertezza». 

Il terzo pilastro è quello dedicato all’intercettazione di investitori e capitali privati (con una raccolta che mira a sfiorare i 2,4 miliardi), privo di risorse pubbliche a fondo perduto. Prevede una regola del 70% di alloggi a costi calmierati e 30% a mercato, con l’unico vincolo di applicare uno sconto del 33% rispetto ai prezzi di mercato. «Senza un parametro ancorato ai reali salari delle famiglie e con l’introduzione di corsie preferenziali e deroghe urbanistiche, si rischia di favorire grandi operazioni immobiliari per player stranieri con prezzi comunque troppo alti rispetto ai 500 euro al mese di affitto di cui la fascia media ha bisogno», precisa Zaccaria.

No, non è sufficiente

In tema di primo pilastro a breve partiranno i bandi per le aziende. A proposito di secondo pilastro è iniziata «l’interlocuzione con i territori per creare dei fondi target territoriali. Siamo ad uno snodo cruciale. Cosa faranno le regioni rispetto alle risorse residue della revisione di medio termine? Le hanno spese tutte? Ne hanno ancora? Decideranno di stare dentro questi fondi target territoriali?». Nel frattempo la domanda è: tutto questo è sufficiente per sperare che non esplodano le proteste anche da noi? «No, non è sufficiente». Se il Piano casa, «non riesce a fare quello che si è dato come obiettivo, che già non è l’optimum, io credo che la crisi sociale nel prossimo anno rischia di diventare una bomba».

Le proposte della cooperazione

Dunque, per evitare che la morsa degli affitti e le carenze del Piano trasformino la tensione sociale in una vera e propria «bomba» nel corso del prossimo anno, dalla cooperazione arrivano indicazioni chiare sulle leve da attivare.

Condizionalità ex-ante per i fondi, ovvero «rendimenti finanziari bassi, tassi e prestiti di lungo periodo per sostenere la proprietà indivisa e l’affitto a lungo termine con capitali pazienti».

Un fondo pubblico di garanzia per le risorse europee. «Da oltre due anni chiediamo un’architettura statale che permetta all’Italia di accedere ai finanziamenti della Banca Europea degli Investimenti – Bei. Gli istituti europei sono pronti a investire nell’affitto sostenibile nel nostro Paese, ma senza una leva di garanzia pubblica queste risorse restano bloccate».

Occorre inoltre superare la logica del tutto pubblico. «Proposte come la creazione di società 100% pubbliche (sulla scia di recenti delibere comunali) «risultano irrealizzabili per mancanza di risorse». La strada maestra «rimane una reale partnership pubblico-privata in cui lo Stato metta leve e garanzie per mobilitare capitali ad alto impatto sociale».

In apertura foto delle proteste per la casa in Spagna di AP Photo/Manu Fernandez. Nel testo foto da https://www.legacoop.coop/

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