La casa è diventata la nuova linea di faglia della politica europea, e la Spagna ne è la prova più clamorosa. Il premier socialista Pedro Sánchez ha annunciato dalla Moncloa lo scioglimento delle Cortes e la convocazione di elezioni generali per domenica 29 novembre, con largo anticipo rispetto alla scadenza naturale della legislatura, prevista per luglio 2027.
A far precipitare la crisi è stata la bocciatura di due decreti sull’emergenza abitativa, respinti il 2 ottobre con il voto contrario di Partido Popular, Vox e soprattutto Junts, il partito indipendentista catalano di Carles Puigdemont.
I numeri raccontano quanto fosse sottile il filo: il primo decreto è caduto con 178 no e 172 sì, il secondo con 184 no e 166 sì, nonostante l’esecutivo avesse negoziato parte dei testi con gli indipendentisti. Dentro c’erano misure dirompenti: il blocco degli sfratti, lo stop agli acquisti di abitazioni da parte dei fondi e il rinnovo automatico dei contratti d’affitto, la norma più contestata dalla destra.
Il clima nel Paese era già incandescente: a pesare sulla scelta di Sánchez sono state anche le piazze riempitesi di manifestanti dopo lo sfratto di Maricarmen Abascal, una donna di 87 anni. Il premier ha rivendicato di aver approvato “misure coraggiose per tutelare il diritto costituzionale all’accesso alla casa”, e prova ora a trasformare la sconfitta in una campagna elettorale breve, centrata proprio su un tema in cui le posizioni progressiste risultano molto popolari. Non solo: il governo punta a riapprovare i decreti e a farli convalidare dalla Diputación Permanente, l’organo che sostituisce il Parlamento sciolto, dove avrebbe i numeri anche senza Junts. L’esito del voto resta incerto, ma una cosa è chiara: per la prima volta in Europa un esecutivo cade sul diritto all’abitare.
Le radici del malessere: perché la casa è diventata un’emergenza
Quello spagnolo non è un caso isolato. Gli alti costi delle abitazioni, l’espulsione dei residenti dai centri storici, un’architettura urbana sempre meno in sintonia con chi la abita, la mancanza di spazi per i bambini: tutti i Paesi europei, e non solo, devono fare i conti con città cresciute in modo non sempre funzionale a chi vi vive o vorrebbe viverci.
Le cause si intrecciano. Da un lato c’è la trasformazione delle città in prodotti turistici, con la diffusione degli affitti brevi che sottrae appartamenti al mercato residenziale. Dall’altro la finanziarizzazione del mattone, con grandi fondi d’investimento che acquistano interi stabili e trattano la casa come un asset da mettere a reddito: non a caso il governo spagnolo voleva fermarne gli acquisti.
Si aggiungono i salari fermi a fronte di affitti in costante crescita, l’aumento dei costi di costruzione e dei tassi d’interesse negli ultimi anni e, soprattutto, il lungo ritiro dello Stato dall’edilizia pubblica. Il risultato è un mercato che non riesce più a garantire a giovani, famiglie a reddito medio-basso e lavoratori delle città un’abitazione dignitosa a un prezzo sostenibile.
L’Italia e l’affitto introvabile
A che punto è, lungo la Penisola, il problema che sta angustiando la Spagna? Come spiega Valentina Ferraris, senior economist di Ref-Ricerche al giornale ItaliaOggi, il punto di partenza è la scarsità: “La poca disponibilità di abitazioni per la locazione riscontrata in particolare nelle aree urbane e nei centri ad alta densità abitativa si riflette sui canoni richiesti, che aumentano”.
Una dinamica che colpisce soprattutto i più fragili. “La presenza di poche opzioni a disposizione può spingere chi cerca una casa, e in particolare coloro che sono sottoposti a vincoli di bilancio più stringenti, ad accettare soluzioni di più bassa qualità, piccole, maltenute o situate in aree marginali, vivendo in condizioni più precarie”, spiega Ferraris. “La difficoltà nel trovare un alloggio adeguato a prezzi accessibili amplifica il disagio abitativo, rendendo sempre più difficile per le famiglie e gli individui soddisfare il bisogno fondamentale di una casa sicura e dignitosa”.
La fine dell’edilizia pubblica e il confronto con l’Europa
Le grandi campagne di edilizia popolare, che per decenni avevano soddisfatto la domanda dei ceti più vulnerabili e alleggerito la pressione sul mercato, sono terminate da tempo. Il disimpegno dello Stato e i vincoli di bilancio imposti agli enti locali hanno provocato un crollo degli investimenti nell’edilizia residenziale pubblica.
Il confronto con il resto d’Europa è impietoso. Secondo i dati Ance, in Italia solo il 3,8% delle famiglie vive in case di edilizia sociale pubblica, contro il 24% dell’Austria, il 16% della Francia e il 29% dell’Olanda. E anche il patrimonio esistente fatica a funzionare: nel nostro Paese le assegnazioni di case popolari si fermano mediamente tra le 15mila e le 20mila l’anno.
Il Piano casa del governo Meloni: promesse e critiche
Dopo mesi di annunci, il Piano casa ha preso forma in primavera. Il Consiglio dei ministri lo ha varato il 30 aprile, con due obiettivi: almeno 100mila nuovi alloggi tra edilizia popolare e abitazioni a prezzi calmierati nei prossimi dieci anni e la riqualificazione di circa 60mila immobili oggi inagibili. Il governo parla di dieci miliardi da mobilitare, con corsie veloci per i privati che vogliono investire e un commissario straordinario per le operazioni sopra il miliardo.
Il pacchetto delle misure include anche semplificazioni urbanistiche e procedure più rapide per gli sfratti per morosità, in particolare nelle case popolari occupate abusivamente, che sono oltre 20mila su 800mila.
Le risorse pubbliche effettivamente stanziate, però, sono molto più contenute: secondo le associazioni degli inquilini, il decreto mette sul piatto 970 milioni di euro in quattro anni.
Il decreto legge 66 del 7 maggio 2026 è stato convertito a giugno dopo l’ennesimo voto di fiducia, tra le proteste delle opposizioni, che hanno contestato al governo trenta annunci in quattro anni e nessun alloggio realizzato.
Già prima del varo, Ferraris aveva sottolineato la modestia delle risorse delle ultime leggi di bilancio, pari a 660 milioni di euro su un profilo pluriennale, indicando le possibili alternative: “Tra le proposte c’è quella di ricorrere alle risorse provenienti dal fondo europeo InvestEU, dall’accesso ai prestiti della Bei, nonché dalla costituzione di un Fondo rotativo per l’abitare sostenibile e dalla creazione di un ulteriore fondo destinato ad accogliere risorse residue, comprese quelle non utilizzate del Pnrr. Quante di queste proposte saranno poi effettivamente realizzate, e con quali ricadute, è tutto da verificare”. Non a caso, il governo punta ad agganciarsi al Piano casa europeo annunciato dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen.
Meno abitanti, più famiglie: il paradosso italiano
Che l’Italia abbia bisogno di nuove case lo conferma uno studio dell’Università Bocconi, che mette in luce un paradosso demografico: la popolazione diminuisce, ma il numero delle famiglie cresce. Nei prossimi 15 anni si stima un aumento di 700mila nuclei familiari, spinto dall’invecchiamento della popolazione, dalla riduzione della dimensione media delle famiglie, dall’aumento di chi vive da solo e dalla crescita delle separazioni.
Da qui al 2050, secondo lo studio, in Italia serviranno 3,6 milioni di nuove abitazioni. Nella sola Milano, epicentro assoluto del caro affitti, il fabbisogno stimato è di 180mila case, con investimenti per 39 miliardi di euro.
Riqualificare l’esistente: la proposta di Unimpresa
Accanto alle nuove costruzioni, resta la necessità di adeguare e migliorare il patrimonio esistente, anche per abbattere le bollette di gas ed elettricità e quindi i costi di gestione delle famiglie. Il Centro Studi Unimpresa propone di innalzare dal 50% al 65% la detrazione fiscale per gli interventi di efficientamento energetico sull’abitazione principale: in uno scenario di piena risposta all’incentivo, la misura potrebbe mobilitare fino a circa 1,5 miliardi di euro aggiuntivi l’anno.
La normativa attuale riconosce per il 2025 e il 2026 una detrazione del 50% sugli interventi nella prima casa e del 36% negli altri casi, con l’aliquota sull’abitazione principale destinata a scendere al 36% nel 2027. Portarla al 65% significherebbe quindi alzare l’incentivo di 15 punti rispetto a oggi e di ben 29 rispetto al 2027.
Un salasso per le casse pubbliche? Per il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi, no: “Una detrazione più forte – dice ancora a Italia Oggi – non deve essere considerata esclusivamente come una spesa fiscale: può diventare uno strumento di politica industriale, energetica e patrimoniale, capace di sostenere contemporaneamente consumi, investimenti, occupazione e valore delle abitazioni”.
Mentre la Spagna va alle urne con la casa al centro del dibattito, l’Italia osserva, ma non senza timore. Il messaggio che arriva da Madrid è chiaro: quando il diritto all’abitare smette di essere garantito, la questione non resta confinata al mercato immobiliare. Diventa una questione politica, capace di far cadere un governo.
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