Il problema, ormai, non è più soltanto interpretativo. Sta diventando concreto. Ci sono aziende che stanno mettendo in pausa nuove campagne di sostegno al Terzo settore in attesa di capire meglio come applicare la legge. Ci sono organizzazioni che si ritrovano con iniziative già progettate e messe a budget, da realizzare proprio sotto Natale, che non partiranno più. Entrambe, organizzazioni e aziende, stanno aumentando i costi per consulenze legali e di comunicazione, per trovare le parole inattaccabili e il tempo verbale inoppugnabile – sostiene, ha sostenuto, sosterrà – nello spazio risicato offerto da un pacchetto di caramelle o dall’etichetta di una bottiglia d’acqua.
Nata per aumentare trasparenza e tutela dei consumatori, la nuova disciplina introdotta con la cosiddetta “legge Ferragni” rischia di produrre un effetto paradossale: frenare le collaborazioni tra imprese e Terzo settore. Il rimedio, insomma, rischia di essere peggiore del male. Ovviamente non è una protesta contro la trasparenza, anzi: il mondo del non profit, quello che vive della fiducia dei cittadini e dei donatori, è stato il primo a chiedere regole chiare per tutti. E proprio il Terzo settore si è mosso, già due anni fa, per stendere un “Manifesto per le partnership responsabili”. Ma il messaggio che arriva dalle organizzazioni, poche settimane dopo l’entrata in vigore della cosiddetta “legge Ferragni”, è altrettanto chiaro: attenzione che la norma non diventi un ostacolo alle partnership tra imprese e Terzo settore, di cui invece c’è moltissimo bisogno.
Da dove nasce la legge
La legge 19 giugno 2026, n. 120, la cosiddetta “legge Ferragni”, è in vigore dallo scorso 21 luglio. La norma nasce a seguito del “pandoro gate”, con un’esigenza condivisibile: quando l’acquisto di un prodotto è collegato ad una iniziativa con finalità benefica, il consumatore deve sapere con chiarezza che cosa sta sostenendo, quanto dei suoi soldi viene destinato alla causa, con quali modalità l’azienda farà la donazione.
Tutto giusto. Ma oggi, in attesa che l’Autorità garante della concorrenza e del mercato – Agcm definisca il quadro operativo della nuova legge, chi quelle campagne le deve organizzare non sa ancora con sufficiente certezza né le modalità tramite cui adempiere ai nuovi obblighi (banalmente, con quali modalità e canali inviare all’Agcm tutte le comunicazioni previste) né dove verrà tracciato esattamente, nell’interpretazione dell’Agcm, il perimetro di quali siano le attività e le campagne soggette ai nuovi obblighi. Questa incertezza ha già un effetto: la prudenza. Il rischio di sbagliare qualcosa nelle comunicazioni e di incappare nelle previste sanzioni, davanti a un’opinione pubblica che non sta troppo a guardare i dettagli, causerebbe un danno di immagine troppo alto. E se sostenere una buona causa diventa un rischio anziché un merito, è il ragionamento diffuso, meglio lasciar perdere.
Per questo molte organizzazioni di Terzo settore e molte aziende hanno iniziato a chiedere sia al ministero delle Imprese e del Made in Italy sia all’Agcm di chiarire rapidamente come intendono applicare la nuova legge.
Carissimi, la campagna non parte più
Nicola Ciano, direttore della raccolta fondi di Emergency, racconta di una telefonata arrivata subito dopo l’entrata in vigore della legge 120/2026. «Parlavamo da tempo di questa iniziativa con un’azienda, perché queste partnership non nascono certo dall’oggi al domani. Si trattava di un prodotto da distribuire in circa 200 punti vendita più un e-commerce, con una parte del ricavato destinata a sostenere un progetto di Emergency. La campagna avrebbe dovuto partire a ridosso del Natale. Eravamo arrivati alla fase finale della progettazione, si stavano definendo il prezzo al pubblico e i volumi attesi. All’inizio di agosto, l’azienda ha comunicato la sospensione dell’iniziativa. Ci hanno riferito di diversi dubbi sorti al loro interno e chi hanno detto che non se la sentivano di andare avanti finché non saranno chiariti una serie di aspetti».

Per Emergency la conseguenza è immediata: quella campagna avrebbe potuto portare 30-50mila euro di risorse. «È solo un episodio, che però dice bene quanto rischia di essere alto il costo dell’incertezza che stiamo vivendo», afferma Ciano. «In questo momento stiamo ragionando sul budget per il 2027 ed è difficile fare valutazioni sui rinnovi di alcune partnership con le aziende o nuove attività». È questo il punto che il Terzo settore vorrebbe arrivasse con forza al ministero e all’Agcm: non si sta parlando di un’ipotesi teorica, ma di qualcosa che sta già modificando il comportamento degli interlocutori del non profit.
«Le aziende non si stanno tirando indietro, non è questo. Le aziende vogliono solo dei chiarimenti. Chiediamo – tutti – che vengano dati, in modo da permetterci di riprendere a lavorare con serenità, in trasparenza, come abbiamo sempre fatto. Per noi le partnership con le aziende sono strategiche anche ci permettono di farci conoscere da pubblici a cui difficilmente arriveremmo».
Il costo dell’incertezza
Alla Fondazione Umberto Veronesi la preoccupazione è simile. Monica Ramaioli, direttore generale della Fondazione, racconta che davanti alla nuova disciplina «anche aziende con cui lavoriamo da anni ci hanno chiesto di prendere tempo». Il problema, spiega, è che ogni incertezza si traduce in costi e complessità: «Tutti stiamo spendendo risorse importanti in consulenza legale, contrattualistica, di comunicazione, per evitare incidenti. Ma oltre a questo, ci sono una serie di questioni pratiche da chiarire. Come si deve gestire una raccolta che avviene in più tranche? Quante comunicazioni devono essere fatte? Come riportare tutte le informazioni previste dalla legge su prodotti che hanno confezioni molto piccole? Può andare bene mettere un Qr-Code? E quando una campagna è terminata – perché la comunicazione deve indicare precisamente una data di inizio e una data di fine – che ne è dei pezzi invenduti?».
Per Ramaioli il nodo è far sì che per realizzare il giusto obiettivo di trasparenza nei confronti dei consumatori/donatori non si metta in piedi un sistema talmente oneroso e incerto da scoraggiare le collaborazioni che quella trasparenza dovrebbe rendere più incentivare.
Serve un regolamento, delle linee guida, un’interpretazione autentica della legge
Michela Gaffo, presidente dell’Associazione Italiana Fundraiser – Assif la preoccupazione la registra attraverso il confronto quotidiano con i professionisti del settore. «Sappiamo che diverse aziende, in assenza di una chiarezza operativa su cosa debba essere fatto e su come verranno effettuati i controlli, si sono messe in una posizione di attesa», conferma. «Collaborazioni già realizzate negli anni passati sono state “congelate”, mentre in altri casi le aziende hanno preferito rinunciare a nuove iniziative. La ragione è l’incertezza circa l’esatto perimetro applicativo dei nuovi adempimenti e il timore, finché non ci sarà questa chiarezza, di incorrere in sanzioni».
Assif, che si era resa disponibile fin dai primi passi del provvedimento a dare il proprio contributo esperto alla definizione della materia, insiste sulla necessità di regole chiare e possibilmente semplici da applicare. «Essendo stato affidato all’Agcm il compito di tenere il registro delle collaborazioni fra corporate e non profit che riguardano i prodotti la cui vendita è collegata a una devoluzione, ed essendo stata Agcm chiamata a vigilare, immaginiamo che l’Autorità stia lavorando per definire delle indicazioni operative. Per questo l’associazione ha inviato una lettera per mettere a disposizione dell’Autorità l’esperienza concreta di chi queste campagne le costruisce, affinché la procedura che verrà definita non sia gravosa né per le aziende né per le organizzazioni, ma serva davvero a far crescere le buone pratiche invece di scoraggiarle», spiega.
Non tutte le campagne sono uguali
C’è poi un nodo interpretativo specifico che il Terzo settore considera decisivo. Quello per cui il perimetro della legge deve riguardare solo le iniziative commerciali a sostegno di finalità di interesse generale, cioè quando sia prevista la promozione, vendita o fornitura ai consumatori di prodotti i cui proventi siano in parte destinati a sostegno di organizzazioni non profit. «Non ogni relazione tra imprese e enti non profit né ogni utilizzo congiunto di marchi né ogni comunicazione di collaborazione appare riconducibile a ciò», aggiunge Gaffo.
È il tema posto da alcune importanti organizzazioni del Terzo settore italiano, da Airc a Aism, da Save the Children a Telethon, che chiedono di distinguere le campagne in cui c’è una vendita di prodotti che concorre effettivamente a determinare il quantum della devoluzione dalle situazioni in cui l’azienda ha deciso autonomamente di fare una donazione (il cui importo è quindi indipendente dal numero di pezzi venduti) ma vuole utilizzare il proprio prodotto solo al fine di comunicare l’iniziativa, ovviamente con un messaggio trasparente, che non faccia credere al consumatore che il suo acquisto generi una donazione.
La differenza è sostanziale. E la richiesta è che questo discrimine venga esplicitamente chiarito nelle indicazioni dell’Autorità e che il collegamento economico tra acquisto e devoluzione sia il criterio per capire quando si applica la nuova norma e quando no.
La finestra temporale in cui agire conta: le campagne natalizie sono già in fase di progettazione e rappresentano per molte organizzazioni uno dei momenti più importanti dell’anno per le partnership con le aziende. Ogni settimana in più di incertezza può significare una campagna rinviata e ogni campagna rinviata può significare risorse che non arrivano a un progetto. Per questo il mondo del Terzo settore chiede che il confronto con le istituzioni sia rapido e concreto. La trasparenza deve aumentare la fiducia, non alimentare la paura di collaborare. È questo che oggi il Terzo settore chiede al ministero e all’Agcm: fare in modo che la toppa non finisca per essere peggio del buco.
Foto di Marija Zaric su Unsplash
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