#Finsubito news dalla rete – Salute mentale, la Chiesa globale in campo contro solitudine e traumi (Alessandro Coppetti)


In un mondo segnato da conflitti, povertà e isolamento sociale, la salute mentale si afferma come una priorità pastorale per la Chiesa cattolica. Il 9 e 10 ottobre 2026, in occasione della Giornata mondiale della salute mentale, vescovi, accademici e operatori provenienti da diversi Paesi si sono riuniti a Roma per il convegno «Una presenza che guarisce: la chiamata della Chiesa al ministero della salute mentale». Al centro del confronto, coordinato dal giornalista Andrea Sarubbi, la necessità di contrastare la solitudine, la depressione e i traumi psicologici attraverso l’ascolto, l’accompagnamento e il sostegno alle persone più vulnerabili.

L’iniziativa, organizzata dall’Associazione internazionale dei Ministri cattolici della salute mentale (CMHM) e patrocinata dalla Pontificia Accademia per la Vita, si è conclusa il 10 ottobre con la conferenza stampa «Realizzare la visione del Papa per il ministero della salute mentale». Un appuntamento che ha riunito esperienze e testimonianze da diverse aree del mondo, mettendo in luce il ruolo delle comunità cristiane nel riconoscere la sofferenza psichica, superare i pregiudizi e costruire reti di prossimità.

Ad aprire i lavori è stato il diacono Ed Shoener, presidente della CMHM, che ha richiamato l’attenzione dedicata da Papa Francesco alla sofferenza psichica e alla salute mentale, un impegno che prosegue oggi con Leone XIV. L’obiettivo è promuovere una cultura ecclesiale capace di accogliere chi soffre, senza giudizi né discriminazioni, e di affiancare alle cure specialistiche una presenza umana e spirituale attenta alle esigenze di ciascuno.

Tra le testimonianze più toccanti, quella di monsignor John Dolan, vescovo di Phoenix e cappellano dell’associazione, intervenuto in collegamento dal Texas. Dolan ha raccontato di aver perso due fratelli, una sorella e una nipote a causa del suicidio, soffermandosi sul senso di colpa che spesso accompagna i familiari e le persone vicine a chi si toglie la vita. «Di fronte a queste tragedie ci si chiede sempre: “Se avessi fatto qualcosa di diverso?”», ha osservato, dando voce a una domanda dolorosa che non trova risposte semplici.

Da questa esperienza personale è nato un impegno pastorale concreto. Nella sua diocesi sono stati attivati 15 centri d’ascolto, pensati per offrire alle persone uno spazio in cui condividere le proprie fragilità e trovare sostegno. Richiamando il Vangelo di Matteo e il suo invito a riconoscere Cristo nei più vulnerabili, il vescovo ha sottolineato l’importanza di una presenza capace di farsi prossima a chi vive la depressione e la sofferenza interiore: «Quando ero depresso mi hai visitato, mi hai accompagnato». Una rilettura del messaggio evangelico che invita a riconoscere nella vicinanza concreta una forma essenziale di cura.

Francesco Draicchio, presidente della Rete mondiale di preghiera del Papa in Italia, ha ripercorso la collaborazione avviata da oltre cinque anni con l’associazione guidata da Shoener, richiamando alcune tappe del magistero di Francesco. Nel 2021, l’intenzione di preghiera dedicata alla depressione invitava a sostenere chi ne soffre anche attraverso l’ascolto silenzioso; nel 2025, l’attenzione si è concentrata sulla prevenzione del suicidio e sulla necessità di aiutare le persone a ritrovare la speranza grazie al sostegno della comunità.

«È fondamentale che questa pastorale si integri stabilmente in tutta la Chiesa», ha sottolineato Draicchio, indicando una prospettiva che supera le iniziative occasionali e punta a rendere l’attenzione alla salute mentale parte integrante della vita ecclesiale, della formazione e dell’azione pastorale.

Particolarmente significativo il tema del trauma provocato dai conflitti, affrontato da monsignor Borys Gudziak, che ha richiamato la situazione della popolazione ucraina, esposta da anni alle conseguenze psicologiche della guerra. Accanto alle perdite umane e alle distruzioni materiali, il conflitto lascia ferite profonde, alimenta l’insicurezza e compromette la possibilità di guardare al futuro con fiducia.

In questo contesto, le reti di solidarietà e l’accoglienza assumono un valore decisivo. La Chiesa è chiamata a offrire ascolto e vicinanza a chi ha perso familiari, casa e punti di riferimento, senza dimenticare le famiglie e le comunità che condividono le conseguenze della violenza. Una sfida che richiede continuità, preparazione e collaborazione, affinché il sostegno non si esaurisca nell’emergenza.

Da Haiti è arrivata la testimonianza di monsignor Wismick Jean-Charles, vescovo ausiliare di Port-au-Prince, che ha descritto una realtà segnata da violenze, chiese incendiate e gravi carenze di cibo e ripari. In un Paese dove l’insicurezza e la precarietà aggravano la sofferenza delle persone, la Chiesa cerca di rispondere anche attraverso la formazione di insegnanti e religiose, chiamati a riconoscere e ascoltare i bisogni dei bambini traumatizzati.

«Il punto di partenza è il self-care», ha spiegato il vescovo, sottolineando che chi è impegnato nell’assistenza deve imparare a prendersi cura anche della propria salute mentale per poter sostenere efficacemente gli altri. Un richiamo particolarmente importante per quanti operano in contesti di violenza e privazione, dove il rischio di esaurimento emotivo è elevato. «La nostra presenza in mezzo alla violenza è già una cura», ha aggiunto, evidenziando il valore di una vicinanza che restituisce alle persone un senso di protezione e di speranza, pur senza sostituirsi agli interventi sanitari e psicologici necessari.

Al confronto hanno contribuito anche l’arcivescovo Thomas Jessayyan Netto, dell’arcidiocesi di Trivandrum, in India, padre Santosh, anch’egli proveniente dall’India, e il vescovo Tesfasellassie Medhin, dell’eparchia di Adigrat, in Etiopia, intervenuto in collegamento video. Le loro testimonianze hanno restituito il quadro di una Chiesa presente in contesti molto diversi, ma accomunati da fragilità profonde: dalla povertà alla violenza, dalle conseguenze dei conflitti alle difficoltà delle famiglie, fino all’isolamento di chi affronta un disagio psichico.

Il filo conduttore del convegno è stato il riconoscimento che la salute mentale non può essere considerata esclusivamente una questione individuale o clinica. È anche una responsabilità collettiva, che interpella le relazioni familiari, le istituzioni, le comunità locali e le realtà religiose. La solitudine e lo stigma possono aggravare la sofferenza, mentre l’ascolto, la solidarietà e la possibilità di chiedere aiuto rappresentano risorse importanti per affrontarla.

La dimensione spirituale, hanno evidenziato le testimonianze, può contribuire a offrire conforto, appartenenza e speranza. Questo non significa confondere il sostegno pastorale con la cura medica, né sostituire psicologi e psichiatri con l’intervento religioso, ma costruire una collaborazione capace di mettere al centro la persona nella sua interezza.

In questa prospettiva, la visione promossa da Papa Francesco e raccolta oggi dalla Chiesa universale si traduce nell’impegno a trasformare le comunità cristiane in luoghi di accoglienza, capaci di riconoscere la sofferenza senza stigmatizzarla e di accompagnare chi attraversa momenti di particolare vulnerabilità.

Il messaggio conclusivo è che nessuno dovrebbe essere lasciato solo davanti alla depressione, al trauma o alla disperazione. Una presenza che ascolta, accompagna e sostiene non elimina da sola tutte le cause della sofferenza, ma può rappresentare il primo passo per ritrovare fiducia, chiedere aiuto e ricominciare. È in questa prossimità concreta, insieme alla competenza professionale e alla solidarietà della comunità, che la Chiesa intende dare forma al proprio ministero della salute mentale.

 

 

Alessandro Coppetti


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