#Finsubito news dalla rete – Clorinda Menguzzato, torturata, violentata, azzannata dai cani e uccisa a 19 anni ma non tradì i compagni. Ferrandi: “Pagò con la vita la scelta di impegnarsi per la libertà”


TRENTO. Aveva appena diciannove anni, Clorinda Menguzzato, quando venne uccisa dai nazisti: ne avrebbe compiuti venti cinque giorni dopo, il 15 ottobre 1944. Una vita interrotta nel paese in cui era cominciata, Castel Tesino, e una storia che, a 82 anni di distanza, continua a raccontare una delle pagine più drammatiche della Resistenza trentina: una storia di coraggio, di libertà, oltre che di una giovinezza alla quale la guerra impose scelte che avrebbero segnato per sempre il destino di un’intera generazione.

 

Chiamata “Veglia”, prima ancora il suo nome di battaglia era stato “Garibaldina”: figlia di una famiglia contadina, nell’estate del 1944 aveva raggiunto insieme al fratello i partigiani della Brigata Gherlanda della Divisione Gramsci, assumendo il ruolo di staffetta e infermiera. Un impegno durato appena pochi mesi, dal luglio all’ottobre di quell’anno, durante i quali contribuì anche a mantenere i collegamenti tra le formazioni partigiane attive sul territorio.

 

La sua cattura avvenne nel corso di un rastrellamento organizzato dalle truppe tedesche in seguito all’assalto dei partigiani alla caserma di Castel Tesino: un’operazione che aveva portato alla cattura di 55 militi fascisti e di alcuni ufficiali tedeschi, suscitando una risonanza tale da essere segnalata anche da Radio Londra nel bollettino del Comitato di Liberazione Nazionale.

 

La risposta dell’occupante fu durissima: i tedeschi cercarono di ottenere dalla giovane informazioni sulla dislocazione delle basi partigiane, sottoponendola a violenze e torture (l’Anpi riporta che ”la sottoposero a sevizie atroci, la violentarono a ripetizione, la fecero azzannare da cani inferociti), ma Clorinda non rivelò nulla. Secondo una testimonianza tramandata, ormai allo stremo delle forze, avrebbe pronunciato una frase destinata a diventare parte della sua memoria: “Quando non potrò più sopportare le vostre torture, mi mozzerò la lingua pur di non parlare“. Il 10 ottobre 1944 venne fucilata, e alla sua memoria sarebbe stata conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare.

 

Ma ricordare oggi Clorinda Menguzzato significa anche interrogarsi sul contesto nel quale maturò la sua scelta, sulle difficoltà della lotta partigiana in Trentino e sul contributo delle donne a una Resistenza che non può essere compresa soltanto attraverso il racconto delle imprese militari.

 

A ricostruire questo quadro è Giuseppe Ferrandi, direttore della Fondazione Museo storico del Trentino che, intervistato da il Dolomiti, invita a guardare alla vicenda di “Veglia” non soltanto attraverso la dimensione del sacrificio e dell’eroismo, ma anche attraverso quella storica, sociale e profondamente umana.

 

“Una figura come Clorinda Menguzzato, insieme alle altre giovani tesine insignite della medaglia d’oro al valor militare, rappresenta – spiega Ferrandi – una delle espressioni più rilevanti della Resistenza dal punto di vista militare. La zona del Tesino, come altre aree di confine, risentì infatti della presenza di importanti formazioni partigiane attive anche oltre il confine, e la stessa Menguzzato era inquadrata nelle formazioni partigiane bellunesi”.

 

Il tema, specifica, è comprendere perché la Resistenza si sia sviluppata in modo “particolare” proprio in queste zone di confine: “La risposta è che in Trentino non esistevano le condizioni ambientali, sociali, politiche e strategico-militari per la nascita di formazioni partigiane capaci di incidere significativamente sulla conduzione della guerra, soprattutto a causa della forte pressione esercitata dall’occupante tedesco”.

 

Quella trentina, prosegue il direttore del Museo Storico Trentino, fu dunque una Resistenza particolarmente difficile da praticare, più volte interrotta e neutralizzata attraverso azioni repressive che altrove non trovarono analogie: “Una situazione che rendeva ancora più complicato scegliere di fare i partigiani e opporsi all’occupazione, anche per l’atteggiamento della popolazione. Non si trattava necessariamente di comunità filotedesche ma, come accadeva in molte realtà alpine, esisteva una forte diffidenza nei confronti delle formazioni partigiane, la cui presenza e le cui azioni finivano per portare la guerra all’interno delle comunità, provocando scontri”.

 

È anche per questo che, sottolinea Ferrandi, diventa fondamentale conoscere e studiare la storia di una ragazza che, a neppure vent’anni, partecipò così attivamente alla Resistenza, nel caso di Clorinda Menguzzato anche prendendo parte a quello che fu forse l’episodio che più di altri innescò il meccanismo della repressione tedesca: l’assalto alla caserma di Castel Tesino, che rappresentò uno smacco senza precedenti per i nazisti.

 

“C’è poi un altro aspetto che mi colpisce particolarmente: questi giovani – dice – maturarono una scelta di Resistenza attraverso un percorso di formazione culturale e politica estremamente rapido, senza avere alle spalle una grande preparazione. Oggi tendiamo a descrivere questi fenomeni come esperienze ben definite e orientate, anche politicamente, se però analizziamo i fatti scopriamo che furono soprattutto il frutto di un anelito di libertà e della volontà di porre fine all’esperienza della guerra, dell’occupazione tedesca e degli anni del fascismo. È proprio questo, forse, a mettere in evidenza la vera natura di quelle esperienze resistenziali”.

 

Il direttore del Museo Storico Trentino sottolinea poi come in Trentino si registrino tre medaglie d’oro al valor militare attribuite a figure femminili: Ora, Veglia e Tina Lorenzoni.

 

“Un numero significativo – spiega – non soltanto per l’esemplarità delle loro storie, ma anche per comprendere il valore della Resistenza trentina in relazione al contesto storico e sociale nel quale si sviluppò. Questa lettura non ridimensiona affatto il valore di queste figure, anzi. Sono figure preziosissime anche per il nostro presente, perché pagarono con la vita la scelta di impegnarsi per la libertà. Non dobbiamo però limitarci a rappresentarle come semplici eroine, svuotandole della loro dimensione storica: è necessario considerare il momento e il territorio nei quali maturarono le loro scelte”.

 

Il tema è questo: per comprenderne meglio il valore, anche con gli occhi del presente, non bisogna cadere nella trappola della “monumentalizzazione” di queste figure, perché il rischio è quello di “allontanare la nostra percezione e la nostra sensibilità contemporanea dal loro autentico valore storico e umano”.

 

“Occorre quindi ricordare che la loro scelta di Resistenza – chiosa Ferrandi – non nasceva tanto da una formazione o da influenze strettamente politiche, quanto piuttosto da un antifascismo e da una volontà di chiudere l’esperienza della guerra che definirei di natura popolare. Ed è proprio questo elemento a conferire alla Resistenza trentina, soprattutto femminile, trentina un valore particolare”.




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