Il negoziato sul prossimo bilancio pluriennale dell’Unione entra nel vivo e l’Italia si presenta al tavolo di Bruxelles alla guida di uno schieramento ampio. Prima dell’avvio del Consiglio europeo Giorgia Meloni ha riunito, insieme al presidente romeno Nicușor Dan, i capi di Stato e di governo del gruppo degli Amici della Coesione, diciassette Paesi decisi a non subire tagli alle politiche strutturali. «Abbiamo deciso di restare uniti nel negoziato sul prossimo bilancio Ue attorno a quattro priorità: risorse sufficienti per affrontare tutte le priorità comuni, salvaguardare Coesione e Agricoltura sia sul piano delle risorse sia su quello delle regole di finanziamento, contribuzioni eque da parte degli Stati membri e dire no agli sconti sui contributi nazionali», ha scritto la premier su X, aggiungendo che il gruppo continuerà «a lavorare insieme perché queste priorità siano riflesse nell’accordo finale».
La dichiarazione congiunta adottata al termine dell’incontro va nella stessa direzione. I diciassette leader ribadiscono «la nostra unità nel chiedere un bilancio dell’Ue ambizioso, equo ed equilibrato, capace di affrontare le nuove sfide e, al contempo, di salvaguardare le politiche fondamentali dell’Unione sancite dai Trattati». I punti sono la tutela della capacità operativa del bilancio, la difesa delle dotazioni per coesione e agricoltura sia nei finanziamenti sia nell’attuazione, un sistema di entrate «più equo, non regressivo ed equilibrato» e l’eliminazione dei rebates, cioè gli sconti di cui beneficiano alcuni contributori netti. I firmatari si sono impegnati «a mantenere un fronte unito su questi quattro principi per l’intera durata dei negoziati».
Prima gli obiettivi, poi le cifre
La cornice politica l’aveva già tracciata ieri Meloni nelle comunicazioni al Senato. «Noi firmeremo un accordo solo quando sarà giusto per l’Italia», ha detto, chiarendo che «l’Italia non accetterà un bilancio che ridimensioni la Politica agricola comune, la pesca e la coesione». La premier ha spiegato che agricoltura e pesca «riguardano la nostra sicurezza alimentare, che è una componente essenziale dell’autonomia strategica europea», mentre la coesione «riguarda la capacità del mercato unico di funzionare senza lasciare indietro interi territori». Il punto di metodo è netto: «Credo che la domanda da cui partire non sia quanto debba essere grande il bilancio, ma che cosa l’Europa consideri irrinunciabile nei prossimi anni. Prima si definiscono gli obiettivi, poi si trova il modo di finanziarli. Non il contrario».
Sulle nuove risorse proprie proposte dalla Commissione Roma mantiene «diverse riserve», ma si dice disposta a lavorare con un criterio preciso: «alleggerire per quanto possibile il peso sui bilanci nazionali senza nuove tasse a carico di cittadini e imprese europee». E apre a un tema che pesa sul futuro: «Riteniamo che si possa e si debba ragionare anche su un rimborso più graduale del debito contratto per Next Generation EU, perché i rimborsi non comprimano le altre politiche europee proprio negli anni in cui serve investire di più». Per finanziare priorità strategiche comuni, ha aggiunto, «nessuno strumento debba essere escluso a priori». Resta poi un nodo specificamente italiano: la proposta della presidenza irlandese «mantiene sostanzialmente invariati i criteri di ripartizione delle risorse che continuano a penalizzare la nostra nazione». E qui Meloni è stata esplicita: «Non possiamo accettare che l’Italia versi di più al bilancio europeo e allo stesso tempo riceva di meno, è una semplice questione di equità».
Il compromesso irlandese
Sul tavolo dei leader c’è il cosiddetto nego-box preparato da Dublino, presidente di turno del Consiglio Ue, che prevede ulteriori riduzioni rispetto a quelle già proposte da Cipro nel semestre precedente e che ha sollevato le critiche di Parlamento europeo, Commissione, Comitato delle regioni e mondo agricolo. Il ministro irlandese per gli Affari europei Thomas Byrne lo difende: «Ora abbiamo una base per il negoziato e abbiamo svolto il nostro compito». Secondo Byrne «nessuno otterrà tutto ciò che desidera, ma speriamo che ci sia qualcosa per tutti», con l’obiettivo di arrivare a «un accordo definitivo entro la fine dell’anno». Un traguardo che, a giudicare dalle parole pronunciate stamattina a Bruxelles, appare tutt’altro che scontato.
Il muro dei frugali
Prima del vertice si sono riuniti anche i Paesi cosiddetti frugali: Austria, Germania, Olanda, Svezia e Finlandia, con il Belgio che sul bilancio si è affiancato al gruppo. Il cancelliere austriaco Christian Stocker ha rivendicato che «il nostro gruppo si sta allargando» e ha avvertito che «senza ulteriori tagli sostanziali non ci sarà alcuna intesa. Spendere meglio, non semplicemente di più». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz riconosce che la proposta irlandese «va nella direzione giusta, ma siamo ancora ben lontani dall’obiettivo che dobbiamo raggiungere». Per Berlino «dobbiamo ridurre significativamente il bilancio comune rispetto alle proposte avanzate dalla Commissione», perché «nessuno Stato membro dell’Unione europea può permettersi di versare contributi di tale entità», con l’impianto originario che supera «del 50 per cento» l’attuale quadro finanziario.
Ancora più duro lo svedese Ulf Kristersson: «Non siamo neanche al punto di partenza sul Quadro finanziario pluriennale: è troppo grande e costoso, aumenterà il nostro contributo del 60% all’incirca e questo non possiamo accettarlo». Il premier ha annunciato che dirà «no alla proposta sul tavolo oggi» e ha raffreddato le attese sui tempi: le discussioni «saranno molto tese: non raggiungeremo un accordo questo mese o il prossimo, e potremmo non farlo entro la fine dell’anno». Sulla stessa linea l’olandese Rob Jetten, per il quale «è più importante avere un buon accordo che uno deludente» e il prossimo Qfp «deve essere ridimensionato e modernizzato per essere adeguato al futuro».
Madrid alza l’asticella
Sul fronte opposto, lo spagnolo Pedro Sánchez giudica la proposta irlandese «chiaramente insufficiente, più vicina all’1% che al 2%, nello specifico all’1,02% del reddito nazionale lordo». Il premier richiama i rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta, che hanno posto «l’esigenza che il bilancio dell’Ue sia commisurato in termini di risorse alle sfide che ci troviamo ad affrontare, e si aggiri intorno al 2% del reddito nazionale lordo». Una posizione più massimalista di quella italiana, che non a caso insiste soprattutto sulla qualità della spesa e sull’equità della ripartizione.
Oltre la logica del ragioniere
Il copione dei frugali è noto e, in parte, comprensibile: chi versa più di quanto riceve chiede rigore e controllo della spesa. Ma ridurre il negoziato a una gara a chi taglia di più rischia di lasciare l’Europa senza strumenti proprio quando competitività, difesa, sicurezza alimentare e transizione richiedono investimenti comuni. È curioso, del resto, che gli stessi Paesi che reclamano un’Unione più forte su Ucraina e sicurezza chiedano di comprimere tutte le voci e difendano al tempo stesso gli sconti sui propri contributi. L’Italia di Meloni non si presenta a Bruxelles con il cappello in mano: in questi anni ha tenuto i conti sotto controllo e rispettato gli impegni presi con le istituzioni europee, e proprio questa credibilità le consente oggi di chiedere qualcosa di più. Non un bilancio senza limiti, ma uno coerente con le ambizioni che l’Unione dichiara. La partita che si apre oggi sarà lunga, e il fronte della Coesione guidato da Roma ha i numeri per pesare.
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