La F1 moderna ha costruito una delle sue armi più importanti; il simulatore. Un mondo virtuale nel quale i team possono sperimentare, analizzare dati e cercare prestazioni mentre le loro monoposto sono ferme ai box. Un volante, uno o tre schermi, una scocca da gara e un investimento che, per le configurazioni più sofisticate, può superare i 100 mila euro. Ma il valore di un simulatore professionale non si misura soltanto dal suo prezzo o dalla tecnologia che racchiude. Si misura soprattutto da quanto può contribuire a migliorare una monoposto, ad affinare il lavoro di un pilota e ad accelerare lo sviluppo di una vettura, sia in pista sia nella fase di progettazione. Benvenuti nel mondo in cui la F1 corre anche quando, apparentemente, non corre.
Non la classica postazione da gaming
Nelle ultime ore, il video di Alexandra La Belge è diventato virale sui social dopo aver mostrato la sua esperienza al volante di un simulatore di F1 durante il GP del Belgio a Spa-Francorchamps. Un’esperienza spettacolare, certo, ma anche un’occasione per entrare in un mondo che, per chi guarda la F1 dalla televisione, rimane quasi sempre nascosto: quello dei simulatori. Quello provato dalla creator belga, esposto presso Technifutur, era un concentrato di tecnologia sviluppato da TSP Engineering in collaborazione con The Sim Power.
Un simulatore dal valore indicativo di circa 100 mila euro, costruito attorno a una scocca rivestita di una monoposto Mercedes del 2016 di Hamilton e dotato di volante Simucube 2 Pro, pedaliera Sigma di Fatblackcat e sistema di movimento integrale SIMS. Peso complessivo? Circa 450 chili. Questi numeri fanno capire subito una cosa, non si parla della classica postazione da gaming. Non è un videogioco ma un laboratorio. La differenza tra un simulatore domestico e uno professionale non è soltanto il prezzo, è soprattutto ciò che accade dietro lo schermo.
Il simulatore F1
In F1, il simulatore è diventato una sorta di laboratorio virtuale nel quale piloti e ingegneri possono provare, confrontare e analizzare una quantità enorme di soluzioni prima di portarle sulla pista vera. Il motivo è semplice, oggi il tempo per girare in pista durante i test è estremamente limitato e ogni chilometro percorso con una monoposto reale ha costi enormi. Nel mondo virtuale, invece, si possono moltiplicare gli esperimenti. Si può cambiare l’assetto aerodinamico, modificare il comportamento delle sospensioni, intervenire sulla frenata, sulla trazione, sulla distribuzione del carico e persino sulla risposta della power unit. Si può simulare una pista prima ancora di arrivarci e, soprattutto, si possono confrontare diverse configurazioni della vettura in tempi rapidissimi. Il simulatore, insomma, non serve semplicemente a fare pratica ma anche a fare domande alla monoposto.
Il ruolo del sim driver
Uno degli aspetti più affascinanti del lavoro nei simulatori di F1 è il ruolo del sim driver, il pilota professionista che lavora dietro le quinte per trasformare i dati del mondo reale in una nuova serie di informazioni. Mercedes ha raccontato in dettaglio questo processo attraverso il lavoro svolto nella sua base di Brackley, il meccanismo è quasi cinematografico. Durante un weekend di gara, il team raccoglie dati, immagini e feedback dai piloti. Poi, mentre la monoposto reale è in pista, il simulatore può cercare di riprodurre il comportamento della vettura. Il sim driver osserva il giro del pilota, studia telemetria e video, analizza le traiettorie e cerca di replicare il più fedelmente possibile quello che è successo sul circuito. Il suo compito non è semplicemente essere veloce ma deve essere credibile.
Se Kimi Antonelli o George Russell avvertono un determinato comportamento della vettura, il pilota al simulatore deve cercare di percepire la stessa cosa. È qui che entra in gioco la correlazione, il tentativo di fare in modo che ciò che accade nel simulatore assomigli il più possibile a ciò che succede sulla monoposto vera. Se il simulatore dice una cosa e la pista ne racconta un’altra, il suo valore diminuisce. Se invece i due mondi iniziano a parlare la stessa lingua, il simulatore diventa uno strumento potentissimo.
Il lavoro anche quando il semaforo in pista è spento
Durante il supporto in un weekend di gara, il team del simulatore può arrivare a completare 170 giri in una giornata, provando diverse configurazioni della vettura. L’obiettivo è arrivare alla pista reale con una direzione già definita. Il processo può essere questo: il venerdì la monoposto gira realmente, raccoglie dati e misura il comportamento della vettura. Questi dati vengono poi confrontati con quelli del simulatore. A quel punto gli ingegneri possono individuare eventuali differenze e lavorare durante la notte su possibili soluzioni. Il sabato mattina, alcune di queste idee possono essere portate sulla monoposto reale. È una sorta di ping-pong tecnologico tra realtà e simulazione: pista, simulatore, pista, in un ciclo che ricomincia continuamente. Non è un caso che i team parlino sempre più spesso di “chiudere il loop”, la simulazione deve imparare dalla pista e la pista deve beneficiare di ciò che è stato imparato nel mondo virtuale.
Antonelli e il suo simulatore da oltre 50 mila euro
Anche i piloti hanno i loro simulatori personali. Kimi Antonelli, utilizza un Formula Pro di Cool Performance, una macchina personalizzata per le sue esigenze. Il valore della configurazione supera i 50 mila euro. E qui emerge un altro dettaglio interessante, il simulatore non è costruito soltanto per essere spettacolare ma per essere preciso. La posizione di guida può essere regolata per replicare quella della monoposto reale, la pedaliera può essere adattata nella distanza, nell’angolazione e nella corsa. Anche la forza necessaria per frenare può essere calibrata. Antonelli ha spiegato di utilizzare il simulatore sia per prepararsi ai weekend di gara sia per correre online, ad esempio su iRacing, insieme agli amici. Il suo Formula Pro è stato inoltre personalizzato con una configurazione a tre monitor curvi da 27 pollici, dettagli in fibra di carbonio e una serie di elementi estetici scelti direttamente dal pilota. Perché, alla fine, anche il simulatore è diventato un piccolo garage personale.
La sensazione di essere in F1
La parte più spettacolare, per chi osserva dall’esterno, rimane probabilmente il volante. Su una postazione professionale può essere utilizzato un volante identico o estremamente simile a quello impiegato sulla monoposto reale, con palette, frizione, manettini, pulsanti e selettori. Ma il volante è soltanto una parte del puzzle. La posizione di guida deve essere corretta. I pedali devono rispondere in modo credibile. Il sistema deve restituire al pilota le informazioni necessarie per capire cosa sta facendo la vettura. Alcuni simulatori utilizzano sistemi di movimento che muovono fisicamente la struttura. Altri preferiscono sistemi di feedback tattile, capaci di trasmettere vibrazioni e reazioni direttamente attraverso sedile, telaio e comandi. L’obiettivo è sempre lo stesso: ridurre il più possibile la distanza tra guidare una monoposto virtuale e guidare una monoposto vera.
Il simulatore non può replicare tutto
Per quanto la tecnologia sia evoluta, ci sono sensazioni che rimangono difficili da riprodurre. La forza laterale di una vera monoposto in una curva ad alta velocità, per esempio, è un’esperienza fisica che nessuno schermo può replicare completamente. Lo stesso vale per alcune sensazioni durante la frenata, per il modo in cui il corpo viene spinto in avanti e per il carico continuo che un pilota sopporta durante un giro. È proprio questa una delle differenze evidenziate anche da chi lavora con i simulatori Mercedes o Ferrari: il feeling non è identico a quello della pista. Per questo il simulatore non è una sostituzione della realtà ma un suo complemento.
Lewis Hamilton ha raccontato di aver attraversato periodi nei quali il simulatore gli sembrava addirittura portare il lavoro nella direzione sbagliata, soprattutto quando le indicazioni virtuali sull’assetto non trovavano poi conferma sulla pista reale. Un esempio perfetto di quanto sia delicato il rapporto tra simulazione e realtà. Se la correlazione non è corretta, anche il miglior simulatore del mondo può condurre nella direzione sbagliata.
Quando la simulazione corre verso la realtà
La tecnologia dei simulatori non appartiene soltanto alla F1. Mercedes utilizza sistemi avanzati di simulazione anche nello sviluppo delle proprie vetture stradali ad altissime prestazioni. Il simulatore dedicato allo sviluppo dinamico della AMG One è un esempio impressionante. La piattaforma può muoversi su più assi, mentre un enorme schermo permette di ricreare l’ambiente di guida. Il sistema è progettato per simulare situazioni differenti, dalla guida quotidiana fino alla pista, e integra anche elementi come il feedback del volante e l’impianto frenante. La logica è la stessa della F1: provare, misurare, correggere. Solo che in questo caso l’obiettivo non è preparare una vettura per il prossimo GP, ma trasformare un progetto digitale in reale.
Anche Ferrari considera la simulazione una risorsa fondamentale per preparare le gare e analizzare i dati raccolti durante i weekend. Prima di un evento, il simulatore permette di studiare differenti condizioni e preparare possibili scenari. Dopo la gara, invece, i dati raccolti in pista possono essere analizzati per capire cosa migliorare in futuro. Anche a Maranello è un lavoro che va oltre la F1 e coinvolge anche altre categorie del motorsport.
Lo stesso principio è al centro del lavoro di altri costruttori e team, compreso il progetto Cadillac in F1, dove la tecnologia dei simulatori viene utilizzata per studiare il rapporto tra vettura virtuale e vettura reale e trasformare il feedback dei piloti in prestazioni. Il messaggio è chiaro: nel motorsport moderno, la gara non comincia quando si spegne il semaforo, inizia molto prima.
La F1 non è più soltanto in pista
Sempre più video sui social mostrano il lato più spettacolare e accessibile del simulatore: quello dell’esperienza, dell’immersione, del sogno di sedersi dentro una macchina che sembra una vera F1. Ma dietro quel volante c’è un mondo molto più complesso. I simulatori professionali sono diventati strumenti di sviluppo, preparazione e analisi. Sono il luogo dove piloti e ingegneri possono provare ciò che sulla pista reale sarebbe troppo costoso, troppo rischioso o semplicemente impossibile testare in così poco tempo. E mentre i simulatori diventano sempre più sofisticati, la F1 si trova davanti a una nuova frontiera: una parte sempre più importante della prestazione nasce in un circuito che non esiste fisicamente. La monoposto corre a Spa, a Monza o a Silverstone. Ma, contemporaneamente, corre anche a Brackley, a Maranello o nei centri tecnologici delle squadre. La pista è reale, il laboratorio è virtuale. E la sfida, ormai, è farli diventare una cosa sola.
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