#Finsubito news dalla rete – Benvenuti nell’era della trasparenza fiscale, dove la regola è la prevenzione


L’evoluzione tecnologica sta ridisegnando in profondità e a un ritmo incessante i paradigmi consolidati, innescando una mutazione genetica che investe il modo di vivere, di lavorare, persino di comunicare. L’atteggiamento giusto per approcciare questa evoluzione è necessariamente proattivo. Piuttosto che confidare nella persistente attualità di schemi ingialliti dalla rivoluzione degli algoritmi, è fondamentale decodificare il cambiamento e anticiparne le dinamiche, per evitare di esserne travolti.

Ebbene, nell’era della trasparenza e dell’intelligenza artificiale neppure la fiscalità sfugge a questa regola. Per decenni, il rapporto con il Fisco si è retto su uno schema piuttosto semplice, ma costoso e spesso inefficace: il contribuente dichiarava e l’Amministrazione ne controllava la condotta, spesso a distanza di anni. Un modello reattivo, incentrato sulla verifica ex post, necessariamente a campione, e sul ricorso a sanzioni più o meno severe quale strumento di deterrenza. Tuttavia, in un contesto di crescente trasparenza fiscale, dovuto alla convergenza di fattori normativo-istituzionali e tecnologici (tra cui l’interoperabilità delle banche dati e lo sviluppo di sofisticati strumenti di analisi e predizione), tale schema tende a perdere di significato e si modifica la prospettiva stessa della compliance: da reazione a controlli successivi a necessaria condizione preventiva.

In origine fu la fatturazione elettronica

Del resto, la progressiva digitalizzazione degli adempimenti tributari ha da tempo innescato un cambiamento epocale che vede oggi l’Amministrazione finanziaria titolare di un vastissimo patrimonio di dati, costantemente aggiornato, e ne fa uno dei principali depositari di informazioni economiche del Paese.

Con la fatturazione elettronica, obbligatoria tra privati dal 2019, l’Agenzia delle entrate conosce in tempo reale chi compra e chi vende, cosa e a quali condizioni. I registratori telematici trasmettono gli incassi delle vendite al dettaglio e oggi, anche grazie al collegamento con i POS, assicurano un immediato confronto tra pagamenti e scontrini. Con l’anagrafe dei rapporti finanziari, banche e intermediari condividono saldi e movimentazioni dei conti, da confrontare con i redditi dichiarati. Insomma, una mole enorme di dati è immediatamente disponibile per il Fisco, che può così intercettare rapidamente incongruenze e anomalie.

E il legislatore si è mosso nella direzione di una crescente trasparenza fiscale attraverso la previsione di adeguati incentivi, come la riduzione di due anni dei termini di accertamento per chi traccia tutti i pagamenti sopra la soglia dei 500 euro. Lo ha fatto anche attraverso l’accelerazione normativa sulla tracciabilità obbligatoria di talune tipologie di spese (ad esempio, quelle edilizie e sanitarie) e sull’interoperabilità delle banche dati, di modo da rendere sempre più fluido il dialogo con i registri camerali, le posizioni previdenziali, i flussi finanziari, i dati doganali.

I nuovi strumenti di lettura massiva dei dati

Inutile evidenziare il cambio di paradigma innescato dalla disponibilità di un così vasto set informativo. Per il Fisco la nuova sfida non è tanto cercare i dati, di cui dispone in abbondanza, bensì metterli a sistema e darne una interpretazione adeguata e difendibile. E, al riguardo, i progressi già fatti sono assai rilevanti, soprattutto nelle analisi di rischio e nei processi di selezione delle posizioni da verificare. È un fatto, del resto, che proprio una lettura “intelligente” delle informazioni disponibili ha dato luogo, negli ultimi anni, a iniziative mirate e assai efficaci di contrasto all’evasione, principalmente in materia di crediti edilizi, operazioni inesistenti, lotta all’“apri e chiudi” e alle false compensazioni.

E sembra solo l’inizio. L’Erario può contare oggi su nuovi e più efficaci strumenti, sull’intelligenza artificiale e i modelli predittivi e di machine learning, già entrati a pieno titolo nelle analisi di rischio e ragionevolmente destinati a costituire un pilastro sempre più solido dell’azione amministrativa. L’obiettivo è indirizzare le risorse verso gli schemi anomali, le situazioni più critiche e quelle nelle quali il rischio fiscale è statisticamente più alto. Insomma, si tratta di favorire controlli selettivi, evitando la dispersione di energie, non solo pubbliche.

Intelligenza artificiale e tutele individuali

Il potenziamento tecnologico dell’Amministrazione e l’adozione di strumenti di gestione massiva delle informazioni impongono semmai la ricerca di un nuovo e più corretto equilibrio tra l’efficace esercizio del potere pubblico e la tutela delle garanzie individuali. Un tema, questo, entrato prepotentemente nel dibattito pubblico per effetto della più recente giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) che, sin dal leading case Italgomme di febbraio scorso, ha censurato l’eccessiva discrezionalità nelle verifiche fiscali e la prassi di accessi “esplorativi”.

Il punto non è tanto il “se” l’intelligenza artificiale e gli algoritmi di profilazione del rischio debbano essere impiegati per un efficace contrasto all’evasione, quanto il “come” utilizzarli, in modo il più possibile razionale, neutrale, trasparente e verificabile (vale a dire, in base a criteri predeterminati, noti e condivisi), e sotto quali regole. È cioè fondamentale, anche per la fiducia dei cittadini, il disegno giuridico in cui operano e le garanzie previste. Lo stesso Direttore dell’Agenzia delle entrate ha recentemente ribadito la necessità di un “contributo umano”, per evitare automatismi ciechi e bias ingiustificati, ma anche per assicurare un contraddittorio effettivo, cioè il diritto alla spiegazione sulle valutazioni automatizzate e la possibilità di illustrare le ragioni opposte.

Nell’era della trasparenza fiscale spazio alla prevenzione

Sta di fatto che questo mutato contesto è destinato a rivoluzionare la prospettiva stessa dei contribuenti, in primis le imprese. Se il Fisco dispone di ampie informazioni e della capacità di una loro lettura “intelligente”, non è razionale attendere la verifica, assai probabile in presenza di anomalie (nonché di strumenti erariali in grado di intercettarle con rapidità) e difendersi a posteriori.

Il baricentro è piuttosto spostato sulla prevenzione e la ricerca di una operatività idonea a prevenire sin dall’origine il rischio di incongruenze non spiegabili, comunque destinate a cadere sotto la lente dell’Erario. E ciò non riguarda solo gli errori formali, ma anche i profili strettamente sostanziali. Tradotto: la domanda non è più se interverrà un controllo, bensì se i propri numeri possono reggere al confronto con quanto l’Agenzia delle entrate già conosce. Significa ragionare con la stessa logica dell’analisi del rischio e chiedersi quali incroci di dati potrebbero far scattare un eventuale alert. Prevenire significa proprio questo, anticipare il rischio, ed è una scelta inevitabile. L’uomo saggio – si sa – non attende il temporale per acquistare l’ombrello.

La prevenzione come indirizzo normativo

In effetti lo stesso legislatore sta progressivamente accompagnando questo nuovo equilibrio, premiando la compliance spontanea, la capacità di presidio ex ante dei rischi fiscali e il dialogo preventivo con l’Amministrazione. Insomma, tutto ciò che supera quella visione antagonista dei rapporti Fisco-contribuente, da relegare ormai alle sole situazioni patologiche estreme.

Le lettere di compliance per segnalare le anomalie riscontrate dall’Agenzia delle entrate consentono di sanare gli errori con sanzioni ridotte, prima di innescare il contenzioso. Il loro impiego sempre più ampio testimonia un cambio di passo nei rapporti fiscali nel senso del maggior dialogo e della prevenzione. Nella stessa direzione opera anche il concordato preventivo biennale. Esso consente a PMI e professionisti di concordare in anticipo il proprio reddito per due anni, sulla base di una proposta elaborata a partire dai dati già in possesso dell’Erario: un patto ex ante che ha come presupposto una base informativa condivisa.

Infine, lato imprese, è soprattutto nel potenziamento, ad opera dell’ultima riforma fiscale, dei regimi fondati sull’adozione di un adeguato Tax Control Framework (TCF), che si scorge una netta scelta di campo a favore della prevenzione e del dialogo. Il rafforzato regime dell’adempimento collaborativo (cooperative compliance) – che la riforma ha esteso a una platea assai ampia – e il regime del TCF opzionale – per le imprese più piccole – disegnano un nuovo modello relazionale nel quale l’adeguato sviluppo organizzativo e la capacità dell’impresa di anticipare e presidiare autonomamente i propri rischi tributari, unitamente all’impegno alla trasparenza, sono premiati con la collaborazione dell’Erario e una maggiore certezza ex ante.

Verso un nuovo equilibrio

Insomma, la tecnologia sta ridisegnando la tradizionale visione del Fisco e con essa la dinamica dei rapporti tributari. La crescente visibilità sui dati, unita all’impiego di strumenti di lettura “intelligente” delle informazioni massive, rende l’Erario ben più rapido e informato, suggerendo un cambio di passo nei comportamenti fiscali.

Se è vero che il nuovo scenario pone un delicato tema di garanzie individuali, per assicurare – a fronte delle automazioni – controlli comunque equi e un contraddittorio effettivo, è però altrettanto vero che l’accorciamento delle distanze informative non può che cambiare la prospettiva del contribuente: si riduce la convenienza dell’attesa di controlli (e del contenzioso) e si premia piuttosto la capacità di anticipare e prevenire.

Per le imprese ciò significa investire in adeguati assetti organizzativi e digitali che pongano la variabile fiscale al centro della governance, rafforzando la qualità dei dati, i controlli interni e il dialogo preventivo e costante con l’Amministrazione finanziaria. È una strada ormai tracciata, accompagnata dallo stesso legislatore con la riforma degli istituti della tax compliance collaborativa, per trasformare proattivamente la trasparenza da obbligo a vantaggio competitivo, in termini di stabilità e affidabilità verso tutti gli stakeholders.


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