La tragedia di Roma non può trasformarsi soltanto in qualche giorno di commozione collettiva. Falabella: “Non possiamo continuare a considerare l’amore familiare come una risorsa inesauribile e gratuita sulla quale scaricare ciò che il sistema pubblico non riesce a garantire”
La tragedia di Pietralata, a Roma, riporta drammaticamente al centro dell’attenzione il tema della solitudine delle famiglie che convivono con una disabilità grave e dei limiti della rete dei servizi e della presa in carico.
Una giovane famiglia – mamma, papà e una bambina di 5 anni con grave disabilità – è stata trovata senza vita nella propria abitazione. Sulle circostanze della vicenda sono in corso gli accertamenti degli inquirenti: tra le ipotesi al vaglio c’è quella dell’omicidio-suicidio. I genitori, entrambi quarantenni, avrebbero lasciato alcune lettere.
Al di là degli accertamenti sulle responsabilità e sulle circostanze della tragedia, che dovranno essere chiariti dalle indagini, il caso ha aperto una riflessione sulla condizione delle famiglie che affrontano quotidianamente disabilità grave, assistenza e preoccupazioni per il futuro. A intervenire è la FISH – Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie, che invita a evitare semplificazioni e giudizi prima della conclusione delle indagini, ma chiede allo stesso tempo di interrogarsi sul funzionamento della presa in carico e sulla necessità di dare risposte concrete alle persone con disabilità e alle loro famiglie.
Il sistema deve dare una risposta completa, coordinata, continuativa
Secondo quanto riferito dalla FISH, la famiglia era conosciuta e seguita dai servizi territoriali. Un elemento che, secondo la Federazione, rende necessario capire se e come la rete di sostegno sia riuscita a intercettare la complessità della situazione. «La vera presa in carico significa conoscere profondamente i bisogni della persona e della sua famiglia, accompagnarli nel tempo, costruire risposte personalizzate, verificare costantemente se quelle risposte siano ancora adeguate e intervenire immediatamente quando emergono condizioni di isolamento, esasperazione o difficoltà», afferma il presidente nazionale FISH Vincenzo Falabella.
La Federazione precisa di non voler attribuire responsabilità prima che siano chiariti tutti gli elementi della vicenda. Ma pone una domanda: «Come è possibile che una famiglia formalmente inserita nella rete dei servizi possa arrivare a percepirsi comunque così sola e priva di prospettive?».
Disabilità grave, non bastano singole prestazioni
La posizione della Federazione chiama in causa il modello complessivo di assistenza, ribadendo quella che è una necessità: non è sufficiente costruire il sostegno intorno a singole prestazioni o interventi separati: occorre una rete capace di accompagnare la persona e la famiglia nel tempo. Questo significa, tra le altre cose, poter contare su servizi domiciliari, assistenza personale, interventi di sollievo, sostegni educativi e sociosanitari e operatori in numero adeguato, con una reale collaborazione tra servizi sociali, sanitari e territorio.
Servono risorse economiche, professionali e organizzative adeguate
“Il Progetto di Vita, previsto dal decreto legislativo 62 del 2024, rappresenta una delle riforme più importanti degli ultimi decenni”, sottolinea Falabella. “Ma una grande riforma rischia di rimanere soltanto una straordinaria dichiarazione di principi se non viene accompagnata da risorse economiche, professionali e organizzative adeguate. Non possiamo pensare di costruire progetti personalizzati senza un numero di operatori sufficiente, senza servizi domiciliari, senza interventi di sollievo, senza assistenza personale, senza sostegni educativi e sociosanitari e senza una reale integrazione tra Comuni, servizi sanitari e territorio”.
Il caregiver familiare non può essere l’unica risposta
La vicenda riporta inoltre l’attenzione sul carico sostenuto dai caregiver familiari, che in molti casi garantiscono per anni una parte essenziale dell’assistenza alla persona con disabilità. Sii tratta di un impegno quotidiano che incide sul lavoro, sulla vita sociale, sul riposo e sulla situazione economica della famiglia. Per FISH, questo carico non può essere considerato una risorsa inesauribile sulla quale compensare le carenze dei servizi.
«Non possiamo continuare a considerare l’amore familiare come una risorsa inesauribile e gratuita sulla quale scaricare ciò che il sistema pubblico non riesce a garantire«, afferma Falabella. «Il caregiver deve essere sostenuto, accompagnato e tutelato. Servono servizi di sollievo, sostegni economici adeguati, tutela previdenziale, conciliazione con il lavoro e soprattutto la certezza di non essere lasciati soli nella responsabilità quotidiana della cura«
Alla Camera l’esame delle proposte sui caregiver
Sul riconoscimento di caregiver, di cui si parla da anni, la legge ancora non c’è: il tema è attualmente all’attenzione del Parlamento alla Camera, presso la XII Commissione Affari sociali, dove è in corso l’esame delle proposte relative al riconoscimento e al sostegno delle persone che assistono familiari, compreso il disegno di legge governativo presentato nel febbraio 2026. In merito, la FISH ribadisce la necessità di arrivare rapidamente a una disciplina organica, assicurando però risorse adeguate rispetto alla portata del problema.
«Occorre essere presenti prima»
La richiesta della Federazione è che la tragedia di Roma non si esaurisca nella commozione dei giorni successivi alla notizia, ma diventi un’occasione per verificare concretamente come funzionano i servizi e quanto siano realmente accessibili e capaci di rispondere all’evoluzione dei bisogni delle famiglie.
«La tragedia di Roma non può trasformarsi soltanto in qualche giorno di commozione collettiva. Deve diventare una responsabilità politica e istituzionale», afferma FISH. «Non possiamo intervenire soltanto quando il dolore diventa tragedia. Occorre essere presenti prima, leggere i segnali, costruire reti territoriali capaci di accompagnare realmente le persone e garantire alle famiglie la possibilità di chiedere aiuto prima che la solitudine diventi disperazione».
Un principio, conclude la Federazione, dovrebbe essere irrinunciabile: «Nessuna persona con disabilità deve essere considerata un peso. Nessuna famiglia deve essere costretta a pensare di dover affrontare tutto da sola».
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