#Finsubito news dalla rete – FAMIGLIA, NATALITÀ E LAVORO: EVIDENZE E POLITICHE – Ieri all’Università di Padova la presentazione del XXV Rapporto INPS


FAMIGLIA, NATALITÀ E LAVORO: EVIDENZE E POLITICHE

Ieri all’Università di Padova la presentazione del XXV Rapporto INPS. Trasferimenti, servizi e flessibilità al centro del confronto sulle scelte familiari e sulla partecipazione al lavoro

 

Ieri, giovedì 15 ottobre, all’Auditorium del Museo della Natura e dell’Uomo dell’Università di Padova il Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali “Marco Fanno” ha ospitato, in collaborazione con INPS, l’incontro dedicato alla presentazione del XXV Rapporto INPS, con un approfondimento sul tema “Famiglia, natalità e lavoro: evidenze e politiche”.

L’iniziativa, promossa dal Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali “Marco Fanno” in collaborazione con INPS, si è aperta con i saluti di Antonio Parbonetti, prorettore vicario dell’Università di Padova, Guglielmo Weber, decano del Dipartimento, e Filippo Pagano, direttore regionale INPS Veneto. A presentare il Rapporto sono stati Gianfranco Santoro, direttore centrale Studi e Ricerche INPS, e Maria De Paola, professoressa di Economia politica all’Università della Calabria e dirigente della Direzione centrale Studi e Ricerche INPS. Le docenti del Dipartimento Chiara Dal Bianco ed Elisabetta Lodigiani ne hanno discusso i risultati. Le conclusioni sono state affidate al presidente INPS Gabriele Fava. Marco Bertoni, docente del Dipartimento e coordinatore dell’iniziativa, ha moderato il confronto.

 

Gianfranco Santoro ha inquadrato il confronto nelle trasformazioni demografiche ed economiche del Paese. L’invecchiamento modifica la platea dei contribuenti, allunga la durata delle prestazioni pensionistiche e accresce i bisogni di assistenza. Le conseguenze per il sistema di protezione sociale dipendono anche dalla partecipazione al lavoro, dalla continuità delle carriere e dai redditi. Restano ampi margini per ridurre le disuguaglianze: nel 2025 il tasso di occupazione femminile era del 53,8%, contro il 71,2% di quello maschile. Favorire la partecipazione delle donne al lavoro è quindi una leva per affrontare la transizione demografica e richiede di intervenire sulle difficoltà di conciliazione tra occupazione e responsabilità familiari.

L’approfondimento di Maria De Paola ha portato al centro le politiche per le famiglie. Dalle analisi emerge una distinzione tra trasferimenti monetari, servizi e flessibilità lavorativa: strumenti che intervengono su vincoli diversi e possono produrre effetti differenti sulle nascite e sull’occupazione delle madri.

I trasferimenti aiutano a sostenere il costo dei figli, ma possono accompagnarsi a una riduzione del lavoro femminile. L’analisi degli effetti dell’Assegno unico e universale stima, nel confronto tra i gruppi di famiglie studiati, un aumento di circa il 2% della probabilità di avere un secondo figlio e una riduzione di circa il 2% della probabilità di occupazione delle madri. I risultati richiamano l’importanza di affiancare al sostegno economico condizioni concrete per conciliare famiglia e lavoro.

Il sostegno ai servizi può contribuire a rimuovere questo vincolo: la valutazione del bonus asilo nido rileva un aumento di circa 6 punti percentuali nella probabilità di occupazione delle madri beneficiarie. L’accesso resta però diseguale: nel 2025 utilizza il bonus il 31% delle famiglie con ISEE inferiore a 25 mila euro, contro il 55% di quelle tra 25 e 40 mila euro.

Anche l’organizzazione del lavoro conta. Le analisi mostrano che, per le madri che accedono al lavoro da remoto, la perdita di reddito associata alla maternità si riduce fino all’87%, con benefici maggiori per le madri giovani, con redditi bassi e pendolari. Questa possibilità riguarda tuttavia circa un dipendente privato su dieci e dipende dalle caratteristiche dell’attività svolta. La questione diventa dunque come rendere la conciliazione accessibile anche a chi non può lavorare a distanza.

Utilizzando anche i dati di SHARE, l’indagine sugli ultracinquantenni in Europa coordinata per l’Italia da docenti e ricercatori del Dipartimento, Chiara Dal Bianco ha esteso il ragionamento alla cura lungo tutto il ciclo di vita. All’impegno per i figli possono sovrapporsi l’assistenza ai genitori anziani, al partner o a familiari con disabilità, con conseguenze sulle carriere e sulle pensioni di chi assiste. Le indennità di accompagnamento in pagamento sono passate da circa un milione nel 2002 a 2,2 milioni nel 2026: un dato che richiama la crescente esigenza di sostenere anche chi presta cura.

Lodigiani ha approfondito le disuguaglianze nell’accesso all’assistenza e il ruolo di chi la fornisce. La possibilità di acquistare servizi dipende dalle risorse familiari, mentre il lavoro domestico regolare poggia in larga parte sull’immigrazione: il 69% dei lavoratori è straniero. Una forza lavoro che si riduce e invecchia, mentre crescono i bisogni assistenziali. Le politiche devono quindi considerare insieme la domanda di cura e le condizioni della sua offerta.

Nelle conclusioni, il presidente INPS Gabriele Fava ha richiamato il ruolo dell’INPS nelle diverse fasi della vita, oltre l’ambito pensionistico. Di fronte a denatalità, invecchiamento e trasformazioni legate all’intelligenza artificiale, la protezione sociale è chiamata ad anticipare i bisogni emergenti e a costruire risposte concrete.

«Il compito delle politiche pubbliche – ha sottolineato Marco Bertoni – è anche mettere le persone nelle condizioni di compiere liberamente le proprie scelte familiari e lavorative. Questo significa rendere i servizi più accessibili, favorire modalità di lavoro compatibili con le esigenze di cura e superare le norme sociali che ne attribuiscono la responsabilità soprattutto alle donne. Il confronto tra ricerca e istituzioni serve a capire quali strumenti funzionino, per chi e chi rimane escluso: è da queste evidenze che possiamo partire per ampliare le opportunità delle famiglie».


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