In Puglia, e non solo, per molti il turismo è il nuovo petrolio. I dati sono noti. Con 5.9 milioni di arrivi, 20,5 milioni di presenze, il turismo qui genera il 14,8 per cento del Pil: 12,6 miliardi di euro l’anno. Ma fra arrivi e partenze, cosa rimane? Perché in realtà i numeri che contano non sono soltanto questi. Nel turismo la paga media è 10,9 euro l’ora, contro i 16,4 euro degli altri settori. Nel 2005 in Puglia il 19,4 per cento delle famiglie era in povertà o a rischio povertà e in Italia 1’11,1. Oggi, vent’anni e una Primavera dopo, i nostri centri storici sono tirati a lucido e si parla di orecchiette anche sul New York Times -, ma mentre nel resto d’Italia le famiglie in povertà o a | rischio povertà sono sempre quelle, più o meno, il 10,9 per cento, in Puglia sono diventate il 24 3. Il 35 per cento della popolazione. Contro il 22,6 dell’Italia e il 20,9 dell’Unione europea. Il turismo non basta. E a ribadirlo, esplicitamente, è l’ultimo rapporto Ocse sull’Italia. Questo è quello che riporta oggi RepubblicaBari.
Ma ora veniamo a Vieste
Il turismo non è il problema, ma non può essere l’unico orizzonte. Dopo sessant’anni di sviluppo turistico, Vieste è chiamata a trasformare la ricchezza generata in lavoro qualificato, innovazione e opportunità per i giovani. Perché una città non può dirsi davvero cresciuta se forma i propri ragazzi, ma poi non riesce ad affidare loro un ruolo nel suo futuro.
Il turismo ha cambiato Vieste. L’ha portata alla ribalta internazionale, l’ha trasformata in una destinazione conosciuta e desiderata, contribuendo a modificare profondamente l’economia, la società e le prospettive di un territorio che, fino alla prima metà degli anni Sessanta, viveva una realtà molto diversa da quella attuale.
Sarebbe ingiusto negare questo percorso, così come sarebbe miope rimpiangere una Vieste forse più silenziosa e raccolta, ma anche più povera di opportunità. Il turismo non è il male e la soluzione non può essere quella di fermare tutto, opponendo la tutela dell’identità locale allo sviluppo economico. La vera sfida è un’altra: governare la crescita senza svendere l’autenticità e trasformare la ricchezza prodotta in un’economia capace di guardare oltre la stagione turistica.
È proprio su questo punto che il dibattito dovrebbe farsi più incisivo.
Secondo le elaborazioni di Sociometrica su dati Istat, nel 2025 il turismo a Vieste avrebbe generato un valore economico di circa 404 milioni di euro, considerando alberghi, B&B, residence, villaggi, seconde case, ristorazione, commercio, trasporti e attività collegate. Una cifra importante, che racconta la dimensione raggiunta dal comparto turistico e le potenzialità di un settore che rappresenta ormai il motore principale dell’economia cittadina.
Ma proprio davanti a questi numeri nasce una domanda inevitabile: quanto di questa ricchezza riesce a tradursi in crescita strutturale per l’economia locale?
Perché, nonostante i milioni di euro che ogni anno entrano nel circuito economico cittadino, Vieste continua a faticare nel passaggio da un’economia prevalentemente legata all’accoglienza a un sistema produttivo più evoluto, fondato sulla conoscenza, sulle competenze, sull’innovazione e sulla capacità di creare nuove imprese.
Il problema non è soltanto quanto denaro produce il turismo, ma quale futuro economico riesce a costruire.
Un territorio può registrare presenze da record, moltiplicare le strutture ricettive e vedere crescere il fatturato delle attività commerciali senza riuscire, allo stesso tempo, a sviluppare una solida economia della conoscenza. Può attrarre visitatori da ogni parte del mondo e continuare a offrire ai propri giovani prospettive professionali limitate, spesso stagionali, poco qualificate o lontane dal percorso di studi intrapreso.
È questa una delle contraddizioni più evidenti di Vieste: i ragazzi vengono invitati a studiare, a laurearsi, a specializzarsi, a investire nella propria formazione. Ma quando tornano, o quando decidono di restare, non sempre trovano imprese pronte ad affidare loro responsabilità, competenze e ruoli adeguati alla preparazione acquisita.
Mancano, troppo spesso, le occasioni per trasformare il sapere in lavoro e il lavoro in innovazione. E così il capitale umano rischia di diventare una risorsa che la città forma, ma che poi non riesce a trattenere e valorizzare.
Non è una questione che riguarda soltanto i giovani. È un problema che investe l’intero sistema economico. Perché senza professionisti qualificati, senza investimenti tecnologici, senza ricerca, senza nuove competenze manageriali e senza imprese capaci di innovare, anche il turismo rischia di restare prigioniero di un modello che punta soprattutto ad aumentare i volumi, anziché migliorare la qualità e il valore di ciò che offre.
Da qui una riflessione che può apparire scomoda, ma che merita di essere affrontata: Vieste rischia di essere più un paese di prenditori che di imprenditori.
Una distinzione che non vuole essere una condanna generalizzata di chi, con sacrifici e investimenti, ha contribuito allo sviluppo turistico della città. Significa, piuttosto, interrogarsi sulla differenza tra chi si limita a intercettare la ricchezza generata dalla destinazione turistica e chi investe per costruire un sistema economico più solido, innovativo e duraturo.
L’imprenditore non si limita a sfruttare un’opportunità contingente: crea valore, investe sulle persone, introduce nuove competenze, organizza il lavoro, si assume il rischio dell’innovazione e contribuisce alla crescita del territorio. È questa la mentalità che Vieste deve riuscire a rafforzare se vuole compiere un ulteriore salto di qualità.
Naturalmente, non si può attribuire alle singole imprese la responsabilità di tutte le fragilità del sistema. Servono politiche pubbliche lungimiranti, servizi adeguati, infrastrutture, formazione coerente con le esigenze del mercato e una collaborazione reale tra istituzioni, mondo produttivo e comunità. Ma serve anche la volontà di superare una visione dell’economia limitata al rendimento immediato della stagione estiva.
Il turismo, infatti, può e deve diventare la base da cui partire per diversificare. Può sostenere nuove attività legate alla comunicazione, al digitale, alla gestione dei dati, alla sostenibilità ambientale, alla valorizzazione culturale, all’agroalimentare, all’artigianato e alla promozione del patrimonio rurale. Può generare opportunità professionali che vadano ben oltre il lavoro stagionale e consentano ai giovani di mettere a frutto le proprie competenze senza essere costretti a cercare altrove il proprio futuro.
Ma tutto questo non accade automaticamente. Occorre una strategia.
Governare il turismo significa innanzitutto difendere ciò che rende Vieste attrattiva: il paesaggio, la costa, il patrimonio storico e culturale, le tradizioni, la campagna, gli spazi pubblici e, soprattutto, l’autenticità delle relazioni. Significa investire nella qualità dei servizi, nella mobilità, nella tutela ambientale e nella vivibilità della città anche per chi vi risiede tutto l’anno.
Significa, inoltre, mettere allo stesso tavolo pubblico e privato, evitando contrapposizioni sterili e costruendo una visione condivisa dello sviluppo. Le istituzioni devono creare le condizioni affinché le imprese possano investire con prospettive di lungo periodo; le imprese, dal canto loro, devono essere protagoniste di una crescita che non si esaurisca nel profitto immediato, ma produca benefici anche per la comunità.
In questa prospettiva, è fondamentale superare anche i confini di un campanilismo che rischia di indebolire l’intero territorio. Vieste e gli altri Comuni della “Città Gargano” non dovrebbero considerarsi concorrenti impegnati a contendersi gli stessi visitatori, ma parti di un sistema più ampio, capace di valorizzare insieme mare, laghi, Foresta Umbra, borghi, campagna, gastronomia, musica e tradizioni.
Il viaggiatore non vive il territorio seguendo i confini amministrativi. Cerca esperienze, paesaggi, cultura, relazioni e autenticità. È su questa dimensione territoriale che occorre costruire nuove opportunità economiche e professionali.
Dopo circa sessant’anni di turismo, dunque, il modello Vieste è chiamato ad alzare l’asticella. Non basta più chiedersi quanti visitatori arrivino, quante strutture ricettive aprano o quanto fatturato venga generato. Bisogna domandarsi quale ricchezza resti sul territorio, quanti posti di lavoro qualificati vengano creati, quante imprese innovative nascano e quanti giovani riescano a costruire qui il proprio futuro.
I 404 milioni di euro attribuiti al turismo nel 2025 (e replicati da anni) rappresentano una dimensione economica significativa, ma non possono essere considerati, da soli, la misura del benessere di una comunità. La vera crescita si misura anche nella capacità di trasformare le entrate in opportunità, la formazione in occupazione qualificata e le risorse del presente in prospettive per le generazioni future.
La risposta, quindi, non è fermare il turismo né rimpiangere una Vieste bella ma vuota. È sperimentare una terza via: un turismo governato, sostenibile e di qualità, capace di generare valore senza consumare il patrimonio che lo rende possibile.
La Vieste autentica non è scomparsa. Deve però essere messa nelle condizioni di vivere, lavorare e crescere senza diventare una semplice scenografia per i visitatori.
Perché il vero traguardo non è soltanto avere una città nella quale milioni di euro entrano ogni anno. È costruire una città nella quale quei soldi contribuiscano a creare imprese, competenze, innovazione e lavoro. Una città che non si limiti a ospitare il futuro degli altri, ma sappia offrire un futuro anche ai propri figli.
n.
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