La mobilitazione permanente del mondo agricolo, concretizzatasi nell’occupazione dei nodi viari da parte dei trattori e nel grido d’allarme delle rappresentanze di categoria, rappresenta l’esito inevitabile di una crisi strutturale stratificata, che colpisce tanto la matrice agro-zootecnica della nostra Food Valley parmense quanto le colture specializzate del Mezzogiorno. Di fronte al progressivo sgretolamento dei bilanci aziendali, la risposta delle istituzioni centrali, e in particolare del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, guidato da Francesco Lollobrigida, e del Governo Meloni si è distinta per un’inaccettabile deriva demagogica. Alle istanze di natura macroeconomica e normativa avanzate dal settore sono state opposte crociate ideologiche di facciata, del tutto incapaci di incidere sui meccanismi di formazione del valore e sulla sostenibilità finanziaria delle imprese.
Il ministro Lollobrigida ha inanellato una serie di slogan grotteschi che dimostrano tutta la distanza di questo Governo dalla realtà sociale ed economica del Paese. Abbiamo dovuto ascoltare tesi sconcertanti secondo cui «in Italia i poveri mangiano meglio dei ricchi» o boutade tese a scaricare i problemi strutturali dell’occupazione agricola proponendo di mandare le persone nei campi, come se il lavoro della terra fosse una punizione e non una professione qualificata che merita dignità e giuste retribuzioni. Per non parlare delle crociate populiste e folkloristiche contro la carne coltivata o della pretesa di fare «sovranità alimentare» a suon di decreti sulla farina di insetti o di imposte sui menù, mentre il comparto agricolo reale affondava sotto il peso dell’inflazione e del caro energia. Quando poi la disperazione degli agricoltori e degli autotrasportatori è esplosa nelle piazze con i blocchi stradali, la risposta del ministro non è stata l’ascolto, ma l’ennesimo attacco paternalista, arrivando a bollare la protesta come un reato e dimostrando che, per la destra, il lavoro è un tema da passerella elettorale, almeno fino a quando non si chiedono conto delle promesse non mantenute.
Uno dei fattori d’impatto più devastanti sul margine operativo lordo delle aziende è rappresentato dall’esplosione dei costi dei fattori produttivi e dall’incremento sregolato del prezzo del gasolio agricolo a uso agevolato, che ha alterato significativamente l’indice dei prezzi dei beni acquistati dagli agricoltori. Le lavorazioni meccaniche di fondo, le operazioni di semina, i trattamenti fitosanitari, le irrigazioni di soccorso e le fasi di raccolta richiedono un fabbisogno di carburante i cui costi non sono più assorbibili dal prezzo di vendita alla stalla o al campo. A ciò si somma il rincaro dei concimi sintetici e dei fertilizzanti azotati, legati alle quotazioni del gas naturale.
Mentre l’indice dei costi di produzione registra impennate a doppia cifra, le rettifiche sui crediti d’imposta per il carburante agricolo e la mancanza di un meccanismo strutturale di calmieramento o di compensazione fiscale hanno lasciato i produttori esposti alla volatilità dei mercati finanziari. Tutto ciò dimostra come lo slogan della «sovranità alimentare», sbandierato dal Ministero, si riveli un involucro vuoto se non è garantita, in primis, la sovranità energetica ed economica di chi lavora la terra.
La crisi del settore primario assume contorni ancora più drammatici nell’olivicoltura, dove il focolaio della protesta trova in Puglia la sua roccaforte. La Puglia, regione simbolo che garantisce gran parte della produzione nazionale di olio extravergine d’oliva, sta vivendo un vero e proprio collasso di sistema. Gli olivicoltori pugliesi, già devastati dall’epidemia causata da Xylella fastidiosa, che ha desertificato milioni di alberi nel Salento e avanza verso il Barese, si trovano oggi strangolati da una duplice tenaglia. Da un lato, gli eventi meteorologici estremi, la prolungata siccità e la diffusione incontrollata di fitofagi come la mosca olearia hanno compromesso i volumi produttivi, riducendo le rese in frantoio; dall’altro, nonostante il crollo delle rese interne, i produttori assistono all’importazione massiccia di olio sfuso a basso costo proveniente da Paesi extra-UE, spesso miscelato e immesso sul mercato con etichettature opache che sviliscono il prodotto 100% italiano. Con i costi energetici della frangitura e quelli della manodopera alle stelle, produrre olio di alta qualità è diventato antieconomico per i piccoli e medi olivicoltori familiari. Nel frattempo, la piazza pugliese, con migliaia di agricoltori che hanno mobilitato i propri mezzi, evidenzia il totale fallimento delle politiche di governo, segnato dall’assenza di interventi tempestivi per il reimpianto e di risorse adeguate alla rigenerazione economica dei territori.
Sia nel comparto lattiero-caseario e cerealicolo del distretto parmense, cuore pulsante della Food Valley con le filiere DOP del Parmigiano Reggiano e del Prosciutto di Parma, sia nelle colture ortofrutticole e olivicole del Sud, il problema di fondo risiede nell’asimmetria contrattuale lungo la catena di distribuzione. Si assiste a un’evidente distorsione del mercato, causata dalla pressione oligopsonistica della Grande Distribuzione Organizzata, che impone prezzi d’acquisto al ribasso, non in grado di coprire i costi medi di produzione, mentre l’applicazione delle normative contro le pratiche commerciali sleali e le vendite sottocosto rimane debole e inefficace. Contemporaneamente, i prezzi dei cereali e delle materie prime agricole vengono stabiliti nelle borse merci internazionali sulla base di futures finanziari, slegando il valore del prodotto reale dai costi effettivamente sostenuti dal contadino. Di fronte a questo quadro, la politica ministeriale di Lollobrigida si è limitata ad attacchi ideologici contro l’Unione Europea e alla caccia alle streghe sulle carni coltivate, anziché sedersi con autorevolezza ai tavoli comunitari per negoziare la revisione degli ecoschemi della Politica Agricola Comune e l’alleggerimento della burocrazia dell’AGEA.
Come socialisti, riteniamo che la tutela dell’ambiente e la difesa del lavoro agricolo non debbano mai essere poste in contrapposizione, perché la transizione ecologica non può trasformarsi in un processo di deindustrializzazione agricola, né può essere pagata dall’anello più debole della catena. Occorre una piattaforma di riforme strutturali basata su interventi fiscali d’emergenza e crediti d’imposta sul gasolio agricolo; un piano straordinario di finanziamento diretto alla filiera olearia pugliese e nazionale, per i reimpianti e il sostegno al reddito; l’inasprimento delle sanzioni contro le vendite sottocosto, nel rispetto del principio di reciprocità degli standard fitosanitari ed etici per le importazioni extra-UE; l’utilizzo mirato dei fondi PNRR per la gestione delle risorse idriche e dei bacini di accumulo; infine, una drastica deburocratizzazione della PAC, per trasformarla in uno strumento di sostegno diretto al reddito.
Perché la terra non appartiene alle passerelle della politica né agli speculatori delle borse merci: la terra appartiene a chi la suda, a chi la cura, a chi la difende ogni giorno. Nessuna nazione può dirsi sovrana se cancella la dignità di chi la nutre, né esiste futuro per un’Italia che abbandona i propri campi per inseguire gli slogan di Palazzo. Come socialisti, non staremo a guardare mentre la propaganda calpesta la vita delle persone: saremo nelle piazze, nei solchi e accanto ai trattori, perché difendere il lavoro della terra significa difendere la libertà, la giustizia sociale e l’anima stessa del nostro Paese.
Michele Rignanese
Segretario Cittadino PSI Parma
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