Quando Termoli scoprì il turismo


Dal viaggio riservato alle élite ai primi stabilimenti balneari: la storia di una città che imparò a guardare il mare con occhi diversi.

di Lucia Checchia

Prima degli ombrelloni c’erano le reti. Prima dei lidi, le barche tirate a secco. Prima dei turisti, pescatori, marinai, commercianti e contadini che raggiungevano la costa non per riposarsi, ma per lavorare. Il turismo a Termoli non nacque in un’unica estate e non può essere racchiuso in una data precisa. Fu il risultato di una trasformazione lenta: cambiò il modo di viaggiare, cambiarono i collegamenti, cambiarono le abitudini sociali e, soprattutto, cambiò la percezione del mare. Per secoli il mare era stato soprattutto una frontiera instabile. Portava pesce e commerci, ma anche tempeste, naufragi, invasioni e malattie. Alla fine dell’Ottocento, invece, quello stesso mare cominciò a essere considerato salutare, rigenerante e perfino elegante. La spiaggia, fino ad allora spazio di lavoro e di approdo, divenne gradualmente un luogo in cui trascorrere il tempo libero. È in questo passaggio culturale che si colloca la nascita del turismo termolese.

Quando viaggiare non significava andare in vacanza

La parola “turismo” è relativamente recente, ma gli esseri umani hanno sempre viaggiato. Nell’antichità ci si spostava per commerciare, combattere, amministrare territori, partecipare a cerimonie religiose o raggiungere località termali. Le classi privilegiate del mondo romano conoscevano già forme di soggiorno legate all’otium: ville costiere, terme e località di villeggiatura permettevano ai cittadini più ricchi di allontanarsi temporaneamente dagli impegni pubblici. Tuttavia, non si trattava ancora di turismo nel significato contemporaneo. Viaggiare rimaneva difficile, costoso e riservato a una piccola parte della popolazione. Nel Medioevo il viaggiatore per eccellenza fu il pellegrino. Roma, Gerusalemme e Santiago de Compostela attiravano uomini e donne disposti ad affrontare percorsi lunghi e pericolosi. Il viaggio aveva un valore spirituale: la fatica non era un inconveniente da eliminare, ma una parte essenziale dell’esperienza. Solo tra il Seicento e il Settecento si affermò una nuova idea: viaggiare per conoscere il mondo e completare la propria formazione. Nacque così il Grand Tour, il lungo itinerario compiuto soprattutto dai giovani aristocratici europei. L’Italia ne rappresentava la meta più prestigiosa grazie alle città d’arte, alle rovine romane, ai paesaggi e alle testimonianze della cultura classica. Il Grand Tour non era ancora turismo di massa. Era un privilegio, un segno di ricchezza e distinzione sociale. Tuttavia, contribuì a creare lo sguardo del turista moderno: il desiderio di osservare, descrivere, confrontare, collezionare immagini e riportare a casa ricordi del viaggio.

La rivoluzione dello sguardo: il mare diventa salutare

Nel corso dell’Ottocento il viaggio cominciò a trasformarsi profondamente. La ferrovia ridusse le distanze, le guide stampate organizzarono gli itinerari e le località termali e balneari iniziarono a costruire strutture destinate ai forestieri. Anche il mare cambiò significato. In una prima fase i bagni marini venivano praticati soprattutto per ragioni terapeutiche. L’acqua salata, l’aria marina e l’esposizione controllata al sole erano ritenute utili per rafforzare il corpo e contrastare diverse malattie. Le famiglie aristocratiche e borghesi cominciarono così a frequentare le coste durante l’estate. Il bagno era molto diverso da quello contemporaneo. Si entrava in acqua con costumi coprenti, si evitava di esporsi eccessivamente al sole e si seguivano spesso precise prescrizioni. L’abbronzatura non era ancora un modello estetico: la pelle scura continuava a essere associata al lavoro svolto all’aperto. Tra Ottocento e Novecento il turismo balneare attraversò quindi diverse fasi: dapprima una pratica elitaria, poi un soggiorno legato alla salute e infine, soprattutto nel secondo dopoguerra, una forma di vacanza accessibile a fasce sempre più ampie della popolazione. Anche l’espansione del litorale settentrionale di Termoli riflette questo processo, con la progressiva costruzione di alberghi, edifici residenziali e seconde case lungo la costa.

La ferrovia porta Termoli più vicino al mondo

Per comprendere la nascita del turismo termolese bisogna partire dalla ferrovia. Fino alla metà dell’Ottocento raggiungere Termoli dall’interno del Molise era complicato. Le strade erano lente e difficili, soprattutto durante l’inverno. Il borgo fortificato, stretto sul promontorio tra la spiaggia di Sant’Antonio e quella di Rio Vivo, conservava un rapporto strettissimo con la pesca, il porto e il piccolo commercio locale. La costruzione della linea ferroviaria adriatica cambiò progressivamente questa condizione. Nel novembre del 1863 la ferrovia aveva ormai raggiunto Foggia, attraversando il litorale molisano; la stazione di Termoli entrò in funzione nella fase di apertura della linea tra il 1863 e il 1864. Il nuovo collegamento inserì la città nell’asse costiero tra l’Abruzzo e la Puglia e favorì lo sviluppo urbano tra il borgo antico e la stazione. Il treno non produsse immediatamente il turismo moderno, ma creò una condizione decisiva: rese Termoli raggiungibile. Per la prima volta, famiglie provenienti dai centri dell’interno potevano arrivare sulla costa con tempi relativamente prevedibili. Il viaggio non dipendeva più soltanto da carrozze, animali e strade dissestate. Il mare diventava più vicino a Campobasso, ai paesi molisani e alle città della Puglia settentrionale. La ferrovia trasformò così Termoli da luogo periferico a possibile destinazione.

I primi bagnanti sulla Marina di Sant’Antonio

La frequentazione balneare organizzata cominciò a svilupparsi tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, soprattutto lungo la Marina di Sant’Antonio, la spiaggia situata a nord del promontorio. Stabilire l’anno esatto di nascita del primo stabilimento non è semplice. Le ricostruzioni disponibili non coincidono. Una scheda dedicata al volume di Giovanni De Fanis, Bagni e bagnanti a Termoli, indica il 1884 come data del primo stabilimento balneare. Un’altra presentazione dello stesso lavoro colloca invece nel 1890 l’apertura del cosiddetto Bagno Bontempo. Una diversa ricostruzione storica locale propone il 1903. Le differenze potrebbero dipendere dal fatto che le fonti fanno riferimento a momenti diversi: una prima autorizzazione, la comparsa di strutture provvisorie, l’apertura effettiva dello stabilimento oppure una sua successiva ricostruzione. Si tratta, tuttavia, di un’interpretazione prudenziale: senza un documento amministrativo definitivo non è corretto scegliere una delle date come indiscutibile. Il punto storicamente più importante è un altro: tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e i primi anni del Novecento sulla spiaggia di Sant’Antonio comparvero strutture destinate non ai pescatori, ma ai bagnanti. Era un cambiamento radicale. La spiaggia non veniva più percepita soltanto come spazio da attraversare, utilizzare o sfruttare. Diventava un luogo nel quale sostare. Il mare non era più soltanto una risorsa economica o un pericolo naturale: cominciava a essere considerato un elemento di benessere. I primi frequentatori non erano ancora turisti nel senso odierno. Erano soprattutto famiglie benestanti, professionisti, proprietari e impiegati provenienti dal Molise interno o dalle aree vicine. Soggiornavano per periodi relativamente lunghi e portavano con sé abitudini, esigenze e aspettative nuove. Termoli cominciava a scoprire la villeggiatura.

Gli anni Venti e il “Nettuno”

Il passaggio dai primi bagni a un’offerta balneare più organizzata si consolidò negli anni Venti del Novecento. In quel periodo Bassantonio Sciarretta, falegname e commerciante di legname, avviò sulla spiaggia di Sant’Antonio lo stabilimento denominato “Nettuno”. La struttura divenne uno dei simboli della prima stagione turistica termolese e compare chiaramente nella guida promozionale pubblicata nel 1928. La presenza del Nettuno dimostra che il turismo non era più un fenomeno occasionale. Cominciavano a esistere imprenditori disposti a investire nell’accoglienza, nella balneazione e nei servizi destinati ai forestieri. Naturalmente, si trattava ancora di un turismo molto diverso da quello attuale. Non c’erano file interminabili di ombrelloni, animazione, musica ad alto volume o prenotazioni attraverso applicazioni digitali. Lo stabilimento balneare offriva soprattutto cabine, spazi per cambiarsi, accessi più comodi al mare e luoghi nei quali incontrarsi. Il bagno era anche una pratica sociale. Sulla spiaggia si osservava, si conversava, si stringevano relazioni e si metteva in scena la propria appartenenza a un determinato ambiente sociale. Il turismo cominciava così a modificare non soltanto l’economia, ma anche i comportamenti.

Il documento che racconta la svolta: la guida del 1928

La prova più significativa della crescita turistica di Termoli è una pubblicazione del 1928 conservata dall’Archivio di Stato di Campobasso: Città di Termoli – Soggiorno balneare. Non è una semplice raccolta di fotografie. È un vero strumento di promozione territoriale. La città viene presentata come una località balneare emergente, dotata di spiagge, panorami, strutture ricettive e collegamenti ferroviari. Già il titolo dimostra che Termoli voleva proporsi all’esterno non soltanto come centro marinaro, ma come destinazione di soggiorno. Il linguaggio della guida è chiaramente pubblicitario. Si descrivono il colore del mare, l’ampiezza delle spiagge e la bellezza del paesaggio. Ma, al di là dei toni celebrativi, la pubblicazione contiene informazioni preziose. Secondo il testo, durante la stagione estiva la popolazione termolese arrivava più che a raddoppiare per la presenza dei bagnanti provenienti soprattutto dal Molise e dalla Puglia. Significa che, alla fine degli anni Venti, il fenomeno aveva già dimensioni rilevanti per una cittadina ancora relativamente piccola. La stessa guida riferisce che l’amministrazione comunale intendeva ottenere per Termoli il riconoscimento di “stazione di soggiorno e di cura per i bagni marini”, secondo la normativa nazionale introdotta nel 1926. Non si trattava soltanto di un titolo onorifico: essere riconosciuta come località di soggiorno significava poter organizzare meglio la promozione, i servizi e le attività connesse alla presenza dei villeggianti. Termoli, dunque, non si limitava ad accogliere spontaneamente i bagnanti. Cercava di costruire una propria identità turistica.

Diciotto treni al giorno e quattro alberghi

La guida del 1928 attribuiva grande importanza alla stazione ferroviaria. Termoli era collocata sulla linea Pescara-Foggia ed era anche il punto di arrivo della ferrovia proveniente da Campobasso. Il documento parla di diciotto treni giornalieri e sottolinea la possibilità di raggiungere la città dall’Abruzzo, dalla Puglia e dall’interno del Molise. Per una località turistica del tempo, la ferrovia costituiva una parte essenziale dell’offerta: una bella spiaggia non era sufficiente se i visitatori non riuscivano ad arrivarci comodamente. Anche l’accoglienza alberghiera si stava strutturando. Nella pubblicazione compaiono l’Hotel Corona, il Moderno Hotel, l’Albergo Igea e l’Albergo Pace, oltre a ristoranti e altri esercizi destinati ai viaggiatori. Le fotografie dell’Hotel Corona e della sua sala da pranzo mostrano il tentativo di offrire ambienti adeguati alle aspettative della borghesia dell’epoca.

La presenza di quattro strutture ricettive non significa che Termoli fosse già una grande destinazione nazionale. Il suo turismo rimaneva prevalentemente regionale e stagionale. Tuttavia, la città possedeva ormai gli elementi fondamentali di una località di villeggiatura: il treno, gli alberghi, gli stabilimenti balneari, la ristorazione e una precisa comunicazione promozionale. Il turismo era diventato un progetto.

Dal mare come cura al mare come vacanza

Tra le due guerre il soggiorno balneare conservava ancora una forte componente salutistica. Si andava al mare per respirare aria buona, irrobustire i bambini, recuperare le energie e allontanarsi, almeno temporaneamente, dai centri dell’interno. Ma intanto stava emergendo un’altra idea: il mare come divertimento. La spiaggia diventava un luogo di incontro, di passeggio e di socialità. Si diffondevano nuove abitudini, i costumi diventavano gradualmente meno coprenti e il rapporto con il sole cominciava a cambiare. Nel Novecento l’abbronzatura, un tempo associata al lavoro manuale, si trasformò in un segno di benessere. Avere la pelle dorata significava aver trascorso del tempo in vacanza, lontano dagli uffici, dalle fabbriche e dalle occupazioni quotidiane. Non era soltanto una moda estetica. Era la prova visibile di un cambiamento sociale.

La guerra interrompe, il dopoguerra ricostruisce

La Seconda guerra mondiale interruppe bruscamente lo sviluppo turistico. Termoli subì bombardamenti, combattimenti e distruzioni. Le priorità non erano più la villeggiatura e l’accoglienza, ma la sopravvivenza e la ricostruzione. Nel dopoguerra, però, il turismo tornò a essere considerato una possibilità concreta di crescita. Secondo le ricostruzioni della storia alberghiera locale, nel 1947 Manfredo Sciarretta avviò la realizzazione dell’Hotel Rosary, ricordato come il primo vero albergo balneare della città. La struttura entrò pienamente in attività nei primi anni Cinquanta e rappresentò una novità perché univa il soggiorno alberghiero alla vicinanza immediata con la spiaggia. Era un modello più moderno rispetto agli alberghi cittadini dei decenni precedenti. Il visitatore non cercava soltanto una camera nella quale dormire: desiderava vivere il mare per l’intera giornata e trovare nello stesso luogo ospitalità, ristorazione e servizi balneari. La vacanza cominciava a essere concepita come un’esperienza completa.

La Bifernina e l’arrivo dei “bagnanti di Montorio”

Un altro cambiamento decisivo avvenne con il miglioramento dei collegamenti tra Termoli e l’interno del Molise. La costruzione della strada statale della Valle del Biferno, avviata negli anni Cinquanta e sviluppata nei decenni successivi, rese più semplice raggiungere la costa da Campobasso e dai paesi dell’entroterra. Il viaggio verso il mare divenne progressivamente più breve e accessibile anche a chi non trascorreva settimane in albergo. Cominciò così a svilupparsi il turismo giornaliero e familiare. Automobili, corriere e mezzi privati portavano sulla costa gruppi sempre più numerosi di persone che partivano al mattino e rientravano la sera. Una ricostruzione dedicata alla storia della Bifernina ricorda anche l’espressione popolare “bagnanti di Montorio”, utilizzata a Termoli per indicare, talvolta con ironia, i visitatori provenienti dai centri dell’interno. Dietro quella definizione emergeva la percezione di un fenomeno nuovo: il mare non apparteneva più soltanto ai termolesi o alle famiglie benestanti che potevano permettersi lunghi soggiorni. Stava diventando una meta collettiva. La villeggiatura si trasformava in vacanza popolare.

Il 1962 e l’organizzazione istituzionale del turismo

Un ulteriore passaggio avvenne il 19 febbraio 1962, quando un decreto ministeriale istituì l’Azienda autonoma di soggiorno e turismo di Termoli. La nascita dell’Azienda dimostra che il turismo aveva ormai assunto un’importanza economica e amministrativa tale da richiedere un organismo specifico. Promuovere la città, organizzare eventi, fornire informazioni, migliorare l’accoglienza e coordinare gli operatori diventavano attività permanenti, non più iniziative occasionali. In circa settant’anni, Termoli era passata dai primi bagni organizzati sulla Marina di Sant’Antonio a una politica turistica strutturata. Il processo non era stato lineare. Aveva attraversato due guerre mondiali, difficoltà economiche, trasformazioni urbanistiche e profondi cambiamenti sociali. Ma il mare era ormai entrato stabilmente nell’identità pubblica della città.

Gli anni del turismo di massa

Tra gli anni Sessanta e Settanta il turismo italiano cambiò scala. Le ferie retribuite, l’automobile privata, l’aumento dei redditi e l’ampliamento della rete stradale permisero a milioni di persone di andare in vacanza. Anche Termoli conobbe la crescita degli stabilimenti balneari, degli alberghi, dei ristoranti, degli appartamenti estivi e delle seconde case. L’espansione si concentrò soprattutto lungo il litorale settentrionale, oltre la linea ferroviaria e lungo il nuovo lungomare. La città cominciò ad allungarsi verso nord. Dove prima esistevano dune, arenili e spazi scarsamente edificati, comparvero palazzi, pensioni e strutture turistiche. Il Ministero della Cultura individua proprio nell’edificazione del litorale e nella crescita delle seconde case uno dei segni della fase del turismo di massa sviluppatasi soprattutto a partire dagli anni Settanta. Il turismo portò lavoro, reddito e nuove opportunità. Ma modificò anche il paesaggio. La spiaggia divenne un bene economico da organizzare, attrezzare e promuovere. La vicinanza al mare aumentò il valore dei terreni e degli immobili. L’identità urbana, prima concentrata nel borgo, nel porto e nella campagna circostante, si estese lungo la costa. Il mare non era più soltanto davanti alla città: cominciava a determinare la forma della città.

Dal pescatore al turista con lo smartphone

Nel giro di poco più di un secolo è cambiato tutto. I primi bagnanti raggiungevano Termoli in treno, portavano bauli e rimanevano spesso per diverse settimane. Le famiglie sceglievano la località sulla base dei consigli di medici, parenti e conoscenti. Le fotografie erano rare e le immagini del viaggio venivano affidate soprattutto alle cartoline. Il turista contemporaneo arriva spesso dopo aver già visto Termoli sullo schermo. Conosce il profilo del borgo antico, il Castello svevo, il trabucco e la spiaggia di Sant’Antonio prima ancora di mettere piede in città. Legge recensioni, confronta strutture, segue mappe digitali e pubblica immediatamente fotografie e video. La destinazione non viene più soltanto visitata: viene raccontata in tempo reale. Questo produce opportunità, ma anche nuove contraddizioni. Il successo di un’immagine può attirare visitatori, ma rischia di ridurre una città complessa a pochi punti panoramici. Il borgo può diventare uno sfondo, la spiaggia un prodotto e la tradizione marinara uno spettacolo costruito per chi arriva. La sfida contemporanea consiste allora nel conservare ciò che rese Termoli una destinazione prima ancora dell’avvento del turismo di massa: il rapporto autentico tra la città, il mare e la sua comunità.

Non esiste una sola data di nascita

Quando è nato, dunque, il turismo a Termoli? La risposta più corretta non coincide con un solo anno. Il 1863-1864 segnò l’arrivo della ferrovia e la fine del relativo isolamento della città. Tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento comparvero i primi stabilimenti e il Bagno Bontempo. Negli anni Venti il Nettuno consolidò l’organizzazione balneare. Nel 1928 Termoli si presentava pubblicamente come “soggiorno balneare”, accoglieva visitatori dal Molise e dalla Puglia e disponeva già di alberghi, ristoranti e numerosi collegamenti ferroviari. Nel dopoguerra nacquero strutture più moderne, mentre la Bifernina e l’automobile aprirono la strada al turismo popolare. Nel 1962 l’istituzione dell’Azienda di soggiorno sancì infine il riconoscimento amministrativo di una vocazione ormai consolidata. Il turismo termolese non nacque quindi dall’iniziativa di una sola persona, né dalla costruzione di un unico albergo. Nacque dall’incontro tra infrastrutture, imprenditori, amministratori, famiglie in villeggiatura e una nuova percezione del paesaggio. Nacque soprattutto quando il mare smise di essere considerato soltanto un luogo di fatica. I pescatori continuarono a partire, le barche continuarono a rientrare e le mareggiate continuarono a depositare sulla sabbia alghe, legni e conchiglie. Ma accanto a quel mare vissuto e lavorato comparve un altro mare: osservato, desiderato, fotografato e venduto come esperienza. Da quel momento Termoli non fu più soltanto una città affacciata sull’Adriatico. Diventò una città verso la quale partire.

Nota sulle fonti e sulla data del Bagno Bontempo

La ricostruzione si basa principalmente sulla guida Città di Termoli – Soggiorno balneare del 1928, conservata dall’Archivio di Stato di Campobasso, sulla documentazione della Fondazione FS Italiane, sulle schede del Ministero della Cultura, sugli atti del Comune e dell’Azienda autonoma di soggiorno e su studi dedicati alla storia della balneazione termolese. La data del primo stabilimento balneare resta controversa: nelle pubblicazioni consultate compaiono il 1884, il 1890 e il 1903. Per questa ragione è storicamente più prudente collocare la nascita della balneazione organizzata tra la fine dell’Ottocento e i primissimi anni del Novecento, evitando di presentare una singola data come definitivamente accertata.




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Redazione

Source link

Di