La Fifa dovrebbe avere un’ambizione piuttosto semplice. Fare poche cose, farle bene. Organizzare il Mondiale, governare il calcio, redistribuire parte delle risorse che quello stesso calcio produce. È più difficile di quanto sembri. Mies van der Rohe ha cambiato il design del Novecento seguendo «less is more» come stella polare. Anche le istituzioni dovrebbero coltivare la stessa aspriazione. È un equilibrio che a lungo ha dato legittimità alla Fifa: se il calcio produceva valore, la Fifa si limitava ad amministrarlo. Certo, la trasparenza è stata spesso una chimera, come dimostrano le stagioni di João Havelange e Sepp Blatter. Ma siccome l’età dell’ingenuità è finita da un po’, Gianni Infantino si è stufato e ha deciso di stracciare anche l’apparenza.
Con Fifa Forward Enterprises, Infantino ha proposto di separare il cuore commerciale della federazione dal resto dell’organizzazione, trasferendo diritti televisivi, sponsorizzazioni, ticketing e licenze del Mondiale e delle altre principali competizioni in una nuova società, di cui la Fifa manterrebbe il controllo, aprendone però una quota a investitori privati. Promette miliardi di dollari, subito disponibili, da redistribuire alle 211 federazioni affiliate. Infantino ne parla entusiasta come del modo più efficiente per estrarre valore dal calcio e reinvestirlo nel suo stesso sviluppo.
Questa operazione presuppone che la Fifa veda i Mondiali come parte del patrimonio economico. Non è così. I Mondiali riflettono un valore collettivo prodotto da un intero ecosistema che comprende campionati, club, giocatori e tifosi. «I Mondiali non sono in vendita, non sono l’asset finanziario del presidente della Fifa», ha scritto l’associazione delle leghe europee in un comunicato. La posizione della Uefa è stata ancora più netta: «Il Mondiale non può essere trattato come un prodotto d’investimento», ha scritto nel documento approvato all’unanimità dalle cinquantacinque federazioni europee. «Nessuno ha l’autorità morale di vendere ciò che custodisce soltanto in nome della generazione successiva».
L’idea di Infantino non è priva di efficacia, soprattutto per le decine di federazioni che dipendono quasi interamente dai programmi Fifa per finanziare centri tecnici, campi di allenamento e attività giovanili. È anche grazie a quei fondi che Paesi come Capo Verde, Curaçao, Giordania o Uzbekistan hanno raggiunto per la prima volta i Mondiali quest’anno. Per cui oggi sarebbe difficile chiedere ai dirigenti di Aruba, Bhutan o Zimbabwe di rinunciare a decine di milioni di dollari in nome di un principio astratto di governance. Ma è proprio qui che sta la forza politica, e più subdola, di Infantino: trasformare ogni aumento dei ricavi in un aumento del consenso.
La Fifa non è mai stata così ricca come in questa fase, arriva dal Mondiale più redditizio della sua storia. Allora perché dovrebbe aver bisogno di trasformare il suo principale patrimonio in un asset finanziario? Ieri se lo chiedeva anche James Horncastle nel suo commento su The Athletic, in cui parla di un calcio «ossessionato dal denaro». Perché il punto nodo non è quanti soldi produce il calcio – l’ideale sarebbe massimizzarli, è chiaro, tutti d’accordo su questo. Il problema però è chi controlla il meccanismo che li produce, e quale potere deriva dal distribuirli.
È per questo che la critica più rumorosa è arrivata dalla Uefa: la federazione europea vuole solo difendere il suo spazio economico e da decenni ormai è entrata in un conflitto costante con la Fifa. Una guerra silenziosa per stabilire chi abbia il diritto di espandere il calcio, creare nuove competizioni e, quindi, appropriarsi del valore economico che quelle competizioni generano. Con Fifa Forward Enterprises, Infantino ha calato sul tavolo una carta fortissima e ha spaventato l’Uefa. Ma sembra non aver preso in considerazione il potere commerciale di chi ha di fronte.
Ieri, dopo la riunione d’emergenza delle federazioni affiliate, Aleksander Čeferin ha risposto dicendo che nessuna nazionale europea parteciperà alle competizioni Fifa finché il progetto di Infantino non sarà ritirato integralmente. Una minaccia senza precedenti, che da sola rischia di far saltare l’intera operazione e anche la prossima edizione dei Mondiali. Per ora siamo nel campo della deterrenza, ma nessuno vorrebbe scoprire a sue spese se gli europei stanno bluffando oppure no. Anche perché ad esempio una Coppa del Mondo per club, senza squadre Uefa, non avrebbe alcun appeal per gli investitori: il senso stesso di Fifa Forward Enterprises cadrebbe a zero in un secondo.
Va ricordato però che la Uefa in questa battaglia ha gioco facile a prendersi lo stendardo del difensore dei valori del calcio e dello sport. E lo aveva già fatto denunciando ripetutamente l’allargamento del Mondiale per club e la crescente congestione del calendario internazionale, accusando la Fifa di inseguire una logica di espansione continua. Sarebbe però un errore leggere questo scontro come una contrapposizione tra chi difende il calcio e chi vuole mercificarlo.
È una prospettiva che avevamo già intravisto durante la crisi della Superlega del 2021. Allora la narrazione prevalente opponeva una Uefa custode del calcio europeo a dodici club che volevano riformare il calcio europeo – subito indicati come ribelli, accusati di voler privatizzare lo sport. Ma quella lettura ignorava un fatto essenziale. Da anni anche la Uefa aveva imboccato una strada di crescente espansione commerciale: l’allargamento della Champions League, la nascita della Nations League, la moltiplicazione delle partite internazionali rispondevano anch’essi a una logica di crescita economica.
Più realisticamente, insomma, quello tra Uefa e Fifa è il conflitto tra due istituzioni che rivendicano entrambe il diritto di guidare la crescita del calcio e di controllarne il valore economico.
Anzi, non è neanche solo una questione economica. I soldi sono il mezzo. L’oggetto del contendere è il diritto di appropriarsi del valore economico prodotto dal calcio. Un saggio pubblicato l’anno scorso sull’Oxford Journal of Legal Studies fa notare come il problema della Fifa non sia soltanto l’accentramento del potere, ma la progressiva capacità dell’organizzazione di rendere sempre meno contendibili le proprie decisioni. In questa prospettiva, il controllo delle regole e quello delle risorse economiche finiscono per rafforzarsi reciprocamente.
Gli ultimi giorni ne hanno dato una dimostrazione. Infantino ha presentato Fifa Forward Enterprises alle federazioni affiliate fissando un ultimatum di una cinquantina di giorni per la sua approvazione e lasciando intendere che il progetto sarebbe andato avanti comunque. Ancora più significativo, ha descritto il ruolo della nuova società come quello di uno strumento capace di sviluppare il valore economico del calcio mondiale, avvicinando sempre di più la Fifa alla logica di un commissioner delle grandi leghe professionistiche americane. E non è un dettaglio da poco. Nelle grandi leghe professionistiche americane il commissioner è il manager incaricato di massimizzare il valore commerciale del campionato. Roger Goodell, commissioner della Nfl, percepisce uno stipendio superiore ai sessanta milioni di dollari l’anno. Dovremmo chiederci se una federazione senza scopo di lucro – quale dovrebbe essere la Fifa – debba davvero immaginare per sé quel modello, senza avere tutti i benefici che comporta (ricchezza distribuita solo tra fracnhigie proprietarie, contratti dei giocatori calcolati sulle entrate della lega, e tutto il resto).
Miguel Delaney sull’Independent ha scritto che la proposta di Infantino è stata accompagnata da un clima di pressione sulle federazioni, parlando apertamente di un sistema che assomiglia più alla costruzione del consenso attraverso incentivi e favori – Delaney parla proprio di «corruzione» – che a un normale processo deliberativo.


Nel 2023, pronunciandosi sul caso Superlega, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che quando un soggetto esercita contemporaneamente funzioni di regolatore e di operatore economico, il suo potere deve rispettare criteri di trasparenza, oggettività, proporzionalità e non discriminazione. Perché più un’istituzione trae vantaggio economico dalle decisioni che prende, più diventa difficile distinguere l’interesse generale dall’interesse proprio.
In quel caso la sentenza nasceva dal contenzioso per la Superlega con la Uefa, ma è una riflessione che oggi riguarda anche la Fifa. Perché se il regolatore del calcio mondiale decide contemporaneamente di creare nuove competizioni, di ridisegnare il calendario internazionale e di trasferire gli asset commerciali più redditizi in una società aperta a investitori privati, il confine tra governo dello sport e valorizzazione del proprio patrimonio diventa inevitabilmente più sottile, più sfumato.
Del resto, le perplessità anche dall’Asia, non solo dalla potentissima Europa. Lo sceicco Salman bin Ibrahim Al Khalifa, presidente della Confederazione asiatica (Afc), ha criticato duramente il metodo seguito da Infantino, denunciando «azioni unilaterali che rischiano di minare le fondamenta stesse del calcio», basate su solidarietà, cooperazione e trasparenza. In una lettera alle federazioni asiatiche ha definito «totalmente inaccettabile» il fatto di non aver ricevuto alcuna analisi dettagliata delle conseguenze giuridiche, finanziarie e di governance del progetto, aggiungendo che una trasformazione di questa portata «non può essere imposta con tempi così compressi».
Anche la Concacaf, tradizionalmente considerata una delle confederazioni più vicine a Infantino, ha respinto il progetto. In un comunicato approvato ieri sera insieme alle sue trentacinque federazioni affiliate (ce ne sarebbero quarantuno, ma sei non sono affiliate) ha denunciato la mancanza di un regolare processo decisionale, i tempi artificialmente accelerati e l’assenza di qualsiasi valutazione da parte degli organi di governo della Fifa, arrivando a chiedere perché un’organizzazione reduce dal Mondiale più redditizio della storia abbia bisogno di aprire il proprio patrimonio a investitori privati. Una domanda che, ormai, non riguarda più soltanto l’Europa. Questo vuol dire che al momento i contrari al piano di Infantino dovrebbero avere circa novantasei voti su duecentoundici, per la maggioranza nel servono centosei. Ma il margine di errore per la Fifa si assottiglia.
C’è anche un’altra importante considerazione sul futuro della nuova piattaforma annunciata da Infantino. Se domani un altro presidente ereditasse Fifa Forward Enterprises, prenderebbe una struttura che rende la federazione ancora più dipendente dalla crescita continua dei propri ricavi. Una volta che il valore del Mondiale viene trasformato in un asset finanziario, aumenta inevitabilmente la pressione a farlo rendere sempre di più: nuove competizioni, nuovi mercati, nuovi sponsor, nuovi diritti televisivi. Non perché lo richieda necessariamente il calcio, ma perché lo richiede la logica dell’asset stesso.
Che il calcio sia diventato un business non lo scopriamo oggi, e non è neppure così male – dopotutto la crescita economica è stata il motore di una professionalizzazione che ha portato il gioco a un livello sempre più alto, con prestazioni individuali e di squadra prima impensabili. La novità è che anche le organizzazioni nate per governarlo vogliono comportarsi come imprese che competono per appropriarsi del valore prodotto dal gioco. La Fifa dovrebbe trarre la propria legittimità, e quindi giustificare la sua esistenza, nell’amministrare saggiamente quel valore. La domanda è se, inseguendo la sua continua espansione, finirà per dimenticare la differenza tra amministrarlo e possederlo.
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Alessandro Cappelli
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