Un ritmo record che solleva dubbi sulla sua effettiva soliditÃ
Il cancelliere Friedrich Merz sta ora esortando l’UE a mantenere questo ritmo e a rivedere o rinegoziare rapidamente gli accordi con Australia, Indonesia e Messico. L’Unione Europea ha ormai concluso accordi commerciali con oltre 76 paesi e sta persino valutando l’adesione al blocco di libero scambio CPTPP. A prima vista, questo sviluppo sembra un trionfo della politica commerciale europea. Tuttavia, un esame più attento rivela una debolezza strutturale ben più preoccupante di qualsiasi singolo dazio: l’UE non agisce per una questione di forza strategica, ma per necessità , perché un singolo presidente americano, con la sua imprevedibilità , ha destabilizzato il commercio globale. Un commento sull’accordo con l’Indonesia illustra sinteticamente questa disparità : mentre l’UE ha negoziato il suo accordo con Giacarta per dieci anni e ha negoziato 21 capitoli su commercio, servizi, investimenti e standard ambientali e sociali, a Trump sono bastate poche settimane per un accordo comparabile, ma significativamente più limitato, poiché il suo documento si concentra principalmente sui dazi. Questa velocità può sembrare impressionante, ma ha un costo sostanziale: gli esportatori indonesiani dovranno pagare dazi del 19% in futuro e sono stati inoltre spinti ad acquistare prodotti americani per miliardi di dollari, tra cui 50 aerei passeggeri Boeing.
Anche i successi europei si rivelano più fragili di quanto appaiano inizialmente. Nonostante la firma, l’accordo con il Mercosur è stato deferito alla Corte di giustizia europea per essere esaminato dal Parlamento europeo, il che potrebbe comportare un ritardo fino a due anni. I critici provenienti da Francia e Polonia temono importazioni a basso costo di carne bovina sudamericana che metterebbero sotto pressione gli allevatori europei, mentre i gruppi ambientalisti mettono in guardia contro un’ulteriore deforestazione in Amazzonia. Anche l’accordo con l’India è meno ambizioso di quanto suggerisca la sua definizione di “madre di tutti gli accordi”: non prevede la piena liberalizzazione del settore automobilistico ed esclude completamente gli appalti pubblici, l’energia, le materie prime e gli investimenti industriali. Inoltre, prima di poter essere ratificato, è necessario tenere conto di tutte le lingue ufficiali dell’UE, ottenere una maggioranza qualificata degli Stati membri e convincere il Parlamento europeo: un processo che, secondo le stime indiane, potrebbe richiedere un altro anno anche nello scenario migliore.
Il vero problema è più profondo di qualsiasi controversia doganale
Ben più grave delle specifiche tariffe è la graduale erosione del sistema commerciale globale basato sulle regole. L’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), che fin dal dopoguerra ha avuto il compito di fungere da arbitro nelle controversie commerciali internazionali, appare praticamente impotente di fronte alla politica tariffaria americana. Un professore di diritto svizzero lo ha espresso senza mezzi termini: sembra che il presidente americano voglia semplicemente dimostrare di poter agire senza limiti, soprattutto senza alcun rispetto per il diritto internazionale. Il direttore generale dell’OMC, Ngozi Okonjo-Iweala, ha descritto la situazione attuale a marzo come la peggiore perturbazione degli ultimi 80 anni e la più grande crisi del commercio globale dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Pur sottolineando che, nonostante tutte le perturbazioni, quasi tre quarti del commercio globale si svolge ancora in conformità con le regole dell’OMC, gli aumenti tariffari unilaterali americani sono considerati una palese violazione dei principi fondamentali dell’organizzazione.
Il motivo per cui Trump aggira sistematicamente le istituzioni multilaterali è ovvio: i negoziati bilaterali con singoli paesi o blocchi economici pongono gli Stati Uniti in una posizione negoziale di gran lunga più forte rispetto a quanto potrebbe mai fare un insieme di regole comuni e universalmente applicabili. Questa strategia, che consiste nel creare deliberatamente divisioni tra blocchi economici e nazioni, mira in ultima analisi a indebolire la coesione multilaterale nel suo complesso. Per gli Stati colpiti, ciò significa una realtà radicalmente nuova: coloro che non reagiscono abbastanza rapidamente e non cercano nuovi partner si ritrovano intrappolati nel fuoco incrociato di un sistema in cui è il puro potere negoziale, piuttosto che le regole, a determinare le opportunità economiche.
La Germania tra dipendenza e riallineamento
Per la Germania, un’economia orientata all’esportazione e con legami particolarmente stretti con il mercato americano, questa nuova realtà ha un duplice potenziale esplosivo. In primo luogo, l’economia tedesca, a causa della sua tradizionale elevata dipendenza dalle esportazioni, è particolarmente vulnerabile ai dazi americani, come hanno ripetutamente sottolineato gli economisti. In secondo luogo, Washington possiede un intero arsenale di strumenti di pressione aggiuntivi rispetto ai dazi tradizionali, che vanno dai controlli sulle esportazioni di tecnologie critiche alle sanzioni finanziarie che potrebbero escludere aziende e banche europee dal sistema finanziario americano, sebbene tali misure siano attualmente considerate meno probabili. Allo stesso tempo, recenti sondaggi della Camera di Commercio tedesco-americana mostrano che le aziende tedesche con stabilimenti negli Stati Uniti sono sempre più pessimiste sul futuro e stanno ridimensionando i loro investimenti in America, dopo anni di fiducia delle imprese superiore alla media. Questa incertezza colpisce in particolare l’industria automobilistica, che ha avuto una forte presenza negli Stati Uniti fin dagli anni ’90, quando BMW e Mercedes-Benz hanno aperto stabilimenti nel Sud degli Stati Uniti, seguite da Volkswagen circa un decennio dopo.
Al contempo, il nuovo contesto geopolitico offre anche l’opportunità di un riallineamento strategico atteso da tempo. Diversificare le relazioni commerciali, allontanandosi da una focalizzazione unilaterale sugli Stati Uniti e orientandosi verso una rete di partenariati più diversificati con India, Sud America, Sud-est asiatico e altre regioni, ridurrà la vulnerabilità a lungo termine delle economie tedesca ed europea proprio a tali tentativi di ricatto. La questione cruciale, tuttavia, è se questo riallineamento avverrà con sufficiente rapidità e se l’UE sarà in grado di adattare i suoi processi decisionali interni, notoriamente lenti – che, anche dopo la conclusione dei negoziati, possono richiedere anni per la ratifica definitiva – all’attuale ritmo delle trattative.
Un vantaggio fragile con una data di scadenza
L’attuale accelerazione della diplomazia commerciale europea è indubbiamente reale e significativa nella sua sostanza. Tuttavia, non va confusa con un riposizionamento strategico dell’Europa come potenza commerciale globale sicura di sé. Si tratta piuttosto di un adeguamento reattivo a uno shock esterno la cui origine – l’imprevedibilità di un singolo leader politico – potrebbe svanire in qualsiasi momento o assumere una direzione completamente nuova. Qualora le relazioni tra Washington ed Europa dovessero normalizzarsi nuovamente in un futuro prevedibile, o qualora la politica interna americana dovesse portare a un orientamento di politica estera completamente diverso, è probabile che anche la pressione per le riforme sull’UE si attenui, con il rischio che molti dei processi di diversificazione appena avviati si arrestino. La vera lezione degli ultimi due anni, quindi, non è quella di celebrare l’effetto Trump come una fortunata coincidenza, ma di istituzionalizzare in modo permanente lo slancio che ne è derivato, indipendentemente da chi governerà alla Casa Bianca in futuro. Solo un’Unione Europea che diversifica le proprie relazioni commerciali per convinzione strategica e non semplicemente per un acuto timore di ricatti sarà resiliente nel lungo termine al prossimo attacco tariffario, indipendentemente dalla sua provenienza.
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 Konrad Wolfenstein
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