#Finsubito news dalla rete – Il diritto alla casa è una battaglia di destra: non regaliamola alla sinistra


Riceviamo e pubblichiamo il contributo del nostro affezionato lettore Eugenio La Sala

Sarà capitato anche a voi di avere una musica in testa recitava una famosissima canzone del 1968, poi riadattata da una marea di tifoserie per intonare orecchiabilissimi cori da stadio. Vittorio Feltri, qualche anno fa, in radio, contribuì a rendere celebre una delle tante rivisitazioni del brano. Bene. Negli ultimi giorni, invece, vi sarà sicuramente passata per la testa un’altra musica. Non era Zum Zum Zum, ma il tintinnio di un mazzo di chiavi che, dal Parlamento Europeo, si è levato ed è giunto fino a Roma, riecheggiando nella Piazza di Montecitorio. Ad agitare il sonaglino a Strasburgo, omaggiando il simbolo delle proteste spagnole contro la crisi abitativa, è stata l’eurodeputata Ilaria Salis.

Trovarsi in sintonia con le posizioni dell’Eurosalis, dal trampolino della Destra, è un tuffo logico-politico dal coefficiente di difficoltà davvero elevato. Tuttavia, non possiamo e non dobbiamo darle torto quando afferma che la casa è un diritto. Ovviamente, la sua è una rivendicazione corretta fin quando resta circoscritta nel perimetro di cinque parole. Dopodiché, è sufficiente chiedere alla deputata europea o a un suo elettore medio come tutelare quel diritto, come tradurre in azioni concrete quella rivendicazione, per ritrovarsi di fronte alle soluzioni più assurde. È proprio per questo che, dialetticamente, non bisogna cadere nel tranello di una contrapposizione ideologica fine a sé stessa. Specialmente il mondo della stampa che si rifà all’area del Centrodestra non deve inciampare in un’insofferenza aprioristica nei riguardi della battaglia per la casa, rischiando di liquidare la stessa come una questione di sinistra o, come si suol dire in Campania, robba ‘e cumuniste. In altri termini, ciò che va contestato è l’approccio, la ricetta, non certo l’inalienabile diritto a una residenza dignitosa. Se da una parte si mette in discussione la proprietà privata, si fomenta l’occupazione abusiva, si incentivano i quartieri-ghetto e si sfrutta ogni occasione pur di fare ammuina, dall’altra bisogna impegnarsi seriamente nella promozione della propria visione e, soprattutto, dei risultati centrati da un governo di Destra in materia di politiche per la casa. Sì, perché un tema così identitario non va lasciato, sul piano culturale, al variegato mondo della sinistra e dell’estrema sinistra.

Avere un tetto sulla testa è da sempre uno dei presupposti per mettere su famiglia. Dopo l’amore, ovviamente. Non è un caso che i Greci utilizzassero il termine oikos per indicare sia la casa che il nucleo familiare. E quest’ultimo rappresenta la dimensione in cui vengono custoditi i valori fondanti del conservatorismo sociale, nonché l’istituzione socio-affettiva che questa scuola di pensiero intende preservare a spada tratta. Per sillogismo, dunque, conservatorismo e casa sono due discorsi che vanno a braccetto. Possiamo quindi affermare che tra i due mondi esista una naturale sintonia, difficilmente conciliabile con una visione della società che tende ad estirpare le radici profonde di tolkieniana memoria e che considera la globalizzazione non un’opportunità di confronto e crescita, bensì un fenomeno che allontana progressivamente le persone dalla propria identità e dai propri legami territoriali. Alla luce di queste considerazioni, la Destra ha il dovere di promuovere con maggiore incisività il proprio background contenutistico valoriale sulla difesa del diritto alla casa, per evitare che una certa sinistra se ne appropri, autoproclamandosi latifondista di un terreno sul quale ha ancora tutto da dimostrare. L’ala di ispirazione conservatrice, oltretutto, può far leva non soltanto sulla spontanea corrispondenza tra i propri principi e il concetto di oikos, ma soprattutto sulle azioni di governo che testimoniano plasticamente il suo impegno sul fronte delle politiche abitative.

Vediamo un po’ di numeri. Il Piano Casa, approvato definitivamente dal Senato il 1° luglio 2026, mette sul tavolo obiettivi e strumenti concreti per affrontare il problema dell’emergenza abitativa. Il primo dato è quello dei 60.000 alloggi popolari che l’Esecutivo si propone di recuperare attraverso interventi di ripristino e manutenzione del patrimonio pubblico attualmente inutilizzabile, con una dotazione di 970 milioni di euro per il periodo 2026-2030. A questo si affianca l’ambizione di rendere disponibili circa 100.000 alloggi nell’arco di dieci anni, attraverso il coinvolgimento di investimenti pubblici e privati nell’edilizia sociale, per un valore complessivo del piano pari a 10 miliardi di euro. Non solo, dunque, manutenzione di edifici già esistenti, ma anche strumenti per ampliare l’offerta residenziale destinata a giovani coppie, studenti, lavoratori fuori sede e a quella fascia di cittadini che, pur non rientrando nelle categorie economicamente più fragili, fatica
a sostenere i prezzi del mercato immobiliare.

E, a proposito di studenti, il Governo Meloni è intervenuto anche sul fronte degli alloggi universitari, attraverso le iniziative del Ministero dell’Università e della Ricerca guidato da Anna Maria Bernini. I dati diffusi dal Ministero a settembre 2026 parlano di oltre 63.200 posti letto attivati, superando l’obiettivo PNRR dei 60.000 posti. Di questi, circa 33.000 risultano già realizzati e disponibili, mentre i restanti 30.000 sono previsti entro il 2027. Il piano contempla, inoltre, che almeno il 30% dei posti letto sia riservato agli studenti meritevoli privi di mezzi e che, per le altre sistemazioni, le tariffe siano inferiori di almeno il 15% rispetto ai valori medi di mercato. Sono numeri che meritano di essere messi in evidenza quando si discute di politiche abitative e di diritto allo studio. Perché una politica per la casa non si misura soltanto col metro dei proclami di piazza e delle rivendicazioni astratte, ma anche sulla capacità di tradurre gli impegni in risultati concreti: risorse stanziate, alloggi recuperati, posti letto effettivamente disponibili e misure capaci di rendere il diritto all’abitare una possibilità reale, soprattutto per chi studia.

Altro che i 174 miliardi di euro di risorse pubbliche bruciati con il Superbonus. Non venga a farci la lezioncina chi ha partorito una misura dai costi esorbitanti, dai risultati controversi sul piano dell’effettiva utilità sociale e che ha contribuito ad aggravare i conti pubblici, aprendo al contempo la strada a frodi miliardarie.

A questo punto, se proprio dobbiamo prendere lezioni da qualcuno, che sia almeno una lectio magistralis come quella di Amintore Fanfani e del suo Piano INA-Casa: una pagina di storia italiana che tutti dovrebbero guardare con ammirazione, senza alcun tipo di pregiudizio ideologico. Perché il Piano Fanfani non fu soltanto un grande progetto di edilizia residenziale pubblica, ma soprattutto un intervento capace di incidere concretamente sulla vita delle persone e di contribuire alla costruzione del patrimonio delle famiglie italiane. Un patrimonio che, oltre a rappresentare una conquista per chi lo ha costruito con tanti sacrifici, costituisce un lascito materiale per chi è venuto dopo e per chi verrà domani. Ed è proprio questo concetto di eredità che ha fatto la differenza e che merita quindi di tornare d’attualità nel dibattito pubblico del 2026. Perché – per citare Marcello Veneziani – ci siamo fin troppo assuefatti all’idea di una società che rifiuta l’eredità e che non
lascia in eredità nulla di particolarmente significativo. E il discorso vale tanto per la sfera valoriale quanto per quella materiale e, quindi, immobiliare. Avviato nel 1949 su impulso dello statista di Pieve Santo Stefano, con il contributo fondamentale del dirigente pubblico Filiberto Guala e dell’architetto Arnaldo Foschini, il Piano INA-Casa rappresenta, molto probabilmente, l’operazione di urbanizzazione sociale più significativa dell’Italia repubblicana. Il progetto seppe rispondere all’emergenza abitativa del dopoguerra, creare occupazione e offrire a centinaia di migliaia di famiglie la possibilità di accedere a una dimora dignitosa. Ma, soprattutto, contribuì a trasformare il volto delle città italiane, dando vita a nuovi quartieri e a nuove comunità. Non soltanto case, dunque, ma un’idea di società nella quale l’intervento pubblico diventava strumento di sviluppo, integrazione e costruzione di un patrimonio nazionale destinato a durare nel tempo. Un’esperienza che, piaccia o meno la provenienza partitica di Fanfani, merita di essere riscoperta e studiata per ciò che ha rappresentato nella storia del nostro Paese. Nonostante il tratto narcisistico e individualistico della nostra epoca che crede di poter fare a meno dei nostri padri e che rende praticamente superfluo il riferimento a ciò che viene prima. Veneziani docet.


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