case di comunità
29 Giugno 2026
Il medico ospedaliero ed ex parlamentare riflette sul ritiro del ddl, sull’Accordo collettivo nazionale dei medici di famiglia e sul futuro della riforma della medicina territoriale
Riceviamo e pubblichiamo l’intervento di Paolo Russo, medico ospedaliero ed ex parlamentare, dedicato al dibattito sull’Accordo collettivo nazionale per i medici di medicina generale, sulle Case di comunità e sul percorso di riforma della medicina territoriale.
Raramente un apparente insuccesso, un dietrofront così repentino ha prodotto un risultato così efficace e risolutivo. Parlo del disegno di legge di iniziativa governativa utile a riempire di contenuti professionali moderni e competenze nuove le Case di comunità e gli Ospedali di comunità. Subito è stato tacciato di scarsa esperienza politica il Ministro Schillaci, pronte le opposizioni hanno parlato di flop ai danni dei cittadini e la stessa maggioranza è apparsa incerta e divisa. Quello stop ha lasciato un vuoto “cosmico” rispetto ad una esigenza da tutti riconosciuta, una sorta di assordante silenzio che ha investito la comunità della “salute”: la necessità di modernizzare il rapporto di lavoro dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta in chiave di risposta ineludibile alla crescente domanda di salute. Troppo facile, anche alla luce della drammatica esperienza del Covid, dare addosso ai medici di base: ancora ricordo le immagini social con centinaia di migliaia di visualizzazioni. Visite attraverso balconi, finestre e la distanza siderale che pure gli assistiti hanno visto crescere tra chat di WhatsApp e segreterie digitali. Nelle grandi città la carenza di medici ha acuito questa criticità, di fatto rendendo l’accesso alle cure, soprattutto per anziani e fragili, sempre più difficile! Il tema posto dal Ministro Schillaci di “popolare” adeguatamente le Case di comunità e gli Ospedali dicomunità è centrale e totalmente condivisibile per chiunque pratica con onestà intellettuale un po’ di politica sanitaria. Mi sono apparsi come dei giganti Bertolaso e lo stesso Fico, che hanno espresso polemicamente rammarico per la levata di scudi sindacale e politica che ha costretto allo stop il Ministro. Tanti altri, anche in maggioranza, furbescamente e con miseri calcoli elettorali, hanno ben pensato di lisciare il pelo ai potentissimi sindacati dei medici di famiglia. Non appena si è registrata la marcia indietro del governo, la questione Case di comunità ed Ospedali di comunità, rilevante non solo ai fini del Pnrr, ma soprattutto per rafforzare quella medicina territoriale da tutti invocata come salvifica, é diventata centrale ed oggetto di immediate, necessarie e responsabili attenzioni da parte di tutti gli attori istituzionali. Governo, Ministro della Salute, Regioni, Province autonome e soprattutto i sindacati dei medici, tutti con un apprezzabile atto di resipiscenza, hanno affermato che lo stop al DDL imponeva di perseguire nuove strade tecnicamente possibili. Certo, con un quadro normativo organico che definisse meglio i principi e le linee guida della gestione dei presidi territoriali di salute, la questione di poteva affrontare in via definitiva, valorizzando i professionisti e garantendo percorsi efficienti e condivisi ai tanti pazienti critici per evitare di sovraffollare i pronto soccorso della nostra penisola oggi al collasso.“Il gran gesto del Governo” ha richiamato ciascuno alle proprie responsabilità, sollecitato il senso istituzionale dei sindacati, che prima timidamente in Veneto con un accordo last minute ed oggi sul piano nazionale, hanno costruito un terreno condiviso per garantire un servizio al cittadino insostituibile. I sindacati hanno un vessillo da sbandierare: la vittoria contro lo strumento legislativo. Il governo ha così dimostrato che la finalità non era quella di prevalere o, peggio, punire i medici di medicina generale ed i pediatri di libera scelta, ma piuttosto la voglia di animare migliaia di infrastrutture socio sanitarie realizzate grazie alle risorse del Pnrr. Risorse che hanno garantito al Sud il 40% degli investimenti, hanno coinvolto le aree interne e le zone periferiche: insomma uno scheletro indispensabile per riannodare il senso di comunità e di solidarietà dell’intero Paese partendo proprio da chi ha maggiori fragilità. L’occasione è troppo ghiotta per lasciarla sfuggire: ognuno di noi, medici ospedalieri, medici di territorio, specialisti ambulatoriali e medici di medicina generale, infermieri e professionisti di tutte le professioni sanitarie facciano un passo in avanti per garantire cure migliori ai nostri concittadini. Si deve passare per le contrattazioni decentrate o per il contratto nazionale, per i sindacati o per un emendamento ad un prossimo decreto in conversione, ma si colga l’occasione per garantire più opzioni di libertà ai tanti attori professionisti della salute consentendo anche a chi opera in regime di esclusività di contribuire a garantire l’efficienza dei servizi sanitari di prossimità. Al Ministro il merito di aver rilanciato con coraggio e con la consapevolezza tipica del tecnico professionista che conosce dall’interno le criticità e gli ingranaggi, anche quelli arrugginiti, dei rituali stanchi e desueti del mondo sanitario. Ben venga la decisione del Governo che fa un passo indietro per consentire che il cittadino faccia un passo in avanti verso una sanità di prossimità più rapida ed efficace.
di Paolo Russo*
*medico ospedaliero già parlamentare
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