Ci sono giorni in cui una Corte Suprema decide delle cause. E ci sono giorni in cui riscrive gli equilibri di una democrazia. Ieri è stato uno di quei giorni. Nel giro di poche ore, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso quattro decisioni destinate a lasciare un segno profondo. Tre rappresentano una netta sconfitta per Donald Trump. La quarta è invece una vittoria storica per la sua idea di presidenza: un potere esecutivo sempre meno limitato dai tradizionali contrappesi costituzionali.
È un paradosso solo apparente. Perché le due cose possono convivere.
La prima decisione riguarda E. Jean Carroll, la giornalista che ha accusato Trump di averla stuprato nel camerino dei grandi magazzini Bergdorf Goodman di New York, a metà degli anni Novanta. Trump ha sempre negato tutto, definendola una bugiarda e trasformandola per anni nel bersaglio di continui attacchi personali.
Una giuria federale civile, il 9 maggio 2023, ha invece stabilito che Trump è civilmente responsabile per abuso sessuale e diffamazione, condannandolo a pagare cinque milioni di dollari. Il 30 dicembre 2024 la Corte d’Appello del Secondo Circuito ha confermato integralmente quella sentenza. Trump si è quindi rivolto alla Corte Suprema.
Ieri i giudici hanno rifiutato perfino di esaminare il suo ricorso.
Può sembrare un dettaglio procedurale. Non lo è. Significa che la sentenza del 2023 diventa definitiva. Trump resta legalmente responsabile dell’abuso sessuale e della diffamazione di Carroll e dovrà pagare i cinque milioni di dollari stabiliti dalla giuria.
La seconda decisione è ancora più importante perché riguarda il cuore stesso della democrazia americana.
Dalla sconfitta del 2020 Trump ha trasformato il voto per corrispondenza in uno dei bersagli principali della sua strategia politica. Lui e il Partito Repubblicano hanno cercato ripetutamente di impedire il conteggio delle schede arrivate dopo l’Election Day, anche quando erano state spedite entro i termini previsti dalla legge.
L’obiettivo politico è evidente: restringere l’accesso al voto in categorie di elettori che utilizzano più frequentemente il voto postale, dagli anziani ai militari all’estero, fino a molti elettori democratici.
Ieri la Corte Suprema ha respinto questo tentativo, confermando che gli Stati possono continuare a conteggiare le schede spedite in tempo anche se recapitate qualche giorno dopo.
il procedimento civile
La Corte Suprema conferma: Trump deve risarcire 5 milioni per aggressione sessuale a Carroll
IACOPO LUZI
È una decisione fondamentale. Le democrazie sopravvivono solo se le regole del gioco non vengono cambiate mentre la partita è in corso.
Anche la terza sentenza rappresenta un limite imposto a Trump, sebbene abbia ricevuto meno attenzione.
I giudici hanno impedito al Presidente di licenziare Lisa Cook, membro del Board della Federal Reserve. Può sembrare una questione tecnica. In realtà riguarda uno dei pilastri dell’economia mondiale.
La credibilità della Federal Reserve dipende dalla sua indipendenza dal potere politico. Se ogni presidente potesse sostituire i governatori della banca centrale perché non condivide le loro decisioni sui tassi d’interesse, la politica monetaria diventerebbe inevitabilmente uno strumento elettorale.
Difendendo Lisa Cook, la Corte ha difeso l’indipendenza della banca centrale americana e, indirettamente, la fiducia internazionale nel dollaro.
Poi è arrivata la quarta sentenza. Ed è qui che il quadro cambia radicalmente.
Con la sentenza Trump contro Slaughter, la Corte Suprema ha rovesciato quasi novant’anni di giurisprudenza, attribuendo al Presidente un potere molto più ampio di rimuovere i commissari della Federal Trade Commission, la FTC.
Per molti lettori italiani la FTC dice poco. Negli Stati Uniti, invece, è una delle autorità indipendenti più importanti. Vigila sulla concorrenza, combatte i monopoli, blocca fusioni che possono alterare il mercato, tutela i consumatori e controlla gli abusi delle grandi multinazionali. Il Congresso l’aveva voluta indipendente proprio perché potesse prendere decisioni senza subire le pressioni della politica.
Per quasi un secolo nessun presidente ha potuto licenziare i suoi commissari semplicemente perché non ne condivideva le scelte o desiderava sostituirli con persone più fedeli. Non era un dettaglio burocratico. Era uno dei contrappesi costruiti dalla Costituzione americana per evitare un’eccessiva concentrazione del potere esecutivo.
Da ieri questo equilibrio è cambiato.
Il rischio è evidente. Quando un’autorità indipendente diventa politicamente dipendente dalla Casa Bianca, aumenta inevitabilmente la tentazione di essere più indulgenti con gli amici e più severi con gli avversari.
Per questo la sentenza va ben oltre il destino della Federal Trade Commission. Segna un nuovo trasferimento di potere dal Congresso alla Presidenza e indebolisce uno dei pilastri del sistema americano dei checks and balances.
E non si tratta di un episodio isolato.
Negli ultimi anni la Corte Suprema ha progressivamente spostato il baricentro costituzionale verso la Casa Bianca. Nel giugno 2022 ha cancellato mezzo secolo di tutela costituzionale del diritto all’aborto. Nel luglio 2024 ha stabilito che un presidente gode di un’ampia immunità penale per gli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, rendendo molto più difficile chiamarlo a rispondere davanti alla giustizia.
Ci sono state anche eccezioni. Solo pochi mesi fa la stessa Corte ha inflitto a Trump una significativa sconfitta, stabilendo che il Presidente non può imporre dazi generalizzati invocando semplicemente i poteri d’emergenza. È stato un richiamo a uno dei principi più antichi della Costituzione: il potere di imporre tasse e dazi appartiene innanzitutto al Congresso.
Ed è proprio questo a rendere così significativa la giornata di ieri.
Tre volte la Corte Suprema ha funzionato come argine: ha difeso lo Stato di diritto nel caso Carroll, ha protetto l’integrità delle regole elettorali e ha preservato l’indipendenza della Federal Reserve. Ma, nello stesso pomeriggio, ha anche indebolito uno dei più importanti limiti costituzionali al potere del Presidente.
Le due cose si contraddicono, ma raccontano bene l’America di oggi.
A mio giudizio, la Corte Suprema non è più quell’arbitro indipendente che per decenni ha rappresentato il punto di equilibrio del sistema costituzionale americano. Troppe decisioni vanno nella stessa direzione: una Presidenza più forte, un Congresso più debole, meno vincoli all’esercizio del potere esecutivo.
Eppure la giornata di ieri ci ricorda anche un’altra verità. Perfino questa Corte, con una solida maggioranza conservatrice, continua talvolta a dire no a Donald Trump. Esistono ancora limiti che nemmeno lui riesce sempre a superare.
Ma il verdetto più importante deve ancora arrivare.
Prima della pausa estiva, la Corte è chiamata a pronunciarsi sul caso più esplosivo dell’intero mandato: l’ordine esecutivo con cui Trump vuole limitare il principio dello ius soli, garantito dal XIV Emendamento della Costituzione dal 1868. La domanda è semplice solo in apparenza: un Presidente può restringere con un proprio decreto un diritto costituzionale che dura da oltre un secolo e mezzo?
La risposta riguarderà molto più dell’immigrazione perché dirà agli americani e al resto del mondo se il Presidente degli Stati Uniti può riscrivere, da solo, il significato della Costituzione oppure se esistono ancora limiti invalicabili al suo potere.
Dopo le decisioni di ieri, questa non è più una disputa giuridica. È la domanda costituzionale più importante della presidenza Trump. E forse il banco di prova decisivo per il futuro della democrazia americana
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Alan Friedman
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