La storia della Sicilia potrebbe essere molto più antica di quanto per lungo tempo si sia creduto. Prima dei Greci, prima delle grandi civiltà che hanno lasciato sulle sue coste templi, città e necropoli, l’isola era già attraversata e abitata dall’uomo. A raccontarlo sono gli strumenti di pietra, i resti di animali, le conchiglie, i focolari e le tracce di antichi insediamenti che, nel corso di decenni di ricerche, hanno restituito l’immagine di una Sicilia frequentata fin dalle epoche più remote della preistoria. Secondo la ricostruzione di Enzo Guidotto, proprio la posizione geografica dell’isola avrebbe potuto renderla una naturale via di passaggio per le popolazioni primitive provenienti dall’Africa e dirette verso l’Europa. Una storia antichissima nella quale il territorio trapanese avrebbe avuto un ruolo tutt’altro che marginale.
La lunga scoperta della preistoria siciliana
Per molto tempo, tuttavia, l’idea che l’uomo fosse presente in Sicilia in epoche estremamente remote incontrò forti resistenze. Fino alla prima metà degli anni Sessanta del Novecento era infatti diffusa la convinzione che l’arrivo dell’uomo nell’isola fosse avvenuto soltanto alla fine del Paleolitico, circa dodicimila anni fa. Le prime esplorazioni archeologiche della Sicilia nord-occidentale erano iniziate già nell’Ottocento, con una serie di studiosi impegnati a indagare grotte e territori compresi tra le Egadi e Termini Imerese. Un ruolo importante ebbe poi, nel 1925, l’archeologo francese Raymond Vaufrey, che esplorò nuovamente il litorale trapanese e individuò numerose grotte. Tra i siti più significativi emerse la Grotta Mangiapane di Scurati, nei pressi di Custonaci, destinata a diventare un punto di riferimento per lo studio della preistoria siciliana.
Le tracce più antiche sulle rive del Baiata
Negli anni ’30 l’attenzione si spostò anche sul territorio di Paceco. Lungo le sponde del torrente Baiata, nelle zone di Malummèri e Sciarotta, il professor Rosario Gervasi raccolse una grande quantità di reperti. Si trattava di strumenti realizzati in selce e quarzite, tra cui lame, raschiatoi, punte, punteruoli e bulini. Accanto a questi comparivano ossa, denti e corna di animali, oltre a conchiglie di molluschi terrestri e marini. Quelle scoperte restituivano l’immagine di comunità che vivevano in stretto rapporto con l’ambiente: cacciavano, pescavano, raccoglievano molluschi e prodotti spontanei della terra e utilizzavano la pietra, ma anche materiali come legno, osso, corno, cuoio e fibre naturali.
Un mondo scomparso, ma ancora leggibile
Attraverso i reperti, Guidotto ricostruisce anche la possibile quotidianità di quelle popolazioni. Gli uomini preistorici non vivevano soltanto nelle grotte, ma potevano costruire capanne e ripari all’aperto, organizzandosi in piccoli accampamenti. Utilizzavano sostanze coloranti come l’ocra, realizzavano oggetti ornamentali con conchiglie e denti, raccoglievano fossili e minerali e praticavano attività artistiche, dai graffiti alle pitture e alle sculture. Era un mondo lontanissimo, ma non privo di una propria cultura e di una complessa organizzazione della vita quotidiana. Le tracce lasciate nella terra raccontano infatti una capacità di adattamento e di utilizzo delle risorse che permettono ancora oggi di intuire la presenza di comunità umane ben strutturate.
Il reperto che poteva cambiare la storia
Ma è proprio a Paceco che la ricostruzione di Guidotto assume un carattere particolarmente significativo. Tra i reperti raccolti da Gervasi e studiati dalla giovane Elsa Petralia comparvero alcuni manufatti dalla forma insolita, differenti rispetto agli strumenti tipici del Paleolitico superiore. Sei elementi presentavano caratteristiche riconducibili alla cosiddetta tecnica levalloisiana, una modalità sofisticata di lavorazione della pietra associata alle culture musteriane del Paleolitico medio e tradizionalmente legata all’Uomo di Neanderthal. Una delle punte, in particolare, appariva per forma e lavorazione riconducibile alla tipologia musteriana. La studiosa, tuttavia, fu estremamente prudente nelle conclusioni, anche perché l’interpretazione dominante della preistoria siciliana escludeva allora la presenza di culture così antiche nell’isola. Quelle pietre, dunque, potevano rappresentare qualcosa di molto più importante di una semplice anomalia. Potevano essere la traccia di una presenza umana molto più antica di quella ufficialmente riconosciuta.
La rivoluzione che arrivò dalle pietre
La concezione tradizionale cominciò lentamente a entrare in crisi alla fine degli anni ’50. Le nuove ricerche archeologiche dimostrarono infatti che vaste aree della Sicilia non erano mai state esplorate scientificamente in maniera sistematica. Poi arrivarono scoperte ancora più sorprendenti. Nell’Agrigentino furono individuate amigdale e strumenti di quarzite che sembravano retrodatare di centinaia di migliaia di anni la presenza umana nell’isola. Le ricerche di Gerlando Bianchini contribuirono a cambiare radicalmente il quadro. Secondo gli studi citati da Guidotto, in Sicilia erano presenti testimonianze riconducibili persino alla cosiddetta pebble culture, la cultura del ciottolo lavorato, con origini africane e risalente a epoche remotissime. La preistoria siciliana non cominciava dunque dodicimila anni fa. Le sue radici potevano affondare molto più indietro, fino a milioni di anni nel passato.
La scoperta di Guidotto e il mezzo milione di anni
È in questo nuovo scenario che si inseriscono le ricerche personali di Enzo Guidotto. Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, durante le sue esplorazioni nel territorio di Paceco, raccolse reperti nelle zone di Malummèri, Sciarotta, Verderame, Kinisia, Rocche Draele e Granatello. Il materiale venne successivamente sottoposto all’attenzione di studiosi come Paolo Graziosi e Gerlando Bianchini. Alcuni strumenti di quarzite furono ricondotti al clactoniano evoluto e al levalloiso-musteriano, culture riferibili a una fase compresa tra la fine del Paleolitico inferiore e l’inizio del Paleolitico medio. La conseguenza era straordinaria: le nuove scoperte permettevano di retrodatare di circa cinquecentomila anni la presenza dell’uomo nel territorio trapanese rispetto alle conoscenze allora accreditate. Tra gli oggetti più significativi compariva un chopper, un ciottolo di quarzite scheggiato e utilizzato come strumento tagliente. Un utensile semplice nella forma, ma capace di raccontare una storia profondissima: quella di uomini che utilizzavano la pietra per tagliare, lavorare il legno, incidere e forse anche per le attività legate alla caccia.
Una storia ancora da completare
Le scoperte di Paceco sembravano aprire la strada a una ricostruzione molto più ampia della preistoria del territorio. La presenza di strumenti attribuibili a diverse fasi del Paleolitico, dal più antico al più recente, delineava infatti una continuità di frequentazione umana che meritava ulteriori studi. Nel 1982, il Giornale di Sicilia dedicò alle scoperte un ampio articolo, sottolineando la portata delle nuove evidenze. L’auspicio era quello di avviare campagne di ricerca sistematiche capaci di mettere ordine tra i numerosi ritrovamenti effettuati nel corso degli anni. Ma, secondo Guidotto, quella svolta non arrivò mai pienamente.
Il patrimonio dimenticato
A distanza di anni, il territorio di Paceco conserva dunque una storia archeologica di enorme interesse, ma ancora in gran parte da approfondire. I reperti sono stati in parte esposti grazie all’impegno della Biblioteca comunale e di chi ha continuato a raccogliere e conservare le testimonianze del passato. Ma resta aperta la questione della valorizzazione complessiva del territorio. Le aree intorno al Baiata, secondo la visione di Guidotto, avrebbero potuto diventare un vero parco archeologico, capace di unire la tutela dell’ambiente alla conoscenza della preistoria.
Prima della memoria, c’era la pietra
La storia raccontata da Enzo Guidotto porta così il lettore indietro di centinaia di migliaia, forse milioni di anni, quando ancora non esistevano città, scrittura o monumenti e l’uomo lasciava dietro di sé soltanto tracce apparentemente insignificanti. Una pietra scheggiata, una punta, un chopper. Oggetti semplici, quasi invisibili nel paesaggio, ma capaci di attraversare il tempo e arrivare fino a noi. È attraverso quelle pietre che Paceco potrebbe raccontare uno dei capitoli più antichi della storia della Sicilia: quello di un’isola già abitata quando la civiltà era ancora lontanissima e il Mediterraneo rappresentava una grande strada naturale tra l’Africa e l’Europa. Una storia che, secondo Guidotto, non è ancora stata raccontata fino in fondo. E forse il vero mistero è proprio questo: quante altre tracce di quell’umanità remotissima attendono ancora di essere scoperte sotto la terra di Paceco?
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