Quando Donald Trump aveva annunciato nuovi dazi, l’Opposizione al governo Meloni aveva descritto scenari fortemente negativi per l’economia italiana: rischio di frenata per le aziende esportatrici, perdita di competitività sui mercati internazionali e possibili ripercussioni sull’occupazione, con il timore di nuovi licenziamenti. Ne abbiamo parlato spesso come, nel corso dei mesi, le ipotesi si siano sgretolate a fronte degli indici economici positivi che hanno riguardato l’Italia.
I numeri contenuti nell’ultimo Rapporto Sace, presentato oggi, ne sono l’ulteriore conferma. Non emerge un quadro di cedimento del sistema produttivo italiano, ma una traiettoria di crescita graduale dell’export di beni in valore, con prospettive positive per il prossimo triennio.
Secondo Sace, l’export italiano crescerà del 2% nel 2026, per poi accelerare al 2,5% nel 2027, raggiungendo quota 675 miliardi di euro, e al 2,8% nel 2028, quando supererà i 690 miliardi di euro. Numeri che assumono un peso politico ed economico significativo proprio perché arrivano dopo mesi di previsioni catastrofiche legate all’impatto dei dazi e alle tensioni internazionali.
Rapporto Sace: verso l’obiettivo dei 700 miliardi di export
La dinamica delineata dal Rapporto Sace viene considerata possibile in uno scenario di graduale ritorno alle condizioni precedenti al conflitto in Medio Oriente. Il percorso resta coerente con l’obiettivo dei 700 miliardi di euro di export, traguardo che potrà essere raggiunto continuando a sostenere la diversificazione dei mercati, lo sviluppo delle imprese italiane all’estero e il supporto di Sistema.
In questa cornice si inserisce il nuovo Piano Strategico 2026-2028 SACE50, che punta a rafforzare il ruolo dell’export come leva di crescita per il sistema economico nazionale. Per l’Italia, il dato non riguarda soltanto le grandi imprese già presenti sui mercati globali, ma anche l’intera filiera produttiva collegata al Made in Italy, ai macchinari, alla tecnologia, ai beni intermedi e alle produzioni ad alto valore aggiunto.
La lettura economica è chiara: nonostante dazi, instabilità geopolitica e incertezze commerciali, il sistema export italiano mostra capacità di adattamento e prospettive di espansione.
Asia-Pacifico tra le aree più dinamiche per il Made in Italy
Sul piano geografico, l’Asia-Pacifico si conferma una delle aree più dinamiche per l’export italiano. Le vendite italiane nell’area sono pari a 60,3 miliardi di euro nel 2025 e sono attese in crescita del 3,5% nel 2026.
Nel biennio 2027-2028, la crescita media annua prevista è del 3,4%, sostenuta da investimenti in innovazione, transizione verde, infrastrutture sostenibili e nuove catene di approvvigionamento.
Si tratta di un dato strategico per le imprese italiane, perché segnala una domanda estera ancora vivace in mercati caratterizzati da trasformazioni industriali, investimenti tecnologici e riorganizzazione delle filiere globali. In altre parole, proprio mentre una parte del dibattito politico aveva insistito sui rischi di chiusura commerciale, i dati indicano che per il Made in Italy restano aperti importanti spazi di crescita.
Medio Oriente, America Latina e Africa: nuove opportunità per le imprese italiane
Il Medio Oriente presenta un andamento più articolato. Dopo una contrazione prevista nel 2026, legata alla crisi nell’area del Golfo, l’export italiano è atteso tornare a crescere con decisione nel biennio successivo, con un incremento medio del 5,3%.
Anche l’America Latina offre segnali positivi. Le vendite italiane sono previste in aumento del 2% nel 2026 e del 3,1% medio annuo nel 2027-2028, spinte dai progetti in ambito energetico e dalla riorganizzazione delle catene del valore.
Particolarmente rilevante è anche il capitolo Africa. Grazie anche al Piano Mattei della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il continente presenta spazi di sviluppo per macchinari, tecnologie e beni intermedi. L’export verso i 18 Paesi prioritari del Piano Mattei vale 14,4 miliardi di euro, in crescita del 4,1% rispetto al 2024.
Per l’economia italiana, questi mercati rappresentano una leva di diversificazione fondamentale: ridurre la dipendenza dai bacini più tradizionali e intercettare nuova domanda internazionale diventa una delle condizioni decisive per consolidare la crescita.
Europa e Nord America restano centrali per l’export italiano
I mercati tradizionali continuano comunque a giocare un ruolo determinante. L’Europa avanzata resta il principale bacino di destinazione dell’export italiano, con 346 miliardi di euro di esportazioni nel 2025 e una crescita attesa del 2,5% nel 2026.
L’Europa Centro Orientale mostra invece profili di crescita significativamente superiori alla media nell’intero triennio. Anche il Nord America, nonostante il tema dei dazi e le tensioni commerciali, offre prospettive positive: l’incremento previsto è dell’1,9% nel 2026 e del 3,2% medio annuo nel biennio successivo.
Questo passaggio è particolarmente importante nel confronto con le previsioni più allarmistiche circolate nel dibattito politico. Il Nord America non viene descritto come un mercato in chiusura per l’Italia, ma come un’area ancora capace di offrire crescita alle imprese esportatrici.
Dazi, imprese e occupazione: perché questi numeri pesano nel dibattito economico
I dati del Rapporto Sace assumono un valore che va oltre la semplice statistica commerciale. Dopo gli allarmi sui dazi, sulle aziende italiane e sui possibili licenziamenti, le previsioni indicano invece una capacità di tenuta dell’economia italiana e una progressiva crescita dell’export.
Naturalmente il contesto internazionale resta complesso, tra instabilità geopolitica, crisi regionali e riorganizzazione delle catene globali del valore. Tuttavia, il quadro delineato da Sace non conferma l’idea di un sistema produttivo destinato a subire un tracollo. Al contrario, mostra un’Italia che può continuare a crescere sui mercati esteri, puntando su diversificazione, innovazione e presenza internazionale delle imprese.
Per il governo Meloni, questi numeri rappresentano un elemento economico rilevante nel confronto politico con l’Opposizione. Per le imprese, invece, indicano una direzione precisa: rafforzare la presenza nei mercati più dinamici, consolidare quelli tradizionali e accompagnare l’export italiano verso la soglia dei 700 miliardi di euro.
Export italiano oltre 690 miliardi nel 2028: il Made in Italy resta competitivo
La prospettiva tracciata da Sace è quella di un export italiano in crescita costante: +2% nel 2026, +2,5% nel 2027 e +2,8% nel 2028, fino a superare i 690 miliardi di euro.
In un contesto segnato da dazi, tensioni internazionali e timori sulla competitività, questi dati offrono una lettura economica molto diversa dalle previsioni più pessimistiche. Il Made in Italy non appare fermo, né destinato a perdere terreno. Al contrario, continua a muoversi lungo una traiettoria di crescita, sostenuta dalla capacità delle imprese italiane di trovare nuovi mercati, adattarsi ai cambiamenti globali e valorizzare la qualità delle proprie produzioni.
Il messaggio che arriva dal Rapporto Sace è dunque netto: l’export resta uno dei pilastri dell’economia italiana e, nonostante gli allarmi, il percorso verso i 700 miliardi di euro rimane aperto.
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Mirko Spadaro
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