Mario Biondi l’emiliano. Nato a Catania, quello che non ti aspetti è che colorisca l’intervista con espressioni che bene si adatterebbero a uno Zucchero o a un Ligabue. Trattasi, spiega lui, di «una via di mezzo tra il parmigiano e il reggiano, per barcamenarmi tra genti che tra loro confinano ma a unirli hanno solo il formaggio». Lui da 35 anni ha casa in quel di Parma: gran casale antico «con orto e frutteto, piscinotta e campetto», grande abbastanza per crescervi i figli più piccoli e ospitare i più grandi (in tutto ne ha 10) ogni volta che vogliano farvi ritorno. A Reggio Emilia, invece, ha vissuto dal 1973 al 1983: «Infanzia felice a trottolare in giro al seguito di mamma che, ex modella, aveva creato un’azienda di abbigliamento, e di babbo che un po’ l’accompagnava e un po’ faceva il cantante».
Avremmo dovuto parlare del lungo tour che celebra i 20 anni dell’album d’esordio, Handful of Soul, e del primo ellepì in italiano, Prova d’autore. E invece eccoci a fare un salto indietro nel tempo e nella vita di un artista atipico nel panorama italiano, più famoso all’estero che in patria (di certo prima là che qua). Un racconto che copre tre generazioni della famiglia Ranno (il vero cognome) che dalla Sicilia salì al Nord. «A Reggio il nonno era arrivato nel 1965. Aveva l’anima dell’imprenditore: aprì bar-pasticceria e lavanderie. Un patriarca con 7 figli cui chiedeva supporto, come allora si faceva. Mio padre tra tutti era più recalcitrante: voleva cantare. E alla fine riuscì a svincolarsi dal nonno ed ecco spiegato perché a un certo punto mi trovai nuovamente catapultato in Sicilia».
Reggio Emilia, quindi.
«Ricordo le giornate passate in un negozio di dischi vicino a casa fornitissimo e frequentando una piccola casa discografica dove papà aveva inciso un paio di 45 giri».
Emilia terra fertile per la musica…
«Era la Borgatti Records, piccola ma la prima di Vasco Rossi. Ricordo papà tornare a casa con i suoi dischi. “C’è questo ragazzo strano…”. Allora bastava poco per esserlo. Però lui davvero rompeva con il perbenismo dell’epoca (l’altro era Renato Zero). Ma pure papà un po’ anarchico lo era».
Questo però non spiega il ritorno in Sicilia.
«Cantante melodico tendente al progressive, ma anche sperimentatore, nel 1983 papà partecipa e vince un festival della canzone siciliana, viene additato come un innovatore e invogliato a prendere quella strada. Ed ecco che scende per perseguire il suo sogno (e allontanarsi da nonno che continuava a osteggiarlo). È così che inizia anche il mio percorso musicale: ancora ragazzino mi esibivo con lui. Tutto bene finché non scopro le ragazze e mollo tutto, con gran rabbia sua».
E poi?
«Le cose cambiano. Un paio di anni dopo incontro un pianista che, ingaggiato per la stagione al Tout Va di Taormina, sta facendo le selezioni per il cantante. Ai tempi il locale era il massimo in Sicilia: clientela internazionale, si erano esibiti i più grandi, da Califano a Bruno Martino, Buongusto, ma anche Ray Charles e Barry White. Mi spaccio per maggiorenne (con la mia stazza non faccio fatica) e depositario di un infinito repertorio di brani swing. Visto e preso, canterò di tutto, da Dalla a Ipanema, a My Way. Inizio con l’inglese, una lingua che non è la mia ma è adatta per quella babele di clienti, e con il genere che sarebbe diventato il mio. Sono anni in cui la musica la declino in ogni modo: night club, feste di piazza, corista, turnista, fonico, addetto al mixer, produttore…».
Una bella gavetta.
«Senza soste, ancora oggi. In realtà le scelte diverse che si fanno, i territori nuovi che ogni volta si affrontano, fanno sì che sia sempre una nuova gavetta».
Mario Biondi si racconta a Sanremo tra Festival, musica, figli e incontri (di Borghi, video Gatti)
La voce era già quella che conosciamo?
«Ai tempi andavano di moda le voci tenorili e quelle io riproponevo, anche se la mia oscilla su 4 ottave. Comunque: ingaggiato su una nave da crociera, ho un abbassamento di voce, i sostituti non sono previsti e faccio di necessità virtù: mi sono sparite le note alte? Proverò un’ottava sotto. L’effetto piace. E mi viene pure più facile. E allora: perché fare tutta questa fatica? Canterò in basso».
Il successo arriva a 35 anni.
«Nessuno si aspettava che This Is What You Are, che pare quasi uno sfottò di Sinatra, potesse diventare una hit mondiale. Però il disco finisce in mano al dj inglese Norman Jay che lo mette in rotazione nei suoi programmi e inserisce nella compilation Good Time 5: scala le classifiche mondiali. Il massimo è quando Radio Montecarlo la sceglie come sigla ufficiale».
Prova d’autore è il primo album di inediti tutto in Italiano. Perché solo ora?
«Forse per il timore di lasciare la strada nota per una che potrebbe non funzionare? Canzoni in italiano, ma di altri, ne ho sempre cantate. La radici di questo progetto risalgono anche a più di 20 anni fa: ci sono canzoni che avevo scritto ma che avevo messo da parte. Una anche legata alla morte di mio padre nel 1998 Mentre vivo. Era il momento per completare la mia storia musicale. Ma sto lavorando a un nuovo album in inglese, uscirà a fine anno e no, non sarà di canzoni di Natale: già dato».
In due pezzi parla di figli. Ne ha 10, riesce a tenerli tutti vicini?
«I grandi vivono per conto loro, ma per Natale e compleanni tornano tutti. Poi però… gli adolescenti non tanto: è la fase “nemico pubblico numero uno”: ora è Ray, che suona e produce rap e trap, a vivere il momento “faccio da me”. Ci soffro ma poi passa, lo so: l’ho già vissuta più o meno con tutti. Ti spiace, ti dai delle colpe (che forse hai), cerchi di parlare e risolvere con loro. Oggi sono papà, ma ricordo bene di quando ero io il figlio in rotta, che voleva fare tutto da solo senza interferenze».
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Mario Biondi
Ray è l’unico che prosegue nel mestiere di famiglia?
«Marzio, il più grande, fa l’avvocato, mi ha reso nonno di un bimbo che ha l’età dei miei più piccoli. Ma Zoe, 28 anni, canta ed è ora in tournée con Eros Ramazzotti, e anche Marica, 26, ma fa anche la modella e ha preso parte a un film con Dakota Johnson. Gli altri sono piccoli, è ancora presto…».
Concerti a parte, cosa è estate per lei?
«Quelle romantiche e degli affetti dell’infanzia. Con mamma e papà a Cattolica. Ricordo la luminosità particolare di quei giorni, l’uomo dei bomboloni… E i pic-nic con loro, sulla strada della Toscana, in Appennino».
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ADRIANA MARMIROLI
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