Biffoni: quando la distanza fra il Comune, il controllore e la società controllata diventa troppo breve.
di Filippo Boretti (architetto)
L’aumento della TARI. Il bilancio prima approvato e poi ritirato. L’indebitamento. I dividendi ai Comuni. I costi non riconosciuti da ATO Toscana Centro. Il Piano degli investimenti risultato non validabile. Le resistenze all’accesso ad alcuni documenti. Le contestazioni sulla separazione contabile. Da ultimo, la mancata informazione preventiva ad ATO su trasferimenti di personale potenzialmente rilevanti per l’attribuzione dei costi.
Presi singolarmente, questi elementi non dimostrano illeciti, dissesto o danno erariale. Insieme, però, giustificano un’istruttoria pubblica: Plures cresce rapidamente sul piano industriale, societario e finanziario, mentre restano aperti il rapporto con il regolatore, la separazione dei costi, la verificabilità degli investimenti e il controllo dei Comuni soci. Nel frattempo tariffe e debito aumentano e la società distribuisce dividendi.
Il punto non è sostenere che Plures faccia pagare illegalmente ai cittadini la propria espansione: oggi non è provato. È chiedersi se la proprietà pubblica corrisponda ancora a un effettivo governo pubblico oppure se i Comuni, pur possedendo formalmente la società, abbiano progressivamente ceduto capacità di indirizzo alla struttura manageriale e finanziaria del gruppo.
A Prato questa domanda ha un nome preciso: Matteo Biffoni
Biffoni non è un osservatore esterno. Biffoni non può presentarsi come un amministratore costretto a subire decisioni prese da Plures o da Firenze. È stato uno dei principali promotori politici della multiutility insieme a Dario Nardella, Prato ne è il secondo socio e il sindaco ha mantenuto direttamente il coordinamento delle partecipate. Plures ricade quindi pienamente nella sua responsabilità politica. E proprio adesso quella responsabilità diventa ancora più evidente: la partita sul futuro della holding viene indicata come affidata principalmente all’asse Firenze-Prato, mentre entro settembre dovranno essere affrontati anche il rinnovo dei vertici e la futura strategia industriale.
Lo stesso Biffoni chiede adesso un cambio di passo, maggiore protagonismo dei Comuni soci e una Plures meno affidata alla sola logica finanziaria. Bene. Ma se i Comuni devono tornare a dettare la linea, Prato deve dire quale linea intenda dettare.
Biffoni è contemporaneamente rappresentante di uno dei principali soci pubblici, sindaco di chi paga la tariffa e protagonista delle sedi ATO nelle quali vengono valutati i costi del gestore e approvati i PEF.
Sono ruoli legittimi, ma non coincidenti. Come socio, il Comune ha interesse alla solidità e alla redditività di Plures. Come amministrazione deve tutelare gli utenti e pretendere costi pertinenti, documentati ed efficienti. Come componente dell’ATO partecipa al controllo di un gestore del quale è contemporaneamente proprietario.
È qui che nasce il cortocircuito.
ATO, il controllore che ha iniziato a dire di no
Le inchieste di La Firenze che vorrei mostrano che, negli ultimi mesi, il soggetto che ha posto le domande più difficili a Plures non è stato un Comune socio, ma ATO Toscana Centro. L’Autorità ha rilevato carenze nella documentazione degli investimenti, ritenuto non validabile il Piano 2025-2029 e contestato l’assenza di schede analitiche, cronoprogrammi, effetti sui costi e recuperi di efficienza. Ha inoltre escluso o rettificato rilevanti voci proposte dal gestore: fra i costi generali risultano non riconosciuti circa 8,3 milioni per il 2024 e 7,5 milioni per il 2025, mentre le rettifiche complessive per il biennio supererebbero i trenta milioni. Un costo non riconosciuto non è necessariamente illecito: può essere una spesa societaria legittima che però non deve ricadere sugli utenti. Ma l’entità delle rettifiche impone domande: perché quelle voci sono state presentate, chi le aveva controllate e chi ne sopporterà il peso?
Il paradosso è evidente: negli ultimi mesi ATO sembra avere esercitato sul gestore un controllo tecnico più incisivo di quanto sia risultato pubblicamente visibile, sul piano politico, quello dei Comuni soci.
Non basta dire che mancano gli impianti
Ricondurre l’aumento della TARI alla sola mancanza degli impianti sarebbe quindi un errore. Il deficit impiantistico è reale e produce costi e dipendenze, ma non spiega tutto. E la responsabilità politica per anni di rinvii nella programmazione resta principalmente in capo a chi ha governato la Toscana e i suoi principali Comuni: questo non può essere cancellato né riscritto oggi.
Gli atti ATO raccontano però anche altro: costi non riconosciuti, rettifiche, investimenti insufficientemente documentati e recuperi di efficienza non quantificati. Ridurre quindi il problema agli impianti significa confondere una causa strutturale del costo del sistema con le scelte economiche e gestionali che concorrono oggi alla formazione della bolletta.
È una distinzione decisiva anche per l’opposizione. Attaccare la Regione per gli impianti mancanti è corretto, ma fermarsi lì rischia di offrire a Biffoni la spiegazione più comoda, lasciando Plures sullo sfondo. A chi ha governato spettano le responsabilità accumulate negli anni; a chi oggi fa opposizione spetta il compito di individuarle senza semplificare e senza offrire al sistema alibi involontari.
Luigi Caroppo, sulla Nazione, ha ricomposto ieri mattina il quadro: deficit impiantistico, tariffe, investimenti, finanziamento della holding, rapporto Firenze-Prato e rinnovo dei vertici sono ormai parti dello stesso dossier. Non è più possibile utilizzare gli impianti per evitare Plures, né Plures per evitare la questione degli impianti. Tenere insieme i due piani non significa distribuire equamente le responsabilità. Significa distinguerle: a chi ha governato spettano quelle accumulate negli anni; a chi oggi fa opposizione spetta il dovere di individuarle senza semplificare e senza offrire al sistema alibi involontari.
L’astensione e il successivo voto favorevole
La posizione di Prato in ATO rende il problema ancora più chiaro. Il 17 luglio Biffoni si è astenuto sul PEF, richiamando la necessità di riflettere su costi e strategie. Pochi giorni dopo, il 23 luglio, Prato ha promosso un emendamento e votato a favore dello stesso piano.
Non è necessariamente un’incoerenza. Ma allora occorre spiegare che cosa sia cambiato: quali costi siano stati esclusi, quali soltanto rinviati, quali garanzie siano state ottenute e quanto l’emendamento abbia modificato realmente il piano. La trasparenza non consiste nel dire che il documento è migliorato. Consiste nel permettere di confrontare testo precedente, emendamento, testo approvato ed effetti economici. Diversamente, l’astensione rischia di apparire come il segnale rivolto all’opinione pubblica e il voto favorevole come la decisione realmente assunta nel sistema.
Biffoni, Faggi e Ciolini
A rendere più delicato il rapporto fra Comune e multiutility non sono soltanto gli atti, ma anche la rete politica e fiduciaria che collega Palazzo comunale e Plures.
Nicola Ciolini è vicepresidente della multiutility e da anni uno dei principali riferimenti pratesi al suo interno. Simone Faggi, già vicesindaco, nel 2024 aveva le deleghe alle partecipate, ad ATO Toscana Centro, ad Alia Multiutility, ai rifiuti e all’ambiente; oggi è stato annunciato come nuovo capo di gabinetto di Biffoni. Niente di tutto questo dimostra un illecito. Ma proprio perché non parliamo di un’impresa privata, la vicinanza fiduciaria non può sostituire la distanza istituzionale. Quando il sindaco che ha contribuito a fondare la multiutility mantiene per sé le partecipate; quando il riferimento pratese ai vertici della società proviene dallo stesso spazio politico; quando chi ha seguito ATO e Alia diventa il principale collaboratore del sindaco; quando si avvicina il rinnovo delle cariche, il controllo non può essere affidato alla fiducia reciproca. Deve essere affidato agli atti.
La domanda non è chi sia amico di chi. È se esista ancora una distanza sufficiente fra chi nomina, chi indirizza, chi gestisce e chi controlla.
La fiducia può rendere più efficiente l’azione politica. Nelle società pubbliche che gestiscono servizi obbligatori e miliardi di euro deve però produrre più trasparenza, non meno. Altrimenti la vicinanza rischia di diventare autoreferenzialità: le stesse persone assumono decisioni, le spiegano, le difendono e infine si rassicurano reciprocamente sulla loro correttezza.
Il Comune è socio o controllore?
Questo è il conflitto che Biffoni deve risolvere. Il Comune vuole essere un azionista interessato alla crescita e ai dividendi oppure l’istituzione che difende gli utenti e controlla rigorosamente il gestore?
Dovrebbe fare entrambe le cose. Ma quando i due interessi entrano in tensione deve dire quale prevale.
Se ATO respinge costi proposti da Plures, il Comune tutela prima la società o gli utenti? Se aumentano debito e richieste tariffarie mentre vengono distribuiti dividendi, Prato privilegia l’entrata per il proprio bilancio o il contenimento del carico su famiglie e imprese? Se gli investimenti non risultano verificabili, pretende dati e cronoprogrammi oppure si accontenta delle rassicurazioni?
Non si può essere padri della multiutility quando si celebrano investimenti e risultati e semplici spettatori quando ATO contesta i costi o i cittadini ricevono una tariffa più alta.
La vera inchiesta
La vera inchiesta non è stabilire se Plures sia buona o cattiva o se Ciolini debba essere confermato. E non serve riscrivere la storia: la costruzione di questo sistema, i rinvii impiantistici e la crescita della multiutility portano anzitutto la firma delle maggioranze che hanno governato la Toscana e Prato.
La questione di oggi è capire se quelle stesse maggioranze siano ancora in grado di controllare la creatura che hanno costruito.
Plures è ormai una grande struttura industriale fra rifiuti, acqua, gas ed energia: raccoglie capitali, contrae debiti, realizza acquisizioni, distribuisce dividendi e accresce la propria autonomia manageriale. Ora deve finanziare una nuova stagione di investimenti mentre i Comuni discutono di vertici, strategia e maggiore partecipazione.
Può esserci una razionalità industriale. Ma più la società diventa grande, finanziaria e complessa, meno può essere controllata attraverso rapporti personali, appartenenze politiche e rassicurazioni riservate.
La proprietà pubblica non garantisce automaticamente il controllo pubblico.
E oggi la domanda diventa ancora più concreta: i Comuni soci comprendono e controllano davvero il modello che hanno costruito?
Non è più soltanto un interrogativo politico. La relazione sulle partecipate del Comune di Firenze chiede alla stessa Plures una reportistica più leggibile, capace di distinguere meglio gestione industriale, componenti finanziarie, partecipazioni e partite non ricorrenti.
Se persino la struttura tecnica del principale socio pubblico avverte questa necessità, il problema del controllo non può essere liquidato come polemica dell’opposizione.
Può accadere, infatti, che una società sia formalmente posseduta dai Comuni ma acquisti una crescente autonomia manageriale e finanziaria, mentre i Consigli approvano le tariffe, i cittadini pagano e le informazioni diventano pienamente comprensibili soltanto quando le decisioni sono già mature.
Non occorre ipotizzare opacità illegittime: basta chiedersi se la complessità raggiunta dal gruppo non stia ormai superando la capacità dei suoi stessi proprietari pubblici di indirizzarlo e controllarlo.
È su questo che Biffoni deve fare chiarezza: come sindaco che ha trattenuto la delega alle partecipate, ha contribuito alla costruzione della multiutility e oggi si prepara a incidere sul rinnovo dei vertici. Il fatto che adesso chieda maggiore protagonismo dei Comuni soci non attenua questa responsabilità. Semmai rende la domanda ancora più inevitabile: se oggi riconosce che il controllo politico deve tornare più forte, perché non lo è stato abbastanza prima?
Il problema non è avere persone di fiducia. È pensare che la fiducia possa sostituire il controllo. E allora la domanda non è più soltanto quanto aumenterà la TARI.
La domanda è: chi governa davvero ciò che i cittadini formalmente possiedono?
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Redazione La Firenze Che Vorrei
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