Quando parcheggi davanti al palazzo del proctologo è metà mattinata, il cielo par tinto di grigio e ti viene in mente che di casermoni come questo, proprio come questo, esattamente come questo, con l’intonaco crepato e i balconi brutalisti sbreccati di cemento annerito, ne avevi due, non uno, ereditati dal babbo, e però mai una volta ci sei entrato, nemmeno per riscuotere gli affitti, perché ti vergognavi a vedere quanto infinitamente peggio di te vivevano gli altri e soprattutto ti vergognavi di pigliargli i soldi, agli altri che avevan meno di te, ma non avevi il coraggio di dirlo e però i soldi li volevi, e allora ci mandavi Yanez, a riscuotere. Lui andava e riscuoteva e veniva da te coi soldi e quando gli chiedevi se c’erano stati dei problemi lui ti rispondeva sempre, Quali problemi?, e un po’ ti rasserenavi perché, ti dicevi, se ce ne fossero stati, di problemi, te l’avrebbe raccontato, tipo se qualcuno avesse fatto storie, o se non avesse avuto i soldi per pagare e si fosse messo tipo a piangere, te l’avrebbe detto, quindi era tutto a posto. Gli davi qualcosa. Un po’ troppo, rispondeva sempre lui, ma era contento di prenderli e ti ringraziava sempre tanto. Ti pareva d’aiutarlo.
Alla radio avvia Pagliaccio Azzurro ed ecco il genio di Walter Chiari col giubbino rosso e una maglietta seduto nella prima fila della platea piena zeppa d’un teatro che pare l’Ariston di Sanremo, Ha cominciato da punk, si vestiva quasi da uomo… Una specie di Marlene Dietrich, teatro tedesco, Espressionismo, 1924, Edward Munch, disegni, cose… Finge di inciampare a nominare Grosz, e riprende, poi invece di peggiorare, di complicarsi, improvvisamente l’abbiam vista bella pulita, lavata nei ruscelli… Bella… Come si dice acqua e sapone… Be’, crescerà… Sta crescendo perché è giovane… Io credo che dovremo guardarla dal basso verso l’alto… Sta crescendo, se alziamo gli occhi la vediamo… Anna Oxa!
In cima a una specie di balconata c’è una ragazzina in piedi accanto a uno specchio, con i jeans e una maglia di lana con lo scollo a V da cui spunta il colletto d’una camicia, e avvia a cantare, Una giacca a doppiopetto, per avere un cuore in più… Tanti nodi al fazzoletto per non passarci su… Piedi grandi per sentire che la terra è sempre là… Il cappello ad impedire che gli sfugga la realtà… Questo è il mio pagliaccio azzurro… Da bambina in poi l’amo eppure non gli ho chiesto mai… Chi sarai, chi sarai…
Chissà se Bob Seger, quel capellone di Bob Seger, il proto-Springsteen, come l’aveva chiamato una volta Vittorio, chissà se l’aveva mai saputo che la sua Till It Shines per gli italiani era diventata Pagliaccio Azzurro, e chissà se l’aveva mai conosciuta, Anna Oxa, che subito dopo quella canzone dolente aveva cambiato pelle al suo personaggio e buttato via i jeans e le camicine e s’era mostrata per la grandissima fica che era.
L’ascensore ti par brutto e stretto, con le pareti rigate, le scritte incongrue incise con le chiavi. Scuoti la testa come i cavalli e ti dispiaci della decadenza ma tanto è inutile, tanto è così, oggi è così, tutto ti deride e ti delude e ti taglia e ti ferisce, tutto è decadenza, e sei sideralmente, cazzo, sideralmente lontano dall’idea che nella vita di merda che t’è rimasta possa esserci ancora qualcosa in serbo per te, se non il dolore, e poi le porte dell’ascensore si aprono e vai verso la porta dello studio del proctologo. Son cinque passi, forse sei, ma fai in tempo a farti pugnalare dal ricordo d’esser stato felice altrove, Londra, chissà perché, quel mercato dove facevano i sausage rolls e c’era Carouselambra dei Led Zeppelin.
Suoni il campanello, la porta si sblocca automaticamente, entri e non c’è nessuno. Lo studio è molto diverso da come te lo ricordavi. Più elegante, quasi minimale. Via i tappeti, le riviste sul tavolino della sala d’aspetto, i quadri d’artisti astratti locali, i ficus. È tutto un po’ vuoto, e molto silenzioso. Non c’è nessun altro, né pazienti né assistenti a riceverti.
Meglio così.
Ti metti a sedere, passa un po’ di tempo.
Chiudi gli occhi.
Matthew Franklin non si chiamava mica Matthew Franklin, si chiamava in un altro modo, ma non ti ricordi come, ed era nato a Philadelphia in una famiglia poverissima, negli anni Cinquanta e, quando i suoi genitori si accorsero che a tre anni o quattro anni aveva ancora qualche problema a parlare, dettero ordine a uno dei suoi fratelli maggiori di portarlo su una tangenziale e di mettersi a correre così forte da staccarlo e lasciarlo lì, e lui per un po’ lo inseguì, il suo fratello, ma a un certo punto non ce la fece più e si fermò e si mise a sedere sul guard rail con le macchine che gli correvano accanto, e la polizia lo trovò lì che piangeva e lo portò dalle suore che lo accolsero nell’orfanotrofio e lo ribattezzarono subito, di nome Matthew perché appunto parlava male e non gli riusciva di dire che si chiamava Maxwell Antonio Loach, ecco come si chiamava, e poi naturalmente anche in omaggio a Matteo l’apostolo, quello delle Beatitudini, e di cognome lo chiamarono Franklin perché l’avevano trovato sulla tangenziale Franklin, e poi dopo qualche anno nell’orfanotrofio viene adottato da una coppia che vive in un quartiere molto difficile e anche se lui è un ragazzone bello grosso, per farsi rispettare comincia ad andare in una palestra di boxe dove si scopre che è un pugile nato, vince i primi incontri da dilettante e poi i primi tornei, ma siccome è poverissimo e non ha tempo di aspettare le Olimpiadi, passa subito a professionista, a vent’anni, tra i mediomassimi, e vince quasi sempre anche se lo mettono sul ring con delle bestie terrificanti come Mate Parlov e Marvin Camel, e poi una volta perde, con Eddie Gregory, ai punti, ma da quel giorno non perde più per anni e anni e diventa l’idolo di tutti noi appassionati di boxe di tutto il mondo, che lo adoriamo per il suo cuore immenso e la resistenza sovrumana perché non è certo uno di quelli che ballettano sul ring, Matthew, non è un artista, è un combattente e non ha paura di nessuno, picchia come un cavernicolo e incassa le bordate più terribili, ma è anche un bel ragazzo che sorride sempre e nella vita si comporta bene ed è gentile con tutti, un gentiluomo nato, cazzo, con tutto quello che gli è capitato nella vita è venuto fuori un ragazzo eccezionale e infatti lo chiamano Miracle Matthew, e poi un giorno diventa campione del mondo dei mediomassimi battendo per KO quella belva di Marvin Johnson in un massacro selvaggio che entra nella leggenda della boxe anche perché Johnson a forza di ganci gli aveva aperto dei tagli profondissimi sopra tutti e due gli occhi e Matthew sanguinava come un toro da corrida e gli ultimi round li aveva combattuti vedendo solo delle ombre, disse poi, alla fine, sul ring, e poi succede che come tanti neri di quei tempi si converte all’Islam e cambia nome un’altra volta, diventa Matthew Saad Muhammad, e quando va in televisione a dire che vuole ritrovare i suoi veri genitori, una signora telefona in trasmissione e dice che il suo vicino di appartamento gli somiglia in modo impressionante, allora Matthew va a trovarlo e scopre che quell’ometto alto e magro è il suo fratello, quello che l’aveva abbandonato sulla tangenziale, che di boxe non sa nulla ed è tutto rintronato e però gli dice che gli dispiace molto di averlo lasciato lì sulla tangenziale, ci ha pensato tutta la vita, ma se vuole sapere dei suoi genitori, ecco, non ci sono più, morirono tutti e due due anni dopo averlo abbandonato, e poi Matthew continua a combattere e a vincere contro i migliori campioni del suo tempo in incontri memorabili, diventa una superstar e guadagna milioni di dollari, ma un giorno lo mettono sul ring contro Dwight Muhammad Qawi, un altro nero convertitosi all’Islam, una specie di Tyson in miniatura che è arrivato alla boxe in galera dove si trovava per rapina a mano armata, e contro di lui c’è poco da fare, è la sua nemesi, come il bulldog per Zanna Bianca, perché lo aggredisce senza tregua, gli ruba il tempo, basso com’è si infila sotto il suo jab, lo martella ai fianchi e gli toglie la forza e l’aria e Matthew ci perde due volte, male, sempre per KO, e da quel momento cambia tutto perché ormai è stroncato nel corpo e nell’anima e avvia a perdere, e perde, e perde, e perde, lui che non perdeva mai, combatte troppo, prende troppi cazzotti che non doveva prendere e alla fine si ritira l’ombra del guerriero che era, dopo quasi vent’anni di carriera, e la vita lo tradisce e lo pugnala, arrivano i problemi grossi, i falsi amici e i delinquenti gli finiscono i soldi e lui comincia a drogarsi, in poco tempo non ha più nulla e finisce a vivere per la strada finché qualcuno non si ricorda di lui e viene accolto nella Boxing Hall of Fame, il tempio dei grandi campioni, e quando alla cerimonia gli chiedono di parlare, lui, Matteo dei miracoli, tira fuori il suo gran sorriso come se la vita fosse un’avventura meravigliosa che si può solo esser contenti d’aver vissuto e dice che è felice, molto felice, che è pieno di felicità, nel suo cuore non c’è altro che la felicità d’aver vissuto per vedere quel momento, parla poco e lentamente perché è molto emozionato e tutta la droga e i cazzotti che ha preso si fanno sentire e comunque parlare non era mai stato il suo forte, e insomma praticamente non fa altro che ringraziare tutti e poi si cheta e spara di nuovo il suo sorriso splendente e tutti quei vecchi pugili si alzano in piedi ad applaudirlo con le lacrime agli occhi, l’uomo di ferro col sorriso di bambino che a quattro anni era stato abbandonato lungo una tangenziale, e c’è una gran foto di quella serata, di Matthew con Joe Frazier, Marvin Hagler e Ken Norton, e si abbracciano, quattro amici, quattro campioni e poi c’è come un fruscio e apri gli occhi.
Accanto a te è comparsa una signorina con un camice bianco che dice che il dottore si scusa del ritardo, ma sta finendo una visita e ci vorrà ancora qualche minuto.
− Vuole un caffè mentre aspetta?
È una di quelle biondine slavate che ti son sempre garbate tanto, e per qualche secondo la guardi e basta e te l’immagini che entra nella tua macchina e la baci subito, immediatamente, senza neanche dirle Ciao perché al primo incontro bisogna fare così, per saltare a piè pari tutte le incertezze e le esitazioni e le vergogne e sfruttare subito quel momento d’oro irripetibile che poi di certo non torna.
− Sì, grazie, − le rispondi con un filo di voce e lei si volta e la guardi mentre si allontana zampettando su quelle gambe secche, nel tictoc commovente dei tacchi sul marmo diaccio del pavimento, e chiudi gli occhi e sei in piedi sul balcone di ferro lavorato di quell’appartamento di Brera, mezzo nudo, zitto, ansimante, attaccato a una tenda di broccato che pare un quadro di Stingel o forse è una tenda normale e lì accanto c’è un quadro di Stingel col broccato, non te lo ricordi più, e sei lì in piedi sul balcone perché vuoi sentire il profumo del gelsomino in fiore sul balcone accanto e quando ti sporgi per sentire meglio il profumo la tenda fa un rumore come se si stesse strappando e manca poco che caschi di sotto, ti ripigli proprio all’ultimo secondo e ti viene da ridere, bastava poco, cazzo, bastava pochissimo, bastava volerlo per un attimo, un attimo solo, bastava aprire la mano e dopo qualche secondo avresti avuto la pace, come dicono i preti, la vita eterna, e chissà cos’avresti pensato in quegli attimi di volo, subito prima di sfracellarti ben bene, chissà cosa, davvero, forse avresti pensato a Brickman, quello psicologo americano che andò a intervistare i vincitori di lotterie e le persone che erano diventate tetraplegiche per via di incidenti stradali per chiedergli se eran felici, e i tetraplegici dicevano di sì, perché dopo l’incidente gli era preso un gusto pazzesco per la vita che prima non avevano e tutto gli pareva meraviglioso, a cominciare dallo svegliarsi la mattina e vedersi spalancare davanti un’altra giornata da vivere, mentre i vincitori della lotteria invece no, non eran felici perché a trovarsi quei soldi in tasca gli si era alzata l’asticella dei desideri e continuavano a dirsi che avevan vinto, sì, ma non abbastanza, e se prima volevano una macchina nuova, ora volevano la barca e l’aereo personale e insomma aveva dimostrato che i soldi non danno la felicità, Brickman, e l’America si innamorò di lui e diventò famosissimo, una superstar sempre in televisione, la massima autorità morale, il saggio che spiegava sereno come non sia la felicità a mantenerci in vita, ma l’infelicità e il bisogno di combatterla per migliorarsi, e poi si ammazzò, Brickman, si buttò dal ventesimo piano d’un palazzo, a trentott’anni, depresso e solo perché sua moglie lo aveva lasciato per via di una scappatella e gli aveva portato via le bambine e allora tutti si misero a−
− È una varietà speciale, viene dal Brasile − senti dire, e sobbalzi perché forse t’eri anche addormentato.
La biondina se ne accorge e si scusa profusamente e le fai cenno che non importa, non c’è problema, davvero, e però rimane lì in piedi con la tazzina e il piattino in mano e insomma a non bere il caffè ti pare di deluderla, allora prendi la tazzina, bevi il caffè e gliela porgi di nuovo. Una tazzina di porcellana candida finissima, tra l’altro. Forse anche Ginori.
− Veramente buonissimo, grazie − dici, poi annuisci, la guardi e ti viene in mente una cosa da dire, una battuta… Ma no, meglio di no… Invece sì, perché no… Macché, no, meglio di no, che ti metti a fare…
− Non sarà mica quello ricacato dagli uccelli, vero?
La biondina aggrotta le sopracciglia e sulla fronte le compaiono per un attimo delle rughe lievi e allineate che paion onde lontane di mareggiata viste dal faro di Nazaré.
− Come dice, scusi?
Ti viene da sorridere e di colpo sei sveglio, pronto, quasi allegro, quasi di nuovo te.
gro, quasi di nuovo te. − Qualche anno fa il dottore beveva solo quello, diceva che era il caffè migliore del mondo… Mi pareva venisse proprio dal Brasile, dalla foresta amazzonica… Dove dice che c’è questo uccello speciale che mangia solo il frutto dell’albero del caffè e poi elimina… diciamo così… i chicchi che stanno dentro al frutto perché non li può digerire o li digerisce male, ora non mi ricordo, e insomma pare che in tutto questo… chiamiamolo processo… i chicchi diventino in qualche modo speciali, ecco, buonissimi, e gli indigeni lo sanno e li raccolgono e li vendono e dice che ci viene fuori il caffè migliore del mondo…
Ti fissa.
− Naturalmente dopo che sono stati ripuliti per bene, certo…
Tenta un sorriso breve, contratto.
− È uno scherzo?
La guardi, la biondina slavata, t’accorgi che sa di lavanda e te l’immagini scontenta, delusa, scoraggiata dalla legione di uomini di merda che la corteggiano di continuo e invano, avvocati, commercialisti, notai, ciclisti, tennisti, architetti, anche qualche beone con la barba, che la annoiano sempre coi resoconti delle loro vite mediocri e avvii a fantasticare che forse potrebbe anche considerarti interessante, sì, certo, il vecchio soldataccio ferito ma non ancora sconfitto, l’orso ferito, e allora potresti fissarla negli occhi e farle un complimento fisico smodato, sfacciato, tipo, Lei è bellissima, signorina, davvero, è un lampo di luce nel buio, è una stella nel cielo, una supernova e stai per dirglielo ma poi perché, e tutto si scioglie e perde d’importanza e chiudi gli occhi.
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Edoardo Nesi
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