E adesso cosa resterà di noi? Di noi, quelli a cui non pensa nessuno. I frati minimi del giornalismo d’inchiesta, i francescani dell’informazione, quel piccolo esercito sbandato che, tra «il vomito dei respinti» – scusate se cito Fabrizio De André, e non Giovanni Falcone o Paolo Borsellino – prova a fare bene il proprio mestiere, giorno dopo giorno, con limitatezza di risorse, scarsità di guadagno e abbondanza di rogne.
Perché la cosa più emblematica della vicenda di Sigfrido e Valterino, i due quasi amici, non è neppure la bomba, la bomba “omeopatica”, chiamiamola così. Forse l’unico caso al mondo di una bomba messa, secondo la confessione del mandante, per evitare altre bombe. Un ordigno piazzato davanti alla casa di un uomo che si voleva proteggere. Una specie di medicina criminale: un po’ di esplosivo per stare meglio.
No. Il punto, almeno per noi che facciamo questo mestiere, è un altro. È che Report è Report. La Mecca di noi giornalisti di provincia
Per una parte enorme dell’opinione pubblica italiana Report è il giornalismo d’inchiesta. Punto. Insieme, bisogna dirlo, a Striscia la Notizia. E già il fatto che nell’immaginario collettivo il programma di Milena Gabanelli prima e di Sigfrido Ranucci poi condivida questo podio con un tg satirico dovrebbe essere considerato uno degli indizi più solidi della follia del nostro Paese.
Ma così è. E anche noi, poveri giornalisti d’inchiesta locali, viviamo un po’ di quella luce. Luce riflessa, naturalmente. Noi che non abbiamo troupe, inviati, consulenti, studi legali a disposizione. Noi che magari passiamo tre settimane su una delibera comunale, sei mesi dietro una società fallita, un anno a capire chi c’è veramente dietro un appalto da qualche milione di euro. Noi che facciamo telefonate con il nostro cellulare, mettiamo benzina nella nostra macchina e spesso scopriamo che la fonte che deve consegnarci un documento ha cambiato idea proprio quando siamo arrivati dall’altra parte della provincia.
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Oggi un tale, per offendermi, mi ha scritto, di prima mattina: «Lei si crede chissà chi, ma si occupa di quisquilie locali». Noi giornalisti di provincia siamo abituati. Riceviamo offese anche nella settimana di Ferragosto, querele a Capodanno, minacce con la stessa regolarità delle bollette della luce. Avrei voluto rispondergli che aveva ragione. Mi occupo di quisquilie. E poi “quisquilie” è una parola bellissima. Non la sentivo dai pomeriggi d’agosto della mia infanzia, passati davanti ai film di Totò in televisione con mio nonno. Quisquilie, bazzecole e pinzillacchere. Mi occupo di questo.
Di consigli comunali, mafiosi di quartiere, imprenditori che improvvisamente diventano ricchi, concorsi strani, ospedali che non funzionano, sindaci che promettono, assessori che dimenticano, soldi pubblici che prendono vie misteriose. Quisquilie.
Poi, però, c’era Report. Per noi giornalisti di provincia il senso ultimo della professione, diciamolo senza vergogna, qualche volta è tutto lì: essere citati una volta a Report. Una telefonata. Un’intervista. Un documento preso da un nostro articolo. Dieci secondi in cui compare il nostro nome. È la nostra piccola Mecca. Pensi: allora tutto quel lavoro non era soltanto una fissazione. Qualcuno, a Roma, si è accorto che quella storia di provincia non era così provinciale.
E adesso Report si sta sgretolando davanti ai nostri occhi. Non per la bomba omeopatica di Lavitola. Ma per qualcosa di molto più antico, più banale e, forse, più pericoloso per noi giornalisti italiani. La vanità.
La vanità è la vera cosa che tiene unita la categoria. Anche oggi che siamo probabilmente una delle categorie professionali più malridotte d’Italia. Forse proprio per questo. Più perdiamo autorevolezza, soldi, lettori, libertà e dignità economica, più abbiamo bisogno di sentirci importanti.
È bello essere invitati alle cene che contano. È bello partecipare agli aperitivi iniziatici. È bello saltare una fila grazie all’accredito stampa, entrare nel retropalco, avere sul telefono il numero di quello famoso, poter dire distrattamente: «Sì, ci siamo sentiti ieri». È bello conoscere uno che conosce uno. Fa sentire potenti, soprattutto quando potenti non lo siamo per niente. E Ranucci, a leggere ciò che sta emergendo, è caduto in questa trappola. Non quella del denaro. Quella, forse ancora più sottile, della vanità. Qualcuno che ti ripete che sei bravo. Che potresti fare il premier. Che da solo prenderesti percentuali da partito di massa. Qualcuno che commissiona sondaggi, immagina scenari, ti vede già a Palazzo Chigi. E tu magari non ci credi. Però ascolti. Poi sorridi. Poi ti incuriosisci.
È così che cominciano molte delle nostre disgrazie: non quando crediamo alle adulazioni, ma quando smettiamo di considerarle ridicole.
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Una volta un anziano boss mafioso mi disse: «Ma lei lo sa che sarebbe un ottimo mafioso?». Detto da lui lo presi quasi per un complimento. Mi aveva raccontato alcune cose. Gli avevo dato la mia parola che non le avrei scritte. E non le scrissi. Per questo mi disse che sarei stato un buon mafioso. Un uomo di panza, insomma. Incassai il complimento. Ma non nacque un’amicizia. Non andammo a cena. Non diventammo confidenti.
La mia agenda è piena di numeri di telefono di persone che, nel piccolo mondo delle quisquilie delle quali mi occupo, contano parecchio. Magistrati. Politici. Imprenditori. Avvocati. Pregiudicati. Poliziotti. Carabinieri. Medici. Massoni. Gente assolta, gente condannata, gente che ancora deve decidere da che parte stare. Li chiamo. Mi chiamano. Mi raccontano cose. A volte mi mentono. A volte provo a farli parlare. È il mestiere. Ma non necessariamente diventano amici.
Non sapete quante ceste di Natale ho mandato indietro, con garbo. Non perché io sia un santo. Ma perché le ceste di Natale pesano. Pesano sulla scrivania, e prima o poi pesano anche sulla tastiera.
Il giornalista d’inchiesta frequenta persone discutibili. Deve farlo. Se vuoi raccontare la mafia, prima o poi un mafioso lo incontri. Se vuoi capire la corruzione, prima o poi devi parlare con qualcuno che la corruzione l’ha vista, organizzata, subita o praticata. Se vuoi raccontare il potere, non puoi avere in rubrica soltanto persone simpatiche.
Il problema non è parlare con Valter Lavitola. Il problema è quando Valter Lavitola smette di essere una fonte e comincia a diventare Valterino. Un giornalista deve avvicinarsi abbastanza da vedere. Ma restare sufficientemente lontano da poter scrivere. È una distanza difficile da mantenere. Non c’è un metro, non esiste un codice che dica quanti caffè si possono prendere con una fonte prima che diventi una frequentazione e quante cene servano perché una frequentazione diventi amicizia.
Esiste però un allarme interiore. O dovrebbe esistere. Quello che ti dice: stai attento, perché questa persona ormai non ti sta soltanto dando informazioni. Ti sta raccontando chi sei.
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Esiste un giornalismo di provincia che non vuole essere provinciale. Che non ha grandi mezzi ma conserva grandi ambizioni professionali. Che ogni mattina cerca di capire cosa succede a pochi chilometri da casa e lo fa sapendo che, in fondo, in quei pochi chilometri c’è già tutto: il denaro, il potere, il sesso, l’invidia, la mafia, la politica, la generosità, la vigliaccheria.
Noi proviamo a fare questo mestiere mentre il mestiere naufraga. Con editori poveri, giornalisti ancora più poveri, lettori distratti, social network che trasformano una menzogna in una verità prima ancora che abbiamo il tempo di telefonare alla seconda fonte.
Eppure continuiamo. Non perché siamo migliori. Ma perché non sappiamo fare altro. E perché qualche volta, in mezzo a cento articoli inutili, ne capita uno che serve. Una persona legge. Un magistrato controlla. Un amministratore corregge una decisione. Un cittadino capisce. Una storia viene salvata. Una quisquilia diventa qualcosa.
Per questo la vicenda Ranucci è così grave. Non soltanto per lui. Non soltanto per la Rai. Non soltanto per Report. È grave per tutti noi. Perché nel rosario delle piccole ambizioni, delle confidenze, dei sondaggi, delle telefonate notturne, degli amici che sono fonti e delle fonti che diventano amici, viene meno un altro baluardo. Un altro luogo verso il quale potevamo indicare dicendo: vedete? Questo mestiere, quando viene fatto bene, serve ancora. E quando cade un gigante non diventiamo più grandi noi nani. Diventiamo soltanto più visibili. E più soli.
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All’inizio ho scritto «il vomito dei respinti». È De André. Non Falcone. Non Borsellino. Non Piersanti Mattarella. Perché noi non abbiamo bisogno di appropriarci dei morti per dare importanza alle nostre piccole vite. Abbiamo la poesia. Abbiamo le canzoni che amiamo.
La canzone è “Smisurata preghiera” e chiude “Anime salve”, l’ultimo album in studio di Fabrizio De André, uscito esattamente trent’anni fa.
De André spiegava che le anime salve erano le anime solitarie. Perché nella solitudine può esserci salvezza. Forse è questo che resta. Noi giornalisti di provincia, francescani dell’informazione, frati minimi delle quisquilie, proviamo ogni giorno a consegnare al giornalismo una minuscola goccia di splendore. Di umanità. Di verità.
Senza cene importanti. Senza sondaggi che ci immaginano premier. Senza amici che, per il nostro bene, pensano di farci esplodere una bomba davanti casa. Venuto meno anche il mito di Ranucci, incrinato quello di Report, cosa ci rimane? La nostra solitudine. E una preghiera smisurata per quelli che continuano a disobbedire alle regole del branco, sperando che, dopo tanto sbandare, prima o poi anche la fortuna si ricordi di loro.
P.S.
Un paio d’anni fa Sigfrido Ranucci venne a Trapani per presentare il suo libro. Quel suo libro, quello sulla difficoltà di fare giornalismo d’inchiesta in Italia.
Qualche giorno prima lo chiamai. Io, in quel periodo, me la passavo male. Molto male. Le mie inchieste sul Trapani Calcio e sul suo nuovo padrone mi avevano procurato un mare di guai. Il sindaco e quasi tutta la città mi indicavano come una specie di nemico del popolo. Arrivavano minacce pesanti. Ci furono tentativi di effrazione nella nostra redazione. Allo stadio comparve perfino uno striscione contro di me.
Gli raccontai tutto. Non gli chiesi una difesa. Non gli chiesi di prendere posizione su ciò che scrivevo. Gli chiesi soltanto un segnale. Una parola durante il suo intervento. Qualcosa che dicesse: guardate che anche qui, in provincia, c’è qualcuno che prova a fare questo mestiere e in questo momento lo sta facendo in condizioni difficili.
Una parola per spezzare quella cosa che conoscono bene i giornalisti quando restano soli: la solitudine. Ranucci non disse nulla. E, alla fine della serata, si fece fotografare sorridente con la maglia del Trapani.
Non me la presi allora e non me la prendo oggi. Forse non ricordava la telefonata. Forse non aveva capito fino in fondo. Forse aveva altro a cui pensare. Forse, semplicemente, per chi vive nella grande capitale del giornalismo le nostre piccole storie di provincia sembrano davvero quello che sono. Quisquilie. Bazzecole. Pinzillacchere.
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Giacomo Di Girolamo
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