“Una decisione che arriva a pochi giorni dall’appuntamento e che rischia di trasformarsi nell’ennesimo danno economico per il mondo venatorio calabrese. Ancora una volta, a pochi giorni dall’apertura della stagione venatoria, il mondo della caccia calabrese si ritrova a fare i conti con un provvedimento giudiziario che rimette tutto in discussione. Con decreto del 13 agosto 2026, il TAR Calabria ha accolto in via cautelare l’istanza presentata da Earth ODV, sospendendo, limitatamente al 2 settembre 2026, la parte del calendario venatorio regionale che autorizzava la preapertura al colombaccio. La camera di consiglio è stata fissata per il 2 settembre. Il problema, però, non è soltanto venatorio, è soprattutto economico e sociale. Dietro una giornata di caccia ci sono migliaia di euro di spese, investimenti, prenotazioni e attività commerciali che vivono dell’indotto venatorio”. E’ questa la riflessione di un cacciatore di Reggio Calabria, Roberto Zerotti.

“Ci sono soprattutto le armerie, che hanno acquistato mesi prima cartucce, attrezzature e prodotti confidando in un calendario venatorio ufficialmente approvato e se il cacciatore non sa più se potrà andare a caccia, inevitabilmente rinvia gli acquisti e un’armeria non può permettersi di immobilizzare migliaia di euro di merce aspettando ogni anno l’ennesimo ricorso dell’ultimo momento. Ma il danno non finisce qui, la preapertura genera un indotto che coinvolge ristoranti, bar, agriturismi, panifici, aziende agricole e piccoli produttori locali. Centinaia di cacciatori avevano già programmato pranzi e acquisti di prodotti tipici, pane, ortaggi e altre specialità, una giornata cancellata o resa incerta all’ultimo momento significa soldi che non entrano nelle casse di queste piccole attività”.

“C’è un’altra conseguenza che non dovrebbe essere sottovalutata: la crescente sfiducia dei cacciatori, dopo restrizioni territoriali, parchi, ZPS, limitazioni e tutte le altre difficoltà che già gravano sull’esercizio venatorio, ogni ulteriore incertezza rischia di convincere qualcuno a non rinnovare la propria licenza per la nuova stagione. Significa meno attività, meno consumi e, inevitabilmente, anche minori entrate derivanti dalle tasse e dai versamenti collegati all’attività venatoria. Ma perché si arriva sempre a questo punto? La domanda deve essere rivolta innanzitutto alla Regione Calabria. Il Piano Faunistico-Venatorio Regionale risale al 2003 ed è stato prorogato fino all’approvazione di una nuova pianificazione”. 

“La stessa Regione riconosce oggi che quel piano, dopo oltre vent’anni, è ormai superato rispetto ai cambiamenti normativi, ambientali e territoriali intervenuti. È vero che la Regione ha finalmente avviato il percorso per l’aggiornamento del Piano, anche attraverso la collaborazione con ISPRA, ma il punto è proprio questo: perché si è dovuto aspettare così tanto? Un sistema di programmazione moderno, aggiornato e scientificamente solido avrebbe probabilmente fornito una base molto più stabile alla gestione dell’attività venatoria e avrebbe ridotto almeno parte delle continue contestazioni e dei contenziosi”.

“Ma le responsabilità non possono essere scaricate soltanto sulla politica regionale, ci sono anche le associazioni venatorie, che troppo spesso appaiono divise e poco incisive proprio quando servirebbe una strategia comune e determinata. Non basta difendere la caccia quando il danno è già stato fatto: bisogna intervenire prima, pretendere programmazione, dati, pianificazione e certezze. E una responsabilità, in parte, appartiene anche ai cacciatori, per troppo tempo si è rimasti a guardare, protestando soltanto quando arriva la restrizione di turno”. 

“Ma una categoria che vuole essere ascoltata deve anche far sentire la propria voce, civilmente ma con forza, quando le decisioni che la riguardano vengono prese. E il Governo? Anche da Roma arriva una forte delusione. La legge 157/1992, che disciplina la materia venatoria, ha ormai più di trent’anni e avrebbe bisogno di una revisione seria e moderna, capace di tenere conto delle esigenze attuali della gestione faunistica e delle realtà territoriali. Il problema non è certo quello di impedire alle associazioni ambientaliste di ricorrere: il diritto di ricorrere deve essere garantito”. 

“Ma è altrettanto necessario che una legge aggiornata stabilisca regole più chiare e tempi certi per l’impugnazione dei calendari venatori, evitando che provvedimenti già approvati dalle Regioni vengano messi in discussione a ridosso dell’apertura, quando cacciatori e imprese hanno già sostenuto spese e programmato la propria attività. Del resto, proprio in Parlamento sono state avanzate proposte di modifica dell’articolo 18 della legge 157/92 che intervengono sulle modalità di impugnazione dei calendari, sui tempi dei ricorsi e sugli effetti delle eventuali sospensioni cautelari”.

“E allora la domanda è inevitabile: quanto ancora bisognerà aspettare? Non si può continuare a governare la caccia con una normativa vecchia di oltre trent’anni, mentre ogni stagione si ripete lo stesso copione: calendario regionale approvato, investimenti effettuati, prenotazioni, acquisti e programmi fatti dai cacciatori e dalle attività commerciali e poi, a pochi giorni dall’apertura, un ricorso che rimette tutto in discussione”.

“Il Governo ha il dovere di intervenire e di dare finalmente certezza delle regole e tempi compatibili con la realtà dell’attività venatoria, tutelando contemporaneamente la fauna, il diritto di difesa e chi, sulla base di un calendario ufficiale, ha investito tempo e denaro. Perché una cosa è garantire il diritto di ricorrere, un’altra è permettere che l’incertezza diventi la regola e che a pagarne le conseguenze siano sempre i cacciatori e, soprattutto, le piccole attività economiche che vivono anche dell’indotto venatorio. Il problema è che mentre la politica discute e annuncia, i cacciatori e le imprese devono prendere decisioni oggi”.

“Non si può chiedere a un’armeria di investire migliaia di euro sulla fiducia e poi lasciare che, a pochi giorni dalla stagione, un provvedimento giudiziario rimetta tutto in discussione. Non si può chiedere a un ristoratore di prepararsi ad accogliere centinaia di persone e poi lasciarlo con prenotazioni saltate. Non si può chiedere ai cacciatori di pagare tasse, acquistare attrezzature e rispettare le regole per poi vivere ogni stagione con l’incertezza di poter esercitare l’attività prevista dal calendario. Il ricorso è uno strumento previsto dalla legge e il TAR ha il pieno diritto di valutare le questioni sottoposte alla sua attenzione”. 

“Ma proprio per questo la politica e gli enti competenti hanno il dovere di fare in modo che i provvedimenti siano costruiti con tale solidità da non essere continuamente messi in discussione a ridosso dell’apertura. Perché alla fine, mentre tutti discutono di ricorsi, pareri, procedure e competenze, il conto lo pagano sempre gli stessi. Lo pagano i cacciatori. Lo pagano gli armieri. Lo pagano i ristoratori. Lo pagano i piccoli produttori. Lo pagano i territori. E il vero scandalo è che, ancora una volta, tutti sembrano accorgersi del problema soltanto quando il danno è già stato fatto”.

“Regione, associazioni venatorie e Governo nazionale devono smettere di svegliarsi a stagione compromessa. Servono programmazione, responsabilità e certezze, non annunci e rincorse dell’ultimo momento. Perché il mondo venatorio non è un giocattolo politico e non è nemmeno un bancomat da cui pretendere tasse e sacrifici. Dietro ogni licenza, ogni cartuccia venduta, ogni prenotazione e ogni investimento ci sono persone e imprese che lavorano. Continuare a trattarle con questo livello di superficialità e di menefreghismo significa mettere a rischio non soltanto la caccia, ma un intero pezzo dell’economia calabrese”.

“Alla luce della sospensione disposta dal TAR sulla preapertura al colombaccio del 2 settembre e considerato che la camera di consiglio è stata fissata proprio per il 2 settembre, riteniamo che la Regione Calabria debba valutare con senso di responsabilità l’opportunità di sospendere temporaneamente anche la preapertura a gazza e cornacchia, evitando di creare una situazione paradossale nella quale alcune specie possano essere cacciate e altre no, mentre è ancora pendente la valutazione del Tribunale. L’obiettivo non deve essere quello di penalizzare ulteriormente i cacciatori, ma esattamente il contrario: evitare ulteriori confusioni, disparità e nuove incertezze, attendere le disposizioni della camera di consiglio del 2 settembre e, successivamente, uniformare la preapertura di tutte le specie interessate alla prima data utile consentita dalle decisioni del TAR”.

“Sarebbe una scelta di buon senso e di responsabilità istituzionale, soprattutto per evitare che i cacciatori si trovino, ancora una volta, a pochi giorni dall’attività venatoria, senza sapere con certezza cosa sia consentito fare. Dopo mesi di attesa e investimenti da parte di cacciatori e attività commerciali, l’ultima cosa di cui il settore ha bisogno è un’altra situazione di incertezza. La Regione faccia chiarezza, attenda il pronunciamento del TAR e garantisca una ripartenza ordinata e uniforme della preapertura, nel pieno rispetto delle decisioni della magistratura”.


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 Ilaria Calabrò

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