A Builder Cove è il primo giorno di scuola, ma quando i piccoli studenti arrivano davanti all’edificio si accorgono che in verità l’istituto non esiste. La sindaca ha promesso di inaugurarlo, ma si è dimenticata di farlo costruire. Invece di dimettersi e chiedere scusa ai propri elettori, la prima cittadina decide di intrattenere i bambini a un incrocio mentre dei cuccioli di cane, a bordo di mezzi sofisticatissimi, tirano su l’edificio in tempo per far suonare la campanella.
È lo strampalato universo dei Paw Patrol: un cartone dove l’avventatezza e l’irresponsabilità diventano espediente narrativo, dove l’accettazione dell’altro a tutti i costi porta a sorridere di comportamenti a metà strada tra il grottesco e l’autolesionismo. Ma le avventure della squadra dei cuccioli sono anche una piccola lezione su quella che potremmo chiamare “nuova geopolitica dei cartoni animati”. Per decenni l’immaginario infantile globale ha avuto due capitali: gli Stati Uniti e il Giappone. I primi hanno plasmato i loro prodotti sul cammino dell’eroe e su un sistema di valori che oggi viene contestato. I secondi hanno insistito sull’idea dell’uomo che supera i propri limiti nella lotta per salvare l’umanità.
Oggi, però, il panorama è molto più affollato. I cartoni hanno smesso di essere semplici storie animate. Sono diventati proprietà intellettuali da esportare, strumenti di politica culturale e, in alcuni casi, veicoli di propaganda per colpire le menti più plasmabili. Anche gli attori principali sono cambiati: Canada, Corea del Sud e Cina hanno iniziato a recitare un ruolo sempre più importante. Stati Uniti e Giappone restano inarrivabili, ma i tre Paesi sono saliti al quinto, sesto e settimo posto nella classifica dei titoli animati commissionati tra il 2020 e il 2024. E sono anche quelli che hanno fatto registrare l’incremento maggiore: +383% per Pechino, +308% per la Corea del Sud e +150% per il Canada.
Dietro all’industria dei cartoni dei vari Paesi si nascondono strategie molto diverse. Il programma più articolato è quello cinese. Già nel 2006 il Consiglio di Stato definiva l’animazione fondamentale per la «costruzione morale e ideologica dei minori». Prima venne ridotto lo spazio televisivo per i cartoni stranieri, banditi tra le 17 e le 22. Poi è arrivata la legge sull’educazione patriottica: l’articolo 36 incoraggia la produzione di cartoni, fumetti e contenuti audiovisivi rivolti ai bambini e ispirati al pensiero di Xi Jinping e al «sogno cinese». Addirittura i cartoni sono stati utilizzati per rendere «pop» Marx o lo stesso Xi. In definitiva Pechino tratta l’immaginario infantile come un’infrastruttura strategica: protegge il mercato nazionale, inserisce patriottismo e valori politici nelle storie, poi esporta miti, marchi e amicizie diplomatiche lungo le rotte commerciali della Cina.
Il caso canadese si muove in senso opposto. Qui l’obiettivo non è creare un messaggio unico, ma difendere la propria sovranità culturale dall’egemonia statunitense, proteggendo bilinguismo e multiculturalismo. La forza di Ottawa sta nelle abilità tecniche: lavorazione, postproduzione, effetti speciali, coproduzioni. Ed è qui che arriva il paradosso. Paw Patrol è un prodotto nato a Toronto, ma privo di Canada: nessuna geografia riconoscibile, nessun accenno alla storia dei luoghi, nessuna identità marcata. È una proprietà industriale da esportazione. Su Netflix ha registrato 156,32 milioni di ore visualizzate. Mentre gadget e giocattoli dei cuccioli hanno generato vendite per 15 miliardi di dollari. Un successo commerciale apolide, che esporta la filiera e non la bandiera.
La strategia della Corea del Sud è ancora diversa: l’obiettivo è controllare l’intera filiera del personaggio. Il governo punta a far salire il fatturato del settore dell’animazione da circa 622 milioni di euro nel 2023 a 1,08 miliardi nel 2030, con una crescita dell’export da 105 a 149 milioni e degli occupati da 6.417 a 9 mila. Il vero impero animato coreano, tuttavia, vive soprattutto su YouTube: Pinkfong, Baby Shark, Bebefinn e una galassia di contenuti pensati per essere tradotti, ripetuti, cantati e consumati ovunque. Animazioni semplici, musichette martellanti, personaggi esportabili in tutti i Paesi, grazie anche a doppiaggi economici e imprecisi.
Il punto, allora, non riguarda soltanto chi produce i cartoni, ma quale idea di mondo viene prodotta insieme a loro. Dentro queste proprietà intellettuali globali non viaggiano solo pupazzi, canzoncine e licenze, ma anche modelli educativi. La retorica dell’eroe si è dissipata, i conflitti sono stati annullati. L’altro deve essere accettato a prescindere, anche se adotta comportamenti assurdi o contrari al patto sociale.
I Paw Patrol diventano paradigmatici perché traspongono sul piccolo schermo quello che in economia si chiama «moral hazard», ossia la tendenza di una persona ad assumere rischi maggiori perché convinta che qualcun altro ne sosterrà le conseguenze. E ad Adventure Bay bambini e adulti non sembrano pensare troppo agli effetti delle proprie azioni.
In una puntata, per esempio, uno zoologo con velleità artistiche decide di camminare su un filo che collega due palazzi, senza averlo mai fatto prima. Nella sicurezza che se qualcosa dovesse andare storto, ci penseranno i cuccioli a intervenire.
«Un cartone che insegna la solidarietà va benissimo» commenta a Panorama la pedagogista Nora Russo, titolare del seguitissimo account social Pedagogiaintasca, «manca però tutto il resto: nessuno sbaglia mai davvero, o meglio, sbaglia ma non se ne accorge, non ci pensa su, non impara niente. Molti genitori mi raccontano che i figli, dopo aver visto certi episodi, si convincono che “tanto qualcuno arriva sempre a sistemare le cose o i disastri che combinano”. Ma così rischia di passare il messaggio che il rischio non ha un prezzo».
Da qui deriva l’altro grande tema: accettare l’altro in maniera acritica, al di là dei suoi comportamenti, rischia di creare una situazione in cui lavorare su sé stessi diventa superfluo? «Si confonde l’accettazione della persona con l’accettazione di qualsiasi comportamento» continua la pedagogista. «Un bambino ha bisogno di sapere che è amato per quello che è, questo sì, sempre, ma anche che esistono comportamenti che fanno male, a lui o agli altri, e su quelli deve lavorare. Quando un cartone mostra accettazione totale e senza sfumature, senza mai un momento in cui qualcuno riflette su cosa ha fatto, il messaggio che passa è pericoloso: sono gli altri che si devono adattare a me, non io a cambiare qualcosa. Ed è l’esatto contrario di crescere».
C’è poi un altro aspetto che non può essere trascurato quando si parla di contenuti per i più piccoli: la velocizzazione estrema dei cartoni. Negli anni Cinquanta i ritmi visivi erano lenti, con piani che duravano tra i sei e i dodici secondi. Questo lasciava ai bambini il tempo di seguire le emozioni, allacciare le cause con gli effetti, comprendere la realtà. Ora la durata media di un piano è compresa tra gli 1,8 e i 2,2 secondi. Significa più suoni, più stimoli, più flash visivi.
«Uno studio dell’Università della Virginia pubblicato su Pediatrics ha messo a confronto bambini di quattro anni esposti per nove minuti a un cartone frenetico come SpongeBob e bambini esposti a un cartone lento come Caillou» spiega ancora Russo. «Risultato: chi aveva guardato il cartone veloce otteneva risultati nettamente peggiori nei test di attenzione, memoria e autocontrollo subito dopo la visione. Questo bombardamento continuo toglie ai bambini la noia. E la noia per loro è il momento in cui il cervello impara a stare fermo, a immaginare, a inventarsi qualcosa da fare».
Alla fine, forse, il problema non è che i Paw Patrol costruiscano una scuola in pochi minuti. Il problema è che nessuno si chieda perché quella scuola non c’era, chi avrebbe dovuto costruirla, che cosa succede a chi se ne dimentica. Nel nuovo immaginario dei bambini tutto corre, tutto si aggiusta, tutto viene salvato. Ma crescere, a volte, significa proprio il contrario: scoprire che non sempre arriva una frenetica squadra di cuccioli a sistemare le cose.
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Andrea Romano
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