I data center vivono in periferia, si costruiscono lungo autostrade, in aree industriali fatte di capannoni, trasformatori e recinzioni. In Trentino, tra le montagne della Val di Non, ce n’è uno nascosto in mezzo ai meleti raccolti in filari che affollano il paesaggio. Per raggiungerlo bisogna attraversare una miniera di dolomia ancora attiva, nel comune di Predaia, e scendere cento metri sottoterra. Si entra nel cuore della montagna scavata, tra strade sorprendentemente alte e ampie, con incroci, cartelli stradali e semafori, e carreggiate che permettono il passaggio di pullman da cinquanta posti. Le gallerie custodiscono quarantamila tonnellate di mele Melinda, migliaia di forme di formaggio e due milioni e mezzo di bottiglie di Cavit. Adesso, nella stessa ragnatela di tunnel, ci sono anche rack di server e infrastrutture per l’intelligenza artificiale.
Per raggiungere il data center Intacture bisogna prendere un ascensore verticale. Dai disegni somiglia a un grattacielo rovesciato. Attraversare il cuore della montagna non dà la sensazione di stare in miniera, non ci sono vicoli angusti né senso di claustrofobia. Ci sono corridoi illuminati, porte blindate e impianti di ventilazione, tutto nella cornice della roccia levigata: è la stessa dolomia che è stata rimossa e ha cambiato forma, non si è mai spostata da lì. Il data center ipogeo è un progetto da oltre cinquanta milioni di euro, di cui 18,4 arrivano dal Pnrr, mentre il resto è coperto dal capitale privato, in particolare dalla società Trentino DataMine, partecipata dall’Università di Trento e da un gruppo di aziende locali (Dedagroup, specializzata in servizi digitali e finanziari; Gpi, che lavora nell’informatica sanitaria; Covi Costruzioni; e Isa, finanziaria storica del territorio trentino).
Quando entrerà pienamente in funzione, verso la fine del 2026, il data center dovrebbe raggiungere una capacità massima di sei megawatt e potrà ospitare un cluster di supercalcolo dedicato soprattutto all’intelligenza artificiale di precisione, cioè modelli specializzati per ricerca scientifica, sanità, logistica, cybersecurity. «In termini di dimensioni, non si tratta di un competitor di Google, Amazon o altre grandi aziende del settore», dice a Linkiesta Oscar Fruet, di Gpi, tra i membri del CdA di Trentino DataMine. «La missione primaria del data center è lavorare al fianco della ricerca universitaria e industriale, quindi serve per affiancare progetti di studio, sviluppo e innovazione ». Ma sarà al servizio anche delle piccole e medie imprese del territorio, che «difficilmente possono dialogare con Google o con i grandi operatori globali, mentre qui possono trovare infrastruttura, competenze e un rapporto diretto con chi sviluppa tecnologia».
L’ambizione del progetto è dimostrare che un’infrastruttura digitale può convivere con il paesaggio senza trasformarlo. Attraversando il territorio, il data center è invisibile, si notano solo le piccole strutture in superficie – l’ingresso, gli uffici, i sistemi di scambio termico e i generatori di emergenza. L’intero progetto è stato pensato e realizzato per custodire dati e capacità computazionale senza alterare il paesaggio della valle dominato dai meleti, unico arché del territorio.
Gran parte della sostenibilità di Intacture si gioca sul raffreddamento, una delle voci che pesano di più nei consumi energetici di qualsiasi data center. Qui sotto la temperatura resta stabile intorno ai dodici gradi durante tutto l’anno, grazie anche a uno spesso strato argilloso che copre la miniera, garantendo il clima ideale per i server e rende gli spazi impermeabili, quindi non ci sono infiltrazioni di acqua piovana. In questo modo riduce drasticamente il problema dell’impiego di acqua per il raffreddamento, una delle principali criticità dei grandi data center a livello globale: il sistema di free cooling sarà operativo per gran parte dell’anno, con l’aria esterna che viene aspirata, fatta circolare nelle sale server e poi espulsa a una temperatura superiore. Solo nei mesi di luglio e agosto potrebbero entrare in funzione i chiller, gli impianti meccanici che integrano il raffreddamento naturale della montagna. E l’energia arriverà interamente da fonti rinnovabili locali, soprattutto idroelettrico.
I promotori del progetto sono convinti che il modello possa suggerire una strada diversa rispetto alle grandi infrastrutture digitali costruite negli ultimi anni. Efficienza e sostenibilità economica dettano la linea, certo, ma senza condannare i cittadini a convivere con un inquinamento insostenibile. Secondo Trentino DataMine, il data center avrà un PUE (Power Usage Effectiveness, il principale indicatore di efficienza energetica) inferiore a 1,25, molto sotto la media europea del settore.
Non tutti, però, hanno recepito la realizzazione dell’infrastruttura digitale con entusiasmo. In Val di Non alcune perplessità sono arrivate anche dalle Asuc, le Amministrazioni Separate dei Beni di Uso Civico che gestiscono boschi, pascoli e proprietà collettive. Il tema non è tanto il data center in sé, quanto il rapporto tra nuove infrastrutture e governo del territorio in una valle dove il sottosuolo, i boschi e le attività produttive sono da sempre oggetto di una gestione comunitaria molto radicata. Fin qui però l’unica rimostranza riguardava la realizzazione degli uffici, che sono stati spostati di poche decine di metri rispetto al progetto iniziale.
Negli ultimi anni i data center sono diventati una delle infrastrutture più strategiche e controverse dell’economia contemporanea. Sono quasi sempre elementi estranei al paesaggio, enormi hangar costruiti nelle periferie urbane o nei deserti. Consumano enormi quantità di energia e richiedono reti elettriche sempre più potenti. Negli Stati Uniti i colossi del settore costruiscono strutture gigantesche vicino a centrali elettriche e bacini idrici, spesso ignorando le proteste di chi abita il territorio. In Irlanda la crescita dei data center è arrivata a pesare in modo significativo sui consumi energetici nazionali. In Trentino, invece, è stato pensato tutto per essere il meno invasivo possibile. L’impatto fisico sparisce dal paesaggio. O almeno si riduce drasticamente.
Qui è tutto in continuità con il territorio, quasi come sua evoluzione naturale. Anche per questo Intacture ha una capacità di calcolo relativamente ridotta e non si espande su tutta la superficie possibile. «Oggi della miniera è usato circa il quattro o cinque per cento dello spazio potenziale disponibile», dice Oscar Fruet. Il dato aiuta a capire la scala del complesso sotterraneo: il data center non ha trasformato la miniera, ne occupa soltanto una piccola porzione. «Ci sarebbe margine per ingrandire il data center e raggiungere una potenza di dieci megawatt», aggiunge Fruet.
Sul perché si è deciso di mettere un freno all’espansione, almeno per il momento, dice: «Per non sottrarre energia al territorio, perché dovrebbero essere apportate modifiche all’approvvigionamento elettrico: un’eventualità che per ora non è in cantiere, e comunque sarebbe una decisione che spetta alla politica, non a noi». Il deposito nella montagna è una fortezza naturale, protegge i server dal rischio sismico e idrogeologico, ma anche da interferenze elettromagnetiche, eventi climatici estremi e perfino attacchi esterni. In fondo, gli ultimi anni di guerra ibrida alle democrazie dimostrano che le infrastrutture digitali sono un elemento sensibile da schermare in tutti i modi.
Dietro Intacture c’è anche l’idea di costruire un modello diverso rispetto alle gigantesche server farm che stanno accompagnando la corsa globale all’intelligenza artificiale. Più piccolo, distribuito, legato ai territori e meno dipendente dai colossi americani. Un progetto che parla di sovranità digitale, ma anche di sviluppo locale e trasferimento tecnologico. È una strana immagine del ventunesimo secolo. Mentre in tutto il mondo si investono miliardi nella corsa all’intelligenza artificiale, una parte di quella competizione passa anche da qui, cento metri sotto i meleti della Val di Non, dove una montagna che per decenni ha prodotto pietra oggi conserva dati.
Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 02/26 – “Inciviltà delle macchine”, ordinabile qui.
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Alessandro Cappelli
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