La morte del naturalista Manuel Mongini dopo una puntura riporta l’attenzione su un rischio raro ma reale: lo shock anafilattico. Come riconoscerlo, perché può essere fulminante e come proteggersi.
Un dolore improvviso all’orecchio, il rientro in casa, una pomata lenitiva e poi, nel giro di pochi minuti, la perdita di conoscenza. È la sequenza drammatica della morte di Manuel Mongini, 74 anni, naturalista e ornitologo del Novarese, punto da un calabrone pochi giorni addietro mentre raccoglieva ortaggi nell’orto della sua abitazione a Soriso. L’uomo ha perso conoscenza circa cinque minuti dopo la puntura, prima che fosse possibile prestargli soccorso. A rendere ancora più tragica la vicenda c’è una coincidenza: anni prima anche il suo cane era morto in seguito a una puntura di calabrone. La storia di Mongini non significa che una puntura di calabrone sia normalmente letale. Al contrario, nella maggior parte dei casi provoca dolore, arrossamento e gonfiore localizzato, destinati a ridursi spontaneamente. Il problema è che, in una minoranza di persone, il veleno può innescare una reazione allergica sistemica, l’anafilassi, capace di evolvere rapidamente fino alla compromissione delle vie respiratorie, a un brusco calo della pressione arteriosa, alla perdita di coscienza e all’arresto cardiaco. È una vera emergenza medica e non bisogna aspettare che i sintomi diventino tutti evidenti prima di chiamare i soccorsi. Il dato forse più importante è proprio questo: non è necessario essere stati punti molte volte perché una puntura diventi pericolosa. L’allergia al veleno degli imenotteri può comparire anche dopo precedenti punture che avevano provocato soltanto una reazione locale. Le linee guida dell’European Academy of Allergy and Clinical Immunology (EAACI) spiegano che le reazioni sistemiche alle punture di imenotteri sono state riportate fino al 7,5% degli adulti e al 3,4% dei bambini, con una gravità molto variabile. Non è quindi corretto parlare semplicemente di “puntura velenosa”. Il veleno contiene proteine capaci di agire come allergeni: nelle persone sensibilizzate il sistema immunitario può riconoscerle come una minaccia e attivare in modo massiccio mastociti e basofili, con il rilascio di mediatori come l’istamina. Da qui possono derivare orticaria diffusa, gonfiore, difficoltà respiratoria, broncospasmo, nausea, vomito, crampi, vertigini, abbassamento della pressione e perdita di coscienza. La reazione può svilupparsi in pochi minuti.
Non è solo il calabrone: il rischio degli imenotteri
Calabroni, vespe e api sono tutti imenotteri, ma non hanno tutti lo stesso veleno. In particolare, calabroni e vespe appartengono alla famiglia dei Vespidi e hanno veleni strettamente correlati; l’ape, invece, ha un veleno differente. È uno dei motivi per cui, dopo una reazione importante, è utile arrivare a una diagnosi allergologica precisa e identificare, quando possibile, l’insetto responsabile. Il calabrone presenta inoltre una caratteristica che lo distingue dall’ape: può pungere più volte, perché il suo pungiglione non rimane normalmente conficcato nella pelle. Non significa che ogni incontro sia destinato a trasformarsi in un’emergenza, ma rende particolarmente importante allontanarsi rapidamente dalla zona se sono presenti più insetti o un nido. Le raccomandazioni internazionali suggeriscono di non agitare le braccia e di non tentare di colpire l’insetto: meglio allontanarsi con calma e raggiungere un luogo chiuso, soprattutto se gli insetti sono numerosi. Il rischio aumenta in alcune condizioni. L’età più avanzata, alcune malattie cardiovascolari o respiratorie, una precedente reazione sistemica, alcune malattie dei mastociti e valori elevati di triptasi basale, un enzima prodotto soprattutto dai mastociti, sono fra i fattori associati a reazioni più severe. La letteratura specialistica segnala inoltre che la gravità della reazione non può essere prevista semplicemente osservando quanto sia stata intensa una precedente puntura. È una distinzione importante anche perché la quantità di veleno e la risposta immunitaria non sono la stessa cosa. Una persona può ricevere una singola puntura e sviluppare un’anafilassi fulminante; un’altra può riceverne più di una e avere soltanto una reazione locale. Le punture multiple, tuttavia, possono diventare pericolose anche senza una vera allergia, perché aumentano la quantità complessiva di veleno introdotta nell’organismo. Per questo, soprattutto quando gli insetti sono numerosi, è indicata una valutazione medica urgente.
Cosa fare dopo una puntura: il tempo conta
La prima cosa da fare dopo una puntura è allontanarsi dall’insetto, per evitare una seconda esposizione. Se la reazione rimane circoscritta alla zona colpita, è possibile lavare la parte con acqua e sapone e applicare del freddo avvolto in un panno per ridurre dolore e gonfiore. Se il pungiglione è quello di un’ape ed è ancora visibile, va rimosso rapidamente; calabroni e vespe, invece, non lasciano normalmente il pungiglione nella pelle. La situazione cambia completamente se compaiono difficoltà respiratoria, voce rauca, gonfiore della lingua o della gola, orticaria diffusa, vertigini, debolezza improvvisa, svenimento, vomito o un rapido peggioramento generale. Non serve aspettare che compaiano tutti questi sintomi: se dopo la puntura compaiono segni compatibili con un’anafilassi, bisogna chiamare immediatamente il 112 e seguire le indicazioni dell’operatore. Per chi ha già avuto una reazione sistemica e dispone di un autoiniettore di adrenalina, la regola è ancora più precisa: l’adrenalina intramuscolare è il trattamento di prima linea dell’anafilassi e deve essere utilizzata tempestivamente secondo il piano terapeutico ricevuto. Non bisogna aspettare che antistaminici o cortisone facciano effetto: questi farmaci non sostituiscono l’adrenalina nell’emergenza anafilattica. L’EAACI raccomanda l’impiego tempestivo dell’adrenalina e un’adeguata formazione dei pazienti a rischio. È altrettanto importante non mettersi in piedi o camminare se si sospetta uno shock anafilattico. La persona va mantenuta nella posizione più appropriata alle sue condizioni, generalmente sdraiata con le gambe sollevate se tollerato, oppure con il busto sollevato se ha una grave difficoltà respiratoria; in caso di vomito o perdita di coscienza con respirazione presente, va posizionata sul fianco. Le indicazioni precise vanno comunque seguite attraverso il 112. Il Ministero della Salute sottolinea che, nell’anafilassi, l’adrenalina è il farmaco salvavita e che deve essere sempre attivato il sistema di emergenza. La vera prevenzione, però, comincia dopo una reazione importante. Chi ha avuto un’anafilassi dopo una puntura dovrebbe essere sottoposto a valutazione allergologica, con test appropriati per identificare il veleno responsabile e definire il rischio di una nuova esposizione. Per le persone con allergia sistemica agli imenotteri esiste infatti una terapia preventiva molto efficace: la immunoterapia con veleno, comunemente chiamata desensibilizzazione. Consiste nella somministrazione controllata di quantità progressivamente crescenti dell’allergene per ridurre drasticamente la probabilità di una nuova reazione grave. Secondo l’EAACI, è il trattamento in grado di prevenire ulteriori reazioni sistemiche al veleno negli adulti e nei bambini con indicazione clinica. È qui che la storia di Manuel Mongini assume un significato che va oltre la cronaca. Una puntura nell’orto, durante un’attività quotidiana, può trasformarsi in pochi minuti in un’emergenza che coinvolge respirazione e circolazione. Non è motivo per avere paura di ogni calabrone né per trasformare una puntura in un allarme sanitario: il rischio di morte resta molto basso. Ma è un buon motivo per conoscere la differenza fra una normale reazione locale e un’anafilassi, sapere quali sintomi non aspettare e, soprattutto, ricordare che nell’allergia al veleno degli imenotteri il tempo non è un dettaglio: è parte della terapia.
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Maddalena Bonaccorso
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