Salerno è una città fiera della propria identità. Crocevia di popoli antichi, le prime testimonianze documentate raccontano di un insediamento etrusco, romanizzato nel 199 a.C. grazie all’intervento diretto di Scipione. Nel Medioevo, Salerno è tra le realtà più floride del Meridione: sotto il dominio longobardo la città dà il nome all’omonimo principato – è in questo periodo che le cronache parlano dell’Opulenta Salernum, la cui ambizione è quella di unire l’intera Italia meridionale – ed è in questo contesto che sorge la Scuola medica salernitana, prima e più importante istituzione medica altomedievale fondata, secondo la leggenda, dall’incontro di quattro medici di provenienze e tradizioni diverse (un latino, un greco, un ebreo e un arabo).
Nonostante la sua storia, negli ultimi decenni Salerno ha sempre faticato a ritagliarsi un proprio spazio dentro e fuori i confini nazionali, complice anche la presenza ingombrante della vicina città di Napoli che con il suo personalissimo racconto storico-culturale ha egemonizzato l’immaginario di un’intera regione («54km possono bastare per non doversi mai vergognare» è uno degli striscioni esposti dal tifo organizzato della squadra cittadina, la Salernitana, che riassume questa rivalità secolare). Sono due i fattori che hanno contribuito a riportare l’attenzione del pubblico generalista sulla città campana: un turismo di massa, straniero e spesso volgare, che ha individuato in Salerno il punto strategico per esplorare le due costiere – quella cilentana e quella amalfitana – dove trascorrere l’estate e Vincenzo De Luca.
Il binomio Salerno-De Luca è talmente radicato nella cultura pop (le dirette virali dell’ex presidente della Regione Campania prima e dopo la pandemia, la sua imitazione realizzata da Maurizio Crozza) che la rielezione a sindaco di Vincenzo De Luca non ha fatto rumore, diventando soltanto una delle tante non-notizie legate all’ultima tornata di elezioni amministrative. Non che De Luca non ci abbia provato a far parlare di sé: nelle settimane che sono seguite ai risultati, il neosindaco ha rilasciato dichiarazioni altisonanti sui suoi piani (non è dato sapere quali) per rendere Salerno «la nuova Montecarlo», ha annunciato urbi et orbi la volontà di rimanere alla guida della città «per cento anni» e qualche giornale ha pubblicato le immagini delle ronde del settantasettenne contro i parcheggiatori abusivi con l’obiettivo di cavalcare l’ormai stantia immagine del “sindaco sceriffo”.
Episodi riportati stancamente dalla stampa e la stessa stanchezza è percepita a Salerno dove una comunità viva ha accolto con freddezza il ritorno dell’uomo che sostiene, dal 1993, di averla resa grande. Sono queste le premesse che aprono il quinto mandato da sindaco di Salerno del capopopolo quasi ottuagenario, un record che dopo oltre trent’anni di teocrazia deluchiana non riesce né ad esaltare né ad indignare. Una non notizia, appunto.
Eppure sono diversi i motivi per raccontare l’epopea cittadina di De Luca, una storia dalle tinte tragicomiche ma esplicativa di un problema che supera la dimensione locale e imbarazza i vertici romani della politica, incuranti delle sorti di una città di centoventicinquemila abitanti e arresisi di fronte le velleità personali di una macchietta sul viale del tramonto. E per comprendere i danni e la sostanziale impunità della macchietta – e dei suoi complici – bisogna raccontarle queste surreali elezioni salernitane: un voto dalle premesse grottesche degenerato in uno dei capitoli più imbarazzanti della storia politica recente del Paese.
Prima di arrivare al (presunto) exploit a Salerno bisogna fare un passo indietro. Nel novembre 2025, il pentastellato Roberto Fico vince, con il sostegno della coalizione di centrosinistra, le elezioni regionali in Campania. La vittoria di Fico arriva dopo un lungo braccio di ferro tra il presidente uscente e la segreteria nazionale del Partito democratico sul tema del terzo mandato. De Luca perde, ma solo in apparenza: in cambio dell’appoggio al candidato Cinquestelle – per anni attaccato dall’ex governatore campano – il partito capitola e accetta tutte le condizioni poste dal suo ras, tra cui la nomina del figlio Piero a segretario regionale del Pd. Vincenzo De Luca mantiene il suo feudo e, in barba a ogni forma di senso del ridicolo, ottiene anche la svolta dinastica.
L’episodio è emblematico del fallimento del partito e della sua segretaria Elly Schlein, la quale, agli inizi della sua leadership, sosteneva di voler eliminare i «cacicchi» della frangia meridionale del suo partito ed è finita, invece, ad assecondare le loro velleità personalistiche; l’ignavia del Pd, però, non si esaurisce con le regionali. La salvezza del feudo è una vittoria importante per De Luca, ma per l’istrione bulimico di attenzioni – assurto a maschera nazionale grazie agli esempi prima citati – le retrovie non bastano.
È in questo periodo che negli ambienti della politica locale inizia a circolare una suggestione: De Luca tornerà nel suo porto sicuro, Salerno, giusto il tempo di svernare e, al momento giusto, dirà ai suoi di togliere l’appoggio a Fico favorendone il ritorno alla guida della regione. L’operazione Isola d’Elba sembra apparentemente infallibile, ma con il passare del tempo il piano diventa fantapolitico: Fico è più forte di quanto De Luca potesse pensare e alcuni pezzi del centrosinistra sembrano non voler più tollerare le manie di protagonismo del cacicco.
Ciò nonostante, il ritiro non è contemplato e per De Luca diventa ancora più naturale tornare nella sua personale Salò. Da qui in poi, la cronaca politica lascia spazio all’avanspettacolo. Il mandato dell’allora sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli, non è ancora giunto alla sua scadenza naturale, ma De Luca ha fretta, non vuole aspettare, ed è per questo che il sindaco viene di fatto costretto a rassegnare le proprie dimissioni. Dimissioni talmente improvvise e goffe da suscitare le perplessità della stampa nazionale («Si è dimesso il sindaco di Salerno, Vincenzo Napoli, del Partito democratico, con motivazioni piuttosto vaghe» scrive Il Post in un articolo dello scorso 16 gennaio) e la convinzione, tra i salernitani, della volontà di Vincenzo De Luca di tornare alla guida della città.
La convinzione diffusa basta e avanza per legittimare le ambizioni del demiurgo che, nemmeno in seguito alle imbarazzanti dimissioni di Napoli, sente il bisogno di sciogliere le riserve. Anzi. Con la caduta della giunta parte, di fatto, la campagna elettorale che però non accenna ad alcun candidato sindaco. In questa prima fase, i manifesti che compaiono a Salerno sono esclusivamente quelli dei candidati consiglieri, uscenti e non. La campagna è tutt’altro che silenziosa: gli aspiranti consiglieri iniziano a invadere le strade e i social con i rispettivi programmi per la città, eventi pubblici, canzoni autocelebrative – purtroppo per i salernitani, alcuni di loro scoprono l’intelligenza artificiale – e iniziative di ogni sorta. Figure onnipresenti che, però, si ammutoliscono quando viene loro chiesto con quale sindaco intendano effettivamente candidarsi.
Questo quadro ci viene riportato da Erika Noschese, giornalista che ha seguito direttamente la cronaca elettorale e la non candidatura del sindaco sempiterno. «De Luca ha giocato sull’equivoco sostenendo che quelle sulla sua candidatura fossero nostre deduzioni, dicendo “Lo state dicendo voi, io non l’ho ancora confermato”, mentre, di fatto, avviava la sua campagna elettorale con una serie di incontri organizzati dalla sua segreteria politica », racconta Noschese.
E infatti passeranno mesi prima che sui manifesti dei consiglieri legati alla maggioranza spunti l’aggiunta “con De Luca sindaco”. Il mancato bisogno di un’effettiva discesa in campo così come il risultato finale conseguito da Vincenzo De Luca (quasi il cinquantotto per cento dei consensi) rafforzano quest’idea – popolare soprattutto fuori confini della Campania – del binomio indissolubile tra l’uomo e la città così come quella di un appoggio sentito e totale dei salernitani. Ma questo è un racconto di comodo, utile a De Luca – il quale ci ha redatto una narrazione mitologica – e a Roma, a quei partiti che sostengono di contrastarlo.
I partiti nazionali sono tra i responsabili della sostanziale impunità politica del teocrate, i cui consensi non si spiegano con un presunto amore cieco da parte dei salernitani ma con le conseguenze di un sistema politico-clientelare inaugurato nel corso delle sue prime amministrazioni comunali che ha nelle società partecipate il suo principale bacino elettorale; società che nel corso degli ultimi decenni si sono ritagliate un ruolo tutt’altro che indifferente nella vita politica cittadina. Ma questo sistema rodato nel tempo non può nascere dal nulla, ed è qui che entra in gioco la retorica del capopopolo.
Salerno, abbiamo scritto, è una città ferocemente identitaria e questo identitarismo si traduce anche nella sua tradizione politica: dal dopoguerra agli anni Settanta, Salerno è una roccaforte del Movimento sociale italiano al quale si affianca, immediatamente dopo il Sessantotto, una solida comunità militante di sinistra, parlamentare e non. Questa condizione di parità numerica tra camerati e compagni rende la città uno dei teatri più feroci degli anni di piombo (nel 1972 gli anarchici uccidono il missino diciannovenne Carlo Falvella, nel 1980 le Brigate Rosse locali assassinano il giudice Nicola Giacumbi) e fornisce negli anni Novanta la chiave di volta per De Luca: in nessuna tornata elettorale De Luca si presenta con il simbolo del proprio partito (dal Pci al Pd) e con la retorica dell’uomo forte “legge e ordine” – riproposta ancora oggi – riesce a intercettare il gradimento anche dell’area conservatrice/postfascista.
Il centrosinistra, pur deprecando le sue uscite pubbliche, lo lascia fare, e persino in occasione del ballottaggio alle elezioni comunali del 2006 tra Vincenzo De Luca e Alfonso Andria (allora esponente della Margherita e candidato ufficioso della coalizione progressista contro il Perón di Salerno) i democratici tacciono di fronte al passaggio, quasi in blocco, dei candidati di quest’ultimo tra le fila deluchiane. Quelle elezioni hanno rappresentato uno spartiacque anche per l’appoggio determinante del centrodestra a Vincenzo De Luca in occasione del secondo turno, episodio che inaugura una complicità ventennale.
L’ignavia non è caratteristica esclusiva del Partito democratico. Nonostante i roboanti richiami all’unità di coalizione – ultimi in ordine cronologico quelli ripetuti ossessivamente da Giorgia Meloni – il centrodestra salernitano non è mai riuscito (o, più correttamente, non ha mai voluto) costruire un’opposizione al frontman locale dei democratici. Anzi. In diverse occasioni i partiti della coalizione, la cui presunta unità dovrebbe rappresentare il punto di forza, si sono presentati divisi, frammentando il voto di un bacino elettorale non trascurabile.
Un esempio di questa tendenza è offerto proprio dalle ultime tragicomiche elezioni salernitane: i partiti della destra si dividono tra due candidati sindaco e iniziano le rispettive campagne elettorali, vengono stampati i manifesti di Forza Italia (che sostiene Armando Zambrano) e quelli di FdI e della succursale locale della Lega in favore Gherardo Maria Marenghi; le due campagne sono già avviate quando da Roma arriva l’ordine di convergere su Marenghi dando il via a un dietrofront plateale e alla macerazione dei manifesti dei berlusconiani già comparsi per le strade cittadine.
Sono diversi quelli che pensano a una volontà diretta del centrodestra, a un sabotaggio coordinato scientemente. Siamo nel campo delle illazioni, certo, ma questa tesi si fa dura a morire vista la mole di episodi susseguitisi nel tempo: dalla presenza quasi ventennale di una lista di estrazione post-missina candidata, a ogni tornata, fuori dalla coalizione alla scomparsa dei presunti capi dell’opposizione al momento dell’inaugurazione di una nuova giunta firmata De Luca e/o soci.
A pensare male si fa peccato, ma il fatto che il candidato sindaco della lista prima citata si sia presentato, a queste ultime elezioni, direttamente in una delle liste deluchiane o che Anna Ferrazzano, volto noto del centrodestra salernitano e candidata sindaco nel 2011 contro De Luca, sia stata nominata, pochi anni fa, presidente di Sistemi Salerno, società interamente gestita dal comune, fa sorgere qualche legittimo dubbio. Date queste condizioni, le problematicità del deluchismo appaiono evidenti e il silenzio comune del Pd e della maggioranza di governo finiscono per risultare scontati. È conveniente, per tutti, ignorare l’elefante nella stanza. Adesso De Luca inizia il suo ennesimo mandato sostenendo, senza alcun accenno di vergogna, una rottura con le amministrazioni precedenti (le sue) e rivendicando la grandeur salernitana della quale lui solo è stato, è e sarà alfiere.
Questa commedia è utile al vecchio Vincenzo De Luca perché lo galvanizza, asseconda le sue smanie di protagonismo, e gli permette di rimandare l’appuntamento con l’inevitabile (il ritiro dalla scena politica); allo stesso tempo, la commedia assolve la politica italiana dalle proprie responsabilità nei confronti di un caso che conta davvero pochi precedenti e ha da tempo superato i confini della decenza. Vincono tutti, tranne i salernitani. La città resta ostaggio del suo sceriffo, viene ridotta a palco dell’ultima sceneggiata e, nell’indifferenza generale, vede spegnersi il suo fuoco. Un finale assolutamente immeritato.
Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 02/26 – “Inciviltà delle macchine”, ordinabile qui.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Antonio Pellegrino
Source link





