C’è un punto sempre uguale nelle conversazioni che mi accade d’avere con gente abbastanza nota da essere molto seguita sui social, ma che non ha fatto dei social il proprio mestiere e la propria identità: gente il cui lavoro è fare i film o le canzoni, non accendersi la telecamera del telefono in faccia.

A un certo punto io inevitabilmente dico che ho visto qualcosa che sosteneva Brocco81 nei commenti di Instagram, e il mio interlocutore inevitabilmente sbarra gli occhi: cioè tu leggi i commenti?! I commenti, pare, sono una terra di nessuno in cui solo io m’illudo di giocare al piccolo Chatwin, un giardino non curato che il famoso lascia lì perché la plebe si sfoghi; senz’alcuna intenzione non dico di rispondere ma neanche d’incuriosirsi circa le opinioni del pubblico non pagante.

Raccontano le sue biografie che Jane Austen ricopiava tutti i commenti che le arrivavano, di lodi o d’insulti, di sconosciuti o di congiunti: sua madre trovava insipida la protagonista di “Mansfield Park”, un conoscente aveva letto solo l’inizio e la fine di “Emma” perché «gli avevano detto che non era interessante».

Negli appunti della Austen non vengono commentati questi giudizi, e quindi non sappiamo cos’ella pensasse delle diciassette persone che, letto “Emma”, le avevano detto di preferire “Orgoglio e pregiudizio”. Oggi, temo che la ragione per cui nessuna persona famosa che conosco legge i commenti social è che è andata perduta la continenza austeniana: se leggessero, risponderebbero una per una a ogni Vongola75 che si percepisce Pauline Kael o Lietta Tornabuoni.

Io, come sanno tutti quelli che hanno l’ardire di frequentarmi, leggo tantissimo i commenti social, e mica solo quelli che parlano di me. Nella mia vita il paese reale entra così di rado che m’illudo di saperne qualcosa vedendo come si esprime sui social gente che non incontrerei mai e delle cui preoccupazioni non avrei alcuna contezza.

Subito prima di scrivere quest’articolo sono andata sulla app dell’Esselunga a guardare i prezzi della pasta. L’algoritmo responsabile dello spicchio di mondo che vedo mi aveva fatto comparire qualcuno che stigmatizzava una ricetta fatta con la pasta Rummo, secondo chi scriveva così cara da essere inabbordabile.

Mezzo chilo di De Cecco, dice la app, costa un euro e 69. Mezzo chilo di Barilla 99 centesimi. Mezzo chilo di Rummo un euro e 59. Davvero esiste un’Italia – tra coloro con abbastanza tempo libero e strumenti elettronici per scrivere sui social – per cui sessanta centesimi sono una cifra cui badare?

In genere a questo punto i miei amici mi fanno notare che mica tutti vivono da soli, ci sono famiglie di dieci persone in cui quei sessanta centesimi diventano un euro e venti a ogni pasto, più di settanta euro al mese. Io a quel punto vorrei obiettare che o c’è il calo delle nascite o ci sono le famiglie di dieci persone, decidiamoci, ma sto zitta perché i soldi sono l’unica cosa su cui sto zitta, l’unico problema che mi sembra abbia una concretezza tra tutti i problemi immaginari che s’inventa l’occidente satollo e annoiato. «Un’ampia rendita è la miglior ricetta per la felicità di cui sia a conoscenza», faceva dire la signora Austen a un personaggio di “Mansfield Park”.

Guardavo i commenti sotto a un articolo sul calo dei profitti d’un’azienda di cosmetici, ed era impressionante il numero di donne che scrivevano che i loro stipendi sono gli stessi di vent’anni fa e tutto costa il doppio, quindi esfolianti e idratanti sono la prima cosa cui rinunciano. Quando chiedo come sia possibile che la gente non prenda la Bastiglia – va bene la renitenza degli italiani a fare la rivoluzione, ma insomma: tutto costa il triplo di prima e il potere d’acquisto degli stipendi italiani è diventato ridicolo – una mia amica ricca risponde: c’è il nero.

Mi chiedo se sia la scusa che ci raccontiamo per non doverci preoccupare del fatto che davvero la tizia che dice di non potersi più permettere l’esfoliante e il prosciutto cotto non se li possa più permettere, per non farci venire il senso di colpa legato alla coscienza di classe, o se ci sia una rigorosa progressione del nero, con scaglioni precisi, che garantisce che tutti abbiano più di quel che sembra e si lamentino solo perché lamentarsi è l’ideale delle interazioni social.

È di nuovo Jane Austen, quella discussione tra sorelle in “Ragione e sentimento”, una accusa l’altra di avidità perché dice di desiderare la ricchezza mentre lei si farebbe bastare la sussistenza, solo che l’altra chiama ricchezza una rendita di mille sterline mentre per lei la sussistenza sono duemila. Nessuno chiede se in nero o tassate, perché mica c’erano i pos o i registratori di cassa, l’Inghilterra di Jane Austen somigliava a Barletta. (Delle troppissime risposte ricevute all’articolo su Barletta, mi sembra interessante che quasi tutti sintetizzassero in «difficoltà a trovare un taxi» e nessuno, ma proprio nessuno, prendesse atto del fatto che il tassista locale lavora ufficialmente in nero: il tabù delle tasse quasi più solido di quello dei soldi).

Su Youtube c’è una bella conferenza di Alessandro Piperno su Jane Austen, a un certo punto della quale sono però svenuta: Piperno dice che Austen apparentemente non è una scrittrice il cui tema siano i soldi, diversamente da Dickens o da Balzac. Ma in che senso? Che altro tema ci sarebbe, a prima vista? Per che ragione crede vogliano tanto sposarsi, di grazia? Poi ho capito: Alessandro Piperno è un uomo del Novecento, un secolo così arretrato che ci parve rivoluzionario un film bruttarello come “Una donna in carriera” solo perché aveva per protagonista e antagonista due donne ambiziose. Mi pare evidente che a Piperno paia poco femminile fare i conti.

In fondo è nato solo duecento anni dopo John Dashwood, che in “Ragione e sentimento” dice che «un regalino di cinquanta sterline di tanto in tanto» eviterà alle signore di doversi stressare per i soldi. Non può farsi una ragione del fatto che Jane Austen e i suoi personaggi, un po’ come il padre di Mahmood e il tassista di Barletta e i commentatori social, pensino solo ai soldi.

Un po’ come me, anche, che quando penso a quelle dodici persone le cui opinioni ostili a “Emma” Austen trascrisse nei suoi taccuini, me la immagino, Jane, interpretata dalla Julia Roberts di “Pretty Woman”, che sventola sotto il naso dei commentatori antipatici rotoli di banconote frutto di secoli di ristampe e adattamenti cinematografici e, come faceva quella con le commesse scortesi, sghignazza: bello sbaglio, enorme.


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