Assistere a quanto accaduto nelle ultime ore sui profili social della senatrice Tilde Minasi genera un profondo senso di sgomento e sdegno, sentimenti che chi fa informazione conosce purtroppo molto bene. L’aggressione verbale, metodica e spietata, scatenata da un normalissimo post di sostegno al proprio leader politico, non è soltanto un attacco a un esponente istituzionale, ma la fotografia impietosa di una società malata. Lo schermo dei dispositivi elettronici è diventato lo scudo dietro cui si nascondono i leoni da tastiera, individui che sfogano i propri peggiori istinti tribali, alimentati da una dilagante rabbia e invidia sociale. È una violenza quotidiana che colpisce politici, personaggi pubblici e, in maniera drammatica e costante, anche i giornalisti, colpevoli unicamente di esercitare il proprio ruolo in uno spazio pubblico ormai ridotto a un’arena per gladiatori digitali, dove l’argomentazione ha ceduto il passo al manganello virtuale.

Il cortocircuito del femminismo a targhe alterne

In questa cloaca di commenti, emerge un dato politico e sociologico che rasenta l’ipocrisia pura: il ruolo di certe sedicenti femministe. Quante donne, e quante esponenti della sinistra che si erge quotidianamente a paladina dei diritti civili e delle donne, hanno partecipato al linciaggio della senatrice solo perché esponente della Lega? È sacrosanto, in una democrazia matura, non condividere le idee di un avversario politico, ma il dissenso deve articolarsi nel merito delle questioni, non attraverso una cieca e violenta furia ideologica. Assistere allo svilimento del ruolo istituzionale di una donna attraverso etichette offensive, attacchi sul personale e beceri commenti sessisti, per giunta provenienti da altre donne, crea un cortocircuito logico e morale inaccettabile. La solidarietà femminile, a quanto pare, per una certa intellighenzia progressista vale solo se si possiede la tessera di partito giusta. Se sei di destra, il corpo e la dignità diventano improvvisamente un bersaglio legittimo.

Il paradosso meridionale: da Bossi alla Lega Nazionale

Ma l’odio viscerale riversato in queste ore si concentra soprattutto sulla figura di Matteo Salvini, aprendo un interrogativo storico e sociologico ineludibile: cosa vogliono, esattamente, i meridionali? Per decenni, il Sud ha, forse anche giustamente se escludiamo che potesse essere lo spunto per un esame di coscienza rispetto alla propria mentalità – detestato la Lega Nord di Umberto Bossi, Roberto Maroni, Mario Borghezio e Roberto Calderoli. Era un partito dichiaratamente nordista, anti-meridionalista e, nelle sue origini, persino secessionista, sebbene poi, istituzionalizzandosi grazie alle alleanze con Silvio Berlusconi, abbia paradossalmente contribuito a traguardi storici per il Sud, come l’istituzione di Reggio Calabria a Città Metropolitana, votata proprio con i voti leghisti. Tuttavia, l’immaginario collettivo era quello del partito dei “terùn“. Poi è arrivato Salvini, nato politicamente in quel brodo primordiale, ma che ha avuto l’intuizione (o il coraggio) di moderare i toni, mutare la visione e trasformare il Carroccio in una vera e propria Lega nazionale. Ha ripulito il partito dalle scorie anti-italiane, portando, come mai prima d’ora, un’enormità di investimenti storici al Sud, dalle infrastrutture all’alta velocità, fino al progetto del Ponte sullo Stretto, forse proprio per compensare e cancellare quel pregiudizio originario.

L’argine a Vannacci e il rischio di un ritorno al passato

Eppure, nulla di tutto ciò sembra bastare. Oggi assistiamo al paradosso supremo: gli stessi critici di sinistra che un tempo demonizzavano il Senatùr, oggi arrivano a provare nostalgia per la Lega di Bossi, utilizzandola strumentalmente per attaccare il leader attuale. Ma quale Lega è davvero peggiore per il Mezzogiorno? Quella che insultava il Sud o quella che oggi apre i cantieri? La risposta dovrebbe essere ovvia, ma il pregiudizio ideologico offusca la ragione. Soprattutto se si guarda alle alternative odierne nell’area a destra di Giorgia Meloni. L’unica vera alternativa politica alla leadership di Salvini è rappresentata dal Generale Roberto Vannacci, un megafono di estremismi che sta coagulando le pulsioni più radicali, presentando un programma costellato di assurdità logiche e mantenendo un’inquietante ambiguità in materia di politica estera. In questo scacchiere, Salvini rappresenta paradossalmente l’unico argine politico a Vannacci oltre ad essere il “successore buono” di Bossi e della sua idea di Lega territoriale. Se la sua leadership dovesse tramontare sotto i colpi dell’odio social e del tracollo elettorale, a destra rimarrebbe il boom delle derive estremiste di Vannacci o il ritorno di fiamma di una dirigenza veneto-lombarda desiderosa di ripristinare l’antica Lega anti-meridionale. I meridionali che oggi insultano Salvini così ferocemente, sarebbero davvero più contenti di questo scenario?

L’ipocrisia della santificazione postuma

La verità è che la politica italiana è prigioniera di una narrazione tossica e ciclica, di cui conosciamo già il finale. È la stessa dinamica che ha investito Silvio Berlusconi e lo stesso Umberto Bossi: ferocemente odiati, insultati e delegittimati mentre erano all’apice del potere, per poi essere magicamente riabilitati, se non addirittura santificati, nel momento del declino politico o della scomparsa terrena. Tra qualche anno, quando il nemico pubblico numero uno diventerà un eventuale Luca Zaia o un Vannacci, vedremo i detrattori di oggi sospirare e dire di Salvini: “Era un politico d’altri tempi, con lui almeno si ragionava di infrastrutture“. Lo rimpiangeranno esattamente come oggi, da sinistra, si elogia Berlusconi solo perché non può più dare fastidio elettorale. È la profonda, inestirpabile ipocrisia di un Paese che ama distruggere i propri leader nel presente, per poi costruirgli monumenti di retorica quando ormai appartengono al passato. E in questo tritatempo di rancore, a rimetterci, come sempre, sono la lucidità del dibattito democratico e il futuro del nostro stesso territorio.


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 Peppe Caridi

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