C’è il neocon Bill Kristol, già capo di gabinetto del vicepresidente Dan Quayle durante l’amministrazione di George H.W. Bush, che ironizza sul promesso «ritorno alle origini» ipotizzando una nuova vita per le cariche di cavalleria. C’è Michael McFaul, già ambasciatore in Russia con Barack Obama presidente e oggi professore a Stanford, che prospetta più sollevamenti per i soldati.
Nessuno, però, riesce a dare una spiegazione diversa dalle ormai solite scaramucce interne all’amministrazione e tra i trumpiani e la burocrazia americana, per la decisione del Pentagono, anticipata dal Wall Street Journal, di smantellare l’esperimento del 3rd Battalion, 504th Parachute Infantry Regiment, il battaglione della 173ª Brigata aviotrasportata, quella di stanza alla Caserma Del Din, a Vicenza, dov’è iniziata la storia dei droni della 173ª con il laboratorio FPV. Era stato creato appena nove mesi fa proprio per studiare e assorbire le lezioni della guerra dei droni in Ucraina. Circa 600 soldati avevano trasformato il reparto in un laboratorio operativo: costruivano e impiegavano droni, sperimentavano sistemi resistenti al jamming e prendevano parte a esercitazioni sulla guerra unmanned, con l’obiettivo di portare le lezioni apprese sul campo al resto dell’Esercito. Ora, dopo le esercitazioni in programma in Germania tra agosto e settembre, il battaglione consegnerà quanto imparato e tornerà a fare quello per cui era nato: la fanteria aviotrasportata.
La decisione porta la firma del generale Christopher LaNeve, l’uomo che ha preso il posto del generale Randy George come capo di stato maggiore della forza armata, dopo la sua improvvisa rimozione da parte del segretario Pete Hegseth. E arriva proprio mentre la guerra contro l’Iran ha offerto un’ulteriore dimostrazione della centralità dei droni: gli Shahed iraniani hanno colpito basi e navi americane, ucciso militari, abbattuto un elicottero dell’Esercito e costretto gli Stati Uniti a consumare preziosi intercettori per fermarli.
Anche il tentativo del Pentagono di mettere una toppa sul piano comunicativo non ha avuto successo. L’obiettivo del programma Drone Dominance è acquistare entro il 2027 «oltre 200.000 droni PRODOTTI IN AMERICA per mantenere la superiorità sul campo di battaglia», si legge in un post. Moltissime le risposte che portano la stessa obiezione: «200.000 droni sono proprio niente. L’Ucraina ne produce 6 milioni all’anno», ha scritto l’ex deputato repubblicano Adam Kinzinger, con alle spalle una lunga esperienza nell’Aeronautica come tenente colonnello.
A sottolineare l’importanza delle lezioni da apprendere nella guerra in Ucraina già prima della riapertura del conflitto in Iran, il generale David Petraeus, già direttore della Central Intelligence Agency, diceva a febbraio a Linkiesta: «l’Ucraina è oggi all’avanguardia nella guerra del futuro: droni, guerra elettronica, sistemi senza equipaggio. Oggi siamo noi a dover imparare dagli ucraini, non il contrario. Sono molto più avanti nella guerra del futuro – droni, sistemi senza equipaggio, guerra elettronica – e l’Occidente dovrebbe apprendere rapidamente queste lezioni invece di limitarsi a “insegnare”».
Il paradosso americano, insomma, non è soltanto quello di voler comprare più droni mentre si smonta un’unità creata per imparare a usarli. È qualcosa di più profondo: gli Stati Uniti stanno cercando di industrializzare la guerra dei droni senza aver ancora risolto il problema di come imparare abbastanza velocemente a combatterla.
È la tesi che emerge anche da un’analisi su Foreign Affairs di Doug Beck, già direttore della Defense Innovation Unit del Pentagono e vicepresidente di Apple. Il problema, spiega, è che il sistema americano di acquisizione è stato costruito per un mondo in cui una tecnologia poteva rimanere sostanzialmente stabile per anni. In Ucraina succede l’opposto: software e hardware vengono modificati continuamente in risposta alle contromisure del nemico, con cicli di aggiornamento che possono durare settimane. Il rischio per gli Stati Uniti è quindi di comprare grandi quantità di sistemi già superati quando arrivano finalmente nelle mani dei soldati. Il punto, dunque, non è soltanto quanti droni l’America riesca a produrre. È quanto rapidamente riesca a sperimentare, sbagliare, imparare e cambiare.
È esattamente la logica alla base della «transformation in contact» promossa dal generale Randy George: portare l’innovazione direttamente alle unità combattenti, lasciare che siano i soldati a testare le tecnologie e trasferire rapidamente ciò che funziona al resto dell’Esercito. LaNeve sembra invece voler riportare il baricentro sui fondamentali. Nel suo “Army Azimuth”, il documento con cui questa settimana ha delineato la propria visione della forza armata, scrive che il prossimo conflitto sarà diverso dall’ultimo e che i soldati dovranno comunque imparare ad adattarsi, anche attraverso tecnologie come autonomia e intelligenza artificiale. Ma il documento insiste anche sulle timeless truths in war: quelle verità senza tempo della guerra che, secondo il generale, devono tornare a essere il fondamento dell’Esercito.
Non è dunque detto che LaNeve sia contrario ai droni. Al contrario, l’Esercito continua a parlare di drone dominance e di investimenti massicci nei sistemi senza equipaggio. La differenza è nel modo di intendere la trasformazione: integrare nuove tecnologie dentro un Esercito tradizionale oppure lasciare che siano quelle tecnologie a cambiare l’Esercito. La guerra in Ucraina suggerisce che la seconda strada sia ormai inevitabile. E proprio qui la vicenda del battaglione droni diventa più significativa di quanto sembri. Quel reparto non era stato creato semplicemente per avere più droni. Era stato creato per imparare più velocemente.
Come osserva Beck, il vantaggio della Defense Innovation Unit era proprio quello di accorciare il percorso fra prototipo, sperimentazione e impiego operativo, portandolo dagli anni a settimane o mesi. È questa velocità, più ancora della capacità di comprare una quantità sterminata di velivoli, a determinare chi riesce ad adattarsi per primo. L’America può dunque promettere 200.000 droni. Può perfino produrne più della Cina o dell’Ucraina. Ma se nel frattempo smantella i luoghi in cui i suoi soldati imparano come combattere con quei sistemi, rischia di scoprire che nella guerra del futuro il vero vantaggio non sarà avere più droni degli altri. Sarà imparare più velocemente degli altri.
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Gabriele Carrer
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