di Mariagrazia Costantino* – Questa è stata una delle estati più calde del secolo scorso e la più calda del nuovo secolo. Ma la cosa spaventosa è che quasi certamente sarà la più fresca degli anni a venire.
La città di Reggio Calabria, dove la lotta ai disservizi e all’inquinamento ambientale non riesce a diventare una priorità assoluta come dovrebbe, non sembra intenzionata a far fronte a un’emergenza che finirà per trasformarsi in catastrofe, se ignorata o peggio ancora negata come si fa in questo momento. Ma se la storia si ripete prima come tragedia e poi come farsa, in questo territorio fuori dal mondo farsa e tragedia vanno di pari passo, e non si sa se piangere, ridere o fare le due cose contemporaneamente. Io dico che c’è da piangere nel vedere come i soldi dei contribuenti (non tanti a dire il vero, né i soldi né i contribuenti) vengono impiegati.
Chi non è troppo impegnato a ungersi di crema solare o ingurgitare gelati avrà notato che in città sono comparse bizzarre quanto antiestetiche scatole di metallo che dovrebbero fungere da punto per la raccolta differenziata. La prima cosa che salta all’occhio è la bruttezza offensiva di questi cassonetti, che saranno costati un occhio della testa ma sembrano già vecchi e forse lo sono (magari fornitura avanzata da qualche altro comune). È bastato appiccicare sopra le foto dei Bronzi, le sculture di Rabarama, il Lungomare e voilà, il gioco è fatto: abbiamo il pattume con il marchio di fabbrica. Ma se ormai ci siamo abituati alla bruttezza e al degrado – che certo i più incivili di noi contribuiscono a creare e accrescere di giorno in giorno – è sulla funzionalità praticamente nulla di questi orrendi sarcofagi che vorrei soffermarmi: sorvolando sul fatto che essendo di metallo sono già arrugginiti (pensate quando arriverà la pioggia…), non è ben chiaro come e da chi dovrebbero essere usati. Usa una scheda, inquadra il fantomatico QR code, di’ la parola magica, compi un rituale propiziatorio e (forse) potrai buttare la carta del panino. O la lattina. O la bottiglia. “Cassonetti intelligenti” li chiamano, anche se chi ha avuto questa brillante trovata tanto intelligente non dev’essere. Poca intelligenza e tanto artificiale, perché contrariamente a quello che pensano in molti, l’intelligenza non consiste nell’usare la tecnologia a tutti i costi: così facendo si finisce solo per complicare la vita dei cittadini, o addirittura peggiorarla. La tecnologia ha senso solo quando semplifica e migliora la vita: ma non mi sembra questo il caso. È evidente che nessuno userà mai questi cassonetti intelligenti, e temo che presto vedremo montagne di spazzatura accumularsi tutto intorno.
I cestini in ferro battuto o ghisa non vanno più bene? Non è più semplice garantire, attraverso l’efficienza e la precisione garantite dall’informatizzazione dei servizi, che tutti i residenti paghino la Tari o che in alternativa vadano a vivere nella Foresta Amazzonica? Temo che persino lì i controlli sarebbero più stringenti. Qui, mentre si fanno fantozziane prove generali di gestione comunale, la città cade letteralmente a pezzi: le strade, sempre più inagibili per la presenza di voragini e buche asfaltate intenzionalmente male, sembrano uscite da un bombardamento; dai palazzi del centro si staccano quotidianamente – per incuria ma anche per gli sbalzi termici estremi cui i materiali sono sottoposti – intere sezioni di intonaco e lastre che rappresentano un serio pericolo per i passanti; cordoli e pali segnaletici vengono sradicati da teppisti imberbi, i quali si sentono autorizzati a deturpare la città che considerano un loro giocattolo come tutto il resto, a maggior ragione perché nessuno osa dire loro niente (“solo ragazzate” dicono). Poi c’è l’atteggiamento del cittadino modello-alla-rovescia che butta carte, cicche, mozziconi e bottiglie ovunque, per colpa di una mentalità impossibile da sondare almeno quanto lo è da sradicare. Neanche gli abitanti delle favelas brasiliane riescono a raggiungere simili vette di menefreghismo straccione, e non c’entra l’indigenza: molto spesso è il professionista benestante a coltivare le abitudini peggiori, per pigrizia e arroganza. Per un bizzarro senso di superiorità ontologica.
In una città che affonda nelle sabbie mobili dell’amichettismo tossico, della paranoia e della menzogna preventiva o propedeutica – e dove tutti pensano e dicono le stesse cose – si è imposto o è stato imposto uno storytelling pernicioso e pervicace; una specie di propaganda maoista per cui chiunque osi fare una critica costruttiva, puntando il dito sul malcostume, è sottoposto a una specie di linciaggio morale, perché mette in crisi le certezze del branco. L’altra faccia di questo racconto fittizio in cui la città (come la sua squadra di calcio) è diventata una specie di fede cieca e indiscutibile, è il totale disprezzo per la natura e il paesaggio in tutte le loro residue manifestazioni. D’altra parte stiamo parlando di un agglomerato urbano i cui abitanti, tra gli anni Ottanta e Novanta, hanno fatto letteralmente carte false per costruire appartamenti aggiuntivi e abusivi, occupando i terrazzi condominiali. Basta posizionarsi in un punto abbastanza elevato per farsi un’idea dello scempio che è stato fatto, con il benestare di professionisti corrotti e della politica populista dei condoni. Io li sento parlare i proprietari di questi appartamenti rubati, spuntati come funghi velenosi dopo una pioggia (di soldi): alcuni di loro, evidentemente ignari del concetto di pudore, si lamentano della presenza di alberi che rovinerebbero la vista sullo Stretto. Non si rendono conto che le loro metrature aggiuntive hanno rovinato in modo ben peggiore il colpo d’occhio su tutta la città, facendola sembrare un’antiestetica casbah di strutture affastellate senza criterio, e con la sola logica dell’arraffo.
Una città che ha bandito il bello perché nega ogni giorno la verità e minaccia il buono, animali compresi. Qualche giorno fa ho assistito a una scena grottesca: un passante ha chiamato la polizia perché un gatto randagio ha osato graffiare il suo cane, che aveva a sua volta attaccato il gatto; la pattuglia lo ha guardato interdetta, non sapendo bene quali misure prendere e contro chi. L’episodio è illuminante nel suo mettere a nudo la mentalità da bullo capriccioso che non cerca di rivalersi contro l’ingiustizia, ma CON l’ingiustizia che lui stesso compie, perché i cani si tengono al guinzaglio e si controllano, e il tizio è stato fortunato che il suo cane abbia aggredito un gatto non tanto indifeso e non un bambino. Li conosco bene quelli come lui: cercano giustizia solo quando gli toccano le cose di loro proprietà: così il cane va difeso non in quanto animale ma in quanto “cosa” che gli appartiene (il gatto non è di nessuno quindi può anche crepare).
In un contesto sociale dove i rapporti transazionali di stampo mercantilistico-mafioso toccano tutto e inquinano qualsiasi aspetto dell’esistenza, a partire dalle relazioni umane, l’unico valore reale, tangibile, intoccabile, è il possesso. Questo spiega perché la gente butti la spazzatura ovunque senza farsi troppi problemi, e perché così tanti considerino gli animali randagi alla stregua di seccature da eliminare, ignorando che sono parte del patrimonio indisponibile dello Stato, cioè sono di tutti, anche se di fatto nessuno se ne vuole occupare, a cominciare dal Comune che dovrebbe farlo per legge. Ironicamente ma nemmeno tanto, una città che si fa vedere a messa tutte le domeniche sembra disprezzare i precetti e la devozione di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia, nei confronti degli animali e della natura. Qui la gente ama solo i propri animali, ancora di più se di razza perché c’è un investimento a monte, e la natura è un po’ come la pace per pacifisti da salotto: non una cosa da proteggere e tutelare a tutti i costi, ma una fascia da miss più diadema con cui farsi incoronare. Un’insegna al neon senza il negozio. La spilletta del gruppo di cui non si conosce nemmeno una canzone.
Potrei continuare all’infinito e parlare dello scandalo che è il mare inquinato lungo tutta la costa a causa di versamenti e depuratori che non funzionano; degli incendi dolosi che divorano le montagne e la vegetazione di cui c’è disperato bisogno; dell’interramento di scorie e dell’amianto mai smaltito veramente. Potrei ma credo di sentirmi male, certo non male come quelli che per tutte queste amenità si ammalano di cancro.
Forse basta dire che una città che non protegge l’ambiente è una città che non protegge ciò che di più prezioso ha, persone comprese. Ma le cose preziose, si sa, sono fragili e una città che non protegge ciò che è fragile – ma che anzi lo maltratta – è una città che difficilmente potrà redimersi.
*Sinologa e docente universitaria. Ha un Master e Dottorato in Cinema e scrive di Global Media e Geopolitica
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claudio
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