Può sembrare senza senso paragonare il voto a favore della lista di Vannacci a quello britannico del giugno 2016 sulla Brexit che portò all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea quattro anni più tardi. Eppure, un substrato comune c’è e non riguarda soltanto le affinità dei rispettivi programmi, bensì il meccanismo politico sottostante. Nelle democrazie mature, il voto non è tanto (o soltanto) un giudizio morale sulle persone quanto una scelta sulle verosimili conseguenze della messa in pratica di ciò che i partiti propongono, anche scontando un certo inevitabile scostamento tra promesse (spesso fatte senza tenere conto dei vincoli economici) e attuazioni (che a quei vincoli sono invece soggette). È per questo che alcune scelte collettive, pur profondamente diverse tra loro, possono essere accomunate da una medesima dinamica: si promettono soluzioni semplicistiche a problemi complessi ma si lascia spazio, col tempo, al rimpianto degli elettori delusi dalla mancata realizzazione dei risultati promessi.
La Brexit rappresenta, almeno in Europa, il caso forse più emblematico degli ultimi decenni. Il referendum del 2016 fu vinto facendo leva su un’idea intuitivamente accattivante: “riprendere il controllo”. Controllo delle frontiere, della legislazione, delle risorse finanziarie e di come spenderle, persino dell’identità nazionale. A distanza di un decennio (senza celebrazioni, pare) il dibattito britannico è assai mesto. L’economia è cresciuta meno del previsto, gli investimenti hanno rallentato, il commercio ha incontrato nuovi ostacoli (al di là di quelli ascrivibili ai dazi di Trump), la carenza di manodopera in alcuni settori si è aggravata. Naturalmente non tutti questi problemi derivano esclusivamente dalla Brexit, ma pochi sostengono oggi che i benefici abbiano compensato i costi, e nessuno che li abbiano superati.
Anche nel caso della proposta politica di Vannacci si propone una narrazione nella quale problemi profondi – immigrazione, insicurezza economica, declino demografico, perdita dei valori e delle “normalità” tradizionali e conseguente crisi dell’identità nazionale – sembrano affrontabili attraverso soluzioni nette, spesso fondate sulla contrapposizione tra un “noi” e un “loro”. Una narrazione semplice e comprensibile, soprattutto in una società, come quella italiana, che da decenni cresce poco e in cui molte famiglie sperimentano un forte senso di insicurezza. Comprensibile non significa però corretta.
L’economia insegna che prosperità e apertura sono storicamente andate di pari passo. L’Italia è (ancora) un paese esportatore, profondamente integrato nelle catene internazionali del valore. Ha bisogno di mercati aperti, di investimenti esteri, di immigrati, di capitale umano qualificato (che oggi invece emigra dal nostro Paese). Pensare che il futuro possa essere costruito restringendo gli spazi di immigrazione, di cooperazione e alimentando una logica di autosufficienza significa ignorare il modo in cui oggi, pur con difficoltà, si crea ricchezza. Ancora più evidenti sono il problema demografico e le sue interconnessioni con la crescita. L’Italia è uno dei Paesi più vecchi del mondo, segno di progresso e di una ancora buona sanità pubblica nonostante la scarsità di risorse. Da anni i decessi superano largamente le nascite e, secondo le previsioni dell’Ocse, la popolazione in età lavorativa diminuirà di circa un terzo nei prossimi tre decenni. Nessuna “politica identitaria” è in grado di modificare questa dinamica nel breve periodo. Servono certamente politiche familiari molto più efficaci, capaci di sostenere davvero chi desidera avere figli. Ma anche se il tasso di fecondità tornasse rapidamente a crescere, occorrerebbero decenni prima che i nuovi nati possano entrare nel mondo del lavoro. Nel frattempo, il sistema produttivo continuerà ad avere bisogno di lavoratori. È per questa ragione che quasi tutti i paesi avanzati, indipendentemente dal colore politico dei governi, ricorrono all’immigrazione. Non tanto per buonismo, ma per necessità economica. Insistere sulla “remigrazione” può servire dare un maggiore senso di sicurezza ma non ha niente a che fare con le politiche necessarie per rallentare il declino.
Lo stesso vale per il welfare. Pensioni, sanità e assistenza sono finanziate prevalentemente dai contributi e dalle imposte versate da chi lavora. Quando diminuiscono i lavoratori e aumentano gli anziani, l’equilibrio diventa inevitabilmente più difficile. Ignorare questo dato non elimina il problema; semplicemente lo rinvia, rendendolo più oneroso per le generazioni future.
Esiste poi una dimensione sociale spesso trascurata. Le società più dinamiche non sono quelle che cercano continuamente nuovi nemici interni o esterni, ma quelle capaci di valorizzare il merito, attrarre talenti, integrare chi contribuisce alla crescita comune e investire nel capitale umano. Alimentare la diffidenza può produrre consenso nel breve periodo; raramente produce sviluppo nel lungo.
Il successo del referendum sulla Brexit ha mostrato quanto sia facile vincere una consultazione popolare facendo leva sulle emozioni e quanto sia difficile governarne le conseguenze economiche. Molti cittadini britannici votarono sulla base di aspettative positive non fondate però su dati e su argomentazioni scientifiche. In molti hanno successivamente cambiato opinione proprio confrontando quelle aspettative con la realtà, comprendendo di avere in realtà votato contro il proprio interesse.
Naturalmente, ogni elettore è libero di scegliere. Ma proprio perché il voto è una scelta seria, dovrebbe essere guidato non soltanto dalle paure del presente, bensì anche dalle responsabilità verso il futuro. Né la demografia, né l’economia si modificano con gli slogan. La storia insegna che le scelte collettive più difficili da correggere sono proprio quelle prese inseguendo l’illusione di soluzioni semplicistiche. Il rischio, allora, non è tanto quello di esprimere un voto di protesta. Le democrazie non solo tollerano ma hanno bisogno di proteste. Il rischio è che queste si trasformino in scelte di governo destinate a lasciare, col tempo, lo stesso interrogativo che oggi i britannici si pongono sulla Brexit (ne è valsa la pena?) e lo stesso rimpianto per la risposta negativa offerta dai dati a disposizione. E allora, come diceva Renzo Arbore: “Meditate, gente. Meditate!”.
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Elsa Fornero
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