In più di qualche occasione, collegata all’uscita di miei scritti su StrettoWeb, non ho perso l’occasione di richiamare la responsabilità della classe dirigente (politica e non) per dare un futuro, prospero e sereno, al Paese. La sottolineatura, con richiamo della Costituzione, fatta nel mio podcast celebrativo dell’80° Anniversario della Repubblica, di qualche giorno fa, mi è sembrata, nella parte finale, particolarmente calzante. Sul tema ho avuto modo di confrontarmi con un caro amico, il noto giornalista Bruno Mobrici. Egli, con la sua lunga esperienza di telegiornalista di punta della TV, di inviato di guerra, di uomo di cultura, è stato prodigo di consigli, aiutandomi a dare ricchezza, compostezza ed ordine a questo mio approccio. In più, è stato particolarmente generoso scrivendo l’articolo che segue. L’auspicio è che si possa coagulare, attorno a queste parole, un movimento di pensiero in grado di sensibilizzare gli attori dei processi decisionali. Successivamente, verrà lanciato un Manifesto nel quale saranno indicate le linee guida, unitamente a moniti ed esortazioni, con la vicinanza di autorevoli esponenti del mondo civile.
Democrazia Responsabile: perché la libertà, da sola, non basta
Che la democrazia non goda di buona salute è ormai un’osservazione condivisa un po’ ovunque: la ripetono gli studiosi, la registrano gli osservatori internazionali, la avvertono i cittadini quando guardano alla politica con un misto di stanchezza e diffidenza. Resta, è vero, il sistema di governo più desiderato e più legittimato del pianeta; eppure manda segnali di logoramento che sarebbe imprudente continuare a minimizzare. Alle urne si va sempre meno. La fiducia nelle istituzioni si assottiglia. Il confronto pubblico si è fatto rissoso, e l’informazione fatica a tenere il passo di una comunicazione costruita sulla velocità e sulla semplificazione, quando non sulla manipolazione vera e propria.
Di solito tutto questo viene raccontato come una crisi delle istituzioni. In parte lo è. Ma fermarsi qui significa guardare il dito. Le architetture costituzionali, i meccanismi elettorali, i contrappesi contano, eccome: solo che non si reggono da soli. Un’istituzione vale quanto vale la società che la abita: la sua tenuta morale, la sua cultura civile, la sua disponibilità a prendersi cura della cosa pubblica.
Conviene spostare la diagnosi. Più che una crisi della democrazia, stiamo attraversando una crisi della responsabilità. Per due secoli abbiamo costruito la democrazia attorno ai diritti: conquistarli, allargarli, difenderli. È stata una storia magnifica, e niente affatto conclusa. Le libertà civili, politiche e sociali hanno fatto avanzare le società aperte più di qualunque altra cosa. Col tempo, però, il vocabolario dei diritti ha finito per coprire quello dei doveri, e la libertà è scivolata verso un significato unico: fare ciò che si vuole, come se non comportasse alcun legame con gli altri. È in questo scarto che affondano molte delle nostre fragilità.
Separiamo il diritto di parlare dalla fatica di cercare la verità, e il dibattito diventa una gara di racconti in cui vince chi grida più forte. Separiamo il voto dall’informazione, e la democrazia si svuota fino a ridursi a un gesto rituale. Separiamo la libertà di ciascuno dalla responsabilità verso tutti, e la società si sgretola in tanti interessi che non riescono più a riconoscersi in un destino comune.
Da qui nasce l’idea di democrazia responsabile
Non è un partito, né l’ennesima etichetta da spendere nel mercato delle opinioni. È piuttosto un modo di guardare le cose: il tentativo di rimettere a fuoco una verità che tendiamo a dimenticare, e cioè che la democrazia non vive di diritti soltanto, ma dell’equilibrio fra ciò che possiamo pretendere e ciò di cui dobbiamo rispondere. La libertà resta il cuore di tutto. Una società che comprime il pluralismo, che soffoca il dissenso o calpesta la dignità delle persone non è libera, qualunque nome scelga di darsi. Ma la libertà, da sola, non basta a tenere insieme una comunità: servono cittadini consapevoli che ogni loro scelta lascia un segno, sugli altri e su chi verrà.
La responsabilità, in questo, non rinchiude la libertà: la porta a maturità. Essere responsabili vuol dire smettere di pensare alla cittadinanza come a un pacchetto di diritti garantiti dallo Stato e cominciare a sentirsi parte di una comunità di cui si risponde almeno un po’. Informarsi prima di scegliere. Discutere prima di emettere sentenze. Partecipare, invece di limitarsi a protestare. Accettare che il bene comune non è un’astrazione da convegno, ma la condizione concreta senza la quale la libertà di nessuno regge davvero. Vista così, la democrazia è qualcosa di più di un meccanismo per scegliere chi comanda. È prima di tutto un modo di stare insieme: una cultura, un metodo per far convivere persone diverse che accettano regole, istituzioni e obblighi reciproci.
La posta in gioco, del resto, si è alzata. Il clima, le migrazioni, le tecnologie, l’intelligenza artificiale, le disuguaglianze, una popolazione che invecchia: sono partite che non si chiudono nell’arco di una legislatura. Chiedono una politica capace di guardare ai figli e ai nipoti, non solo al prossimo voto.
Una democrazia responsabile, in fondo, è una democrazia che sa pensare lontano
Una democrazia responsabile, in fondo, è una democrazia che sa pensare lontano. Che tratta l’ambiente, la cultura, i conti pubblici e le istituzioni come un’eredità ricevuta e da consegnare intatta, possibilmente migliorata. E che non misura la propria riuscita soltanto con il Pil, ma anche con la qualità dei legami sociali, con la fiducia che le persone si accordano a vicenda, con le opportunità che riesce a lasciare a chi comincia adesso. Una responsabilità, quindi, che non riguarda solo i singoli. Riguarda i cittadini, certo, ma allo stesso titolo i governi, le imprese, i media, la scuola: tutto ciò che chiamiamo società civile.
Resta la domanda che conta davvero: quale democrazia vogliamo costruire? Una democrazia ridotta a sola rivendicazione di diritti rischia di diventare la somma di interessi che si fanno la guerra. Una democrazia affidata alla sola autorità tradisce la libertà che dovrebbe custodire. In mezzo c’è una strada meno comoda e più seria, dove libertà e responsabilità, anziché escludersi, si tengono in piedi a vicenda. È questo che propone la democrazia responsabile: ridare alla politica uno spessore etico senza scivolare nel moralismo; rinsaldare il senso di comunità senza schiacciare le singole persone; lavorare per il bene comune senza rinunciare al pluralismo delle idee. Alla democrazia di domani non basteranno cittadini più liberi. Le serviranno cittadini più responsabili. Perché la libertà gliela possono garantire le leggi; la responsabilità, quella, può nascere soltanto da una coscienza civile. E forse è proprio lì che si decide la sorte delle nostre democrazie: nella capacità di riscoprire che ogni diritto trova compimento in una responsabilità, e che la democrazia, prima ancora di essere una forma di governo, è una prova di maturità collettiva.
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Ercole P. Pellicanò
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