Molise, bambini tra i più sicuri d’Italia ma famiglie sempre più sole


La regione è seconda in Italia per sicurezza dei minori ma scivola al 15° posto nella classifica generale. A pesare sono soprattutto la carenza di servizi e la crescente fragilità delle reti di sostegno. Un’istantanea che parla del futuro di un territorio.

MOLISE. C’è un dato che sorprende più di tutti nel nuovo Indice regionale sul maltrattamento e la cura all’infanzia 2026 pubblicato da Cesvi. Il Molise risulta tra le regioni più sicure d’Italia per i bambini, ma allo stesso tempo si colloca nella parte bassa della classifica nazionale quando si analizzano i servizi destinati a sostenere famiglie e minori.

Un apparente controsenso che racconta molto più di una semplice graduatoria.

Secondo il rapporto, il Molise occupa il 15° posto tra le venti regioni italiane per capacità complessiva di prevenire e contrastare il maltrattamento infantile. Un risultato che lo colloca davanti soltanto a Basilicata, Sicilia, Calabria, Puglia e Campania. Al vertice si trovano invece Emilia-Romagna, Veneto e Trentino-Alto Adige.

Osservando i dati nel dettaglio emerge un elemento che merita particolare attenzione.
Il Molise si colloca infatti al secondo posto in Italia per la capacità di garantire ai minori condizioni di vita sicure, preceduto soltanto dall’Umbria. Un risultato che lo proietta ai vertici nazionali e che riflette la presenza di un contesto territoriale ancora caratterizzato da bassi livelli di criminalità, da un tessuto sociale relativamente coeso e da relazioni di prossimità che continuano a svolgere una funzione protettiva. La comunità, sana e attenta, che si prende cura dei più piccoli. Un ruolo importante è svolto, infatti, anche dalle famiglie, dal vicinato e dalle reti comunitarie che, soprattutto nei piccoli centri, rappresentano ancora un presidio fondamentale per la crescita dei bambini.


Lo scenario cambia però quando si analizza la disponibilità dei servizi destinati a sostenere genitori e minori.
Secondo il rapporto, il Molise occupa il 19° posto per i servizi a supporto della capacità di cura degli adulti e il 17° per quelli rivolti direttamente all’infanzia. Anche sul fronte dell’accesso alle risorse e alle opportunità la regione si ferma al 14° posto nazionale.

In altre parole, i bambini molisani crescono in un ambiente generalmente sicuro, ma possono contare su una rete di servizi meno strutturata rispetto a quella disponibile in gran parte del Paese. Un dato che assume ancora più significato se confrontato con quello dell’Umbria, prima in classifica per sicurezza dei minori e al tempo stesso dotata di una rete di servizi più sviluppata. Il Molise, invece, sembra ottenere i suoi risultati soprattutto grazie alla tenuta delle relazioni familiari e comunitarie più che alla presenza di strumenti di supporto diffusi sul territorio.

È proprio in questo divario che si inserisce il tema centrale scelto da Cesvi per l’edizione 2026 dell’Indice regionale sul maltrattamento e la cura all’infanzia: la “Generazione sola”. Lo studio richiama l’attenzione sulla progressiva erosione delle relazioni familiari, amicali e comunitarie che per lungo tempo hanno rappresentato uno dei principali fattori di protezione per bambini e adolescenti.
La domanda che emerge dai dati è quindi semplice quanto cruciale: se oggi molti bambini molisani sono protetti soprattutto dalla forza delle famiglie, del vicinato e delle comunità locali, chi garantirà la stessa protezione quando queste reti saranno più fragili e meno numerose? È una riflessione che va oltre le classifiche e che chiama in causa il futuro stesso del welfare territoriale.

Una riflessione che in Molise assume un significato particolare.

La regione è tra quelle che negli ultimi anni hanno registrato una costante diminuzione della popolazione, un forte invecchiamento demografico e una riduzione del numero di nascite. In molti comuni dell’entroterra il calo degli abitanti è diventato una costante, mentre servizi essenziali e opportunità per le giovani famiglie risultano sempre più difficili da raggiungere.


Per generazioni il territorio ha potuto contare su una forma di welfare informale fatta di nonni, parenti, vicinato e relazioni di comunità. Una rete invisibile che spesso ha compensato la scarsità di servizi pubblici strutturati e che ha rappresentato una delle principali difese contro l’isolamento sociale.

Oggi quella rete mostra però segnali di trasformazione.

I giovani lasciano i piccoli centri per studio o lavoro, le famiglie diventano più piccole, gli anziani aumentano e le occasioni di relazione si riducono. In questo dipinto che viene fatto dell’attuale situazione il rischio non è soltanto economico o demografico. È anche sociale.

Lo stesso rapporto Cesvi sottolinea come il maltrattamento infantile non sia un fenomeno isolato, ma il risultato di fragilità familiari, stress, solitudine e carenza di supporto. Fattori che possono crescere proprio quando le relazioni si indeboliscono e i servizi non riescono a colmare il vuoto.

La fotografia restituita dal rapporto non racconta quindi una regione in emergenza, ma una regione davanti a una scelta.


Da una parte esiste ancora un contesto che continua a offrire ai bambini condizioni di sicurezza superiori a quelle di gran parte del Paese. Dall’altra emergono segnali che invitano a rafforzare servizi, sostegno alla genitorialità, politiche educative e reti territoriali prima che le fragilità diventino problemi strutturali.

Perché la domanda più importante che il rapporto CESVI consegna oggi al Molise non riguarda una posizione in classifica ma riguarda il futuro.

La sicurezza dei bambini può continuare a essere garantita soltanto dall’eredità di una comunità che si prende cura dei propri figli, oppure è arrivato il momento di investire in modo più deciso nei servizi che quella comunità dovranno sostenerla nei prossimi anni?

È una domanda rivolta alle istituzioni, ma anche ad ogni paese, ad ogni quartiere e ad ogni famiglia. E dalla risposta potrebbe dipendere la qualità della vita delle nuove generazioni molisane.

Il Molise sembra riuscire ancora a proteggere molti bambini grazie alla forza delle famiglie e delle comunità locali. Ma questa protezione sarà sufficiente anche tra dieci o vent’anni, in una regione che continua a perdere popolazione e a invecchiare?


Elisabetta Candeloro




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