Una famiglia su quattro nel Nord-Ovest è tutta over 65 – www.ideawebtv.it


Una telefonata al 112. Non per un furto, non per un malore, non per un incendio. «Vorrei solo parlare con qualcuno». È bastata questa richiesta, arrivata nei giorni scorsi da un anziano torinese durante una delle settimane più torride dell’estate, per riportare al centro dell’attenzione una forma di fragilità che raramente conquista le prime pagine. Quell’uomo non chiedeva un’ambulanza. Chiedeva compagnia. Sarebbe facile archiviare la vicenda come un episodio isolato, figlio del caldo, dell’età o di una particolare condizione personale. Sarebbe anche un errore. Perché quella telefonata racconta qualcosa che va ben oltre il destino di una singola persona. Racconta un Paese che sta cambiando più velocemente di quanto siamo disposti ad ammettere.
L’Italia sta invecchiando. Le famiglie si stanno restringendo. Le case, invece, sono rimaste le stesse. Non solo. Nel Nord-Ovest metà degli anziani vive in abitazioni comprese tra 60 e 99 metri quadrati, mentre oltre uno su quattro occupa case tra 100 e 149 metri quadrati. Abitazioni progettate per famiglie numerose e oggi spesso abitate da una o due persone. I numeri dell’Istat descrivono con precisione questa trasformazione. Nel Nord-Ovest oltre 2 milioni di famiglie sono composte esclusivamente da persone con almeno 65 anni: il 27,2% del totale, la quota più elevata tra tutte le grandi ripartizioni italiane. Ancora più significativo è il dato delle famiglie formate da un solo ultra75enne: 795.700, pari al 10,7% del totale. Non è un caso. Nessun’altra grande ripartizione italiana raggiunge questi valori. Nel Centro le famiglie composte esclusivamente da over 65 rappresentano il 26,5%, nel Nord-Est il 25,8%, nel Mezzogiorno il 22,4% e nelle Isole il 21,4%. Il Nord-Ovest, dunque, non è soltanto il territorio più anziano: è quello che sta sperimentando per primo gli effetti della trasformazione demografica (Fonte: Istat, Prospetto 1). In altre parole, il Nord-Ovest rappresenta un laboratorio sociale: ciò che oggi osserviamo tra Piemonte, Liguria, Lombardia e Valle d’Aosta potrebbe diventare, nel giro di pochi decenni, la normalità per l’intero Paese. Dietro quelle percentuali non ci sono soltanto anziani. Ci sono appartamenti che un tempo ospitavano quattro o cinque persone e oggi vedono accendersi una sola luce la sera. Ci sono camere rimaste vuote dopo che i figli hanno costruito altrove la propria vita. Ci sono tavole apparecchiate per uno, fotografie di famiglia e armadi che custodiscono una storia più grande di chi oggi abita quella casa.
Il rischio, però, è confondere due concetti profondamente diversi. Vivere da soli non significa necessariamente sentirsi soli. E, al contrario, avere una famiglia non garantisce automaticamente di non esserlo. Molti figli telefonano ogni giorno ai propri genitori, li accompagnano alle visite, organizzano la spesa, si occupano delle incombenze quotidiane. Lo fanno con affetto e responsabilità. Eppure può accadere che una madre o un padre trascorrano ventitré ore della giornata senza incrociare uno sguardo, senza una conversazione, senza quella normalità fatta di piccoli incontri che spesso diamo per scontati. La solitudine non si misura con lo stato di famiglia. Si misura con la qualità delle relazioni. L’estate rende tutto più evidente. Le città si svuotano, il caldo scoraggia gli spostamenti, le ore trascorse in casa aumentano. Saltano perfino quei piccoli rituali che scandiscono la giornata: il caffè al bar, il mercato, la passeggiata, la chiacchierata con il vicino. È in questo contesto che una telefonata al 112 smette di apparire un fatto curioso e diventa il sintomo di una trasformazione sociale. Poi, però, i numeri raccontano anche un’altra storia. Ed è quella che riguarda più da vicino la provincia di Cuneo.
Verrebbe spontaneo immaginare che siano proprio i piccoli comuni a vivere le situazioni più difficili. Dopotutto
sono i territori più anziani e quelli
maggiormente interessati dallo spopolamento. E invece il rapporto Istat restituisce una fotografia molto più sfumata. Nelle aree rurali del Nord-Ovest, infatti, le famiglie composte esclusivamente da over 65 sono addirittura più numerose rispetto alle città (28,6% contro 26,9%). Anche gli ultra 75enni che vivono soli risultano leggermente più presenti (11,3% contro 11,0%) (Fonte: Istat, Prospetto 1). Se ci si fermasse qui, sembrerebbe una situazione peggiore. In realtà è osservando la rete delle relazioni che emerge il dato più interessante.
Tra gli anziani soli che vivono nelle aree rurali del Nord-Ovest, il 62,6% dichiara di poter contare sugli amici, contro il 56,7% di chi vive in città. Ancora più significativa è la rete di vicinato: 72,7% nelle aree rurali, 66,6% nei contesti urbani (Fonte: Istat, Prospetto 8). Sono appena sei punti
percentuali. Ma raccontano una differenza enorme. Perché la solitudine non dipende soltanto dal numero di persone che vivono in una casa. Dipende dalla possibilità di incontrare qualcuno senza dover prendere un appuntamento: il vicino, il commerciante, il volontario, l’amico che passa davanti al cancello. Raccontano il vicino che nota una tapparella rimasta abbassata. Il negoziante che si accorge dell’assenza di un cliente abituale. Il passaggio davanti al cancello che diventa occasione per una domanda semplice: «Come va?». Raccontano quella trama di rapporti quotidiani che nei piccoli paesi continua a rappresentare una forma di welfare silenzioso. Non sostituisce la famiglia, non sostituisce i servizi sociali, non sostituisce la sanità. Ma spesso impedisce che una persona diventi invisibile. Anche la casa racconta qualcosa di questa stabilità. Nelle aree rurali del Nord-Ovest l’86,2% degli anziani vive in un’abitazione di proprietà, contro l’80,8% delle città (Fonte: Istat, Prospetto 2). Sono case conosciute da una vita, inserite in comunità che conservano ancora memoria delle persone e delle loro storie.
Sarebbe ingenuo pensare che la campagna rappresenti un antidoto alla solitudine. Non è così. Anche la Granda conosce il peso dell’isolamento, soprattutto nelle vallate più periferiche e nei borghi che continuano a perdere abitanti. Ma i numeri suggeriscono che il capitale sociale dei piccoli comuni resiste ancora meglio rispetto ai grandi centri urbani. È una ricchezza difficile da quantificare, ma decisiva per la qualità della vita. La riflessione, però, non può fermarsi agli anziani di oggi. Deve guardare a quelli di domani. Riguarda anche i quarantenni e i cinquantenni di oggi, che saranno gli anziani di domani e abiteranno un Paese ancora più vecchio e meno popoloso.
L’Italia continuerà a perdere popolazione. Le famiglie saranno sempre meno numerose. Aumenteranno i nuclei unipersonali e crescerà il numero delle persone anziane. Continueremo davvero a progettare case come se dovessero essere abitate da quattro o cinque persone? O dovremo ripensare il modo stesso di costruire quartieri, servizi e comunità?
Non si tratta soltanto di ridurre le metrature. Sarebbe una risposta troppo semplice. La vera sfida sarà immaginare abitazioni accessibili, servizi di prossimità, spazi condivisi, tecnologie che favoriscano l’autonomia senza sostituire le relazioni umane. Perché nessuna applicazione, nessun sensore e nessuna intelligenza artificiale potranno mai sostituire una porta alla quale qualcuno continua a bussare. Né potranno rimpiazzare quella rete di rapporti quotidiani che, soprattutto nei piccoli comuni, oggi fa la differenza. L’episodio di Torino è una notizia. I dati dell’Istat spiegano perché non può essere considerato un caso isolato. Dietro quella telefonata c’è un Paese che invecchia e relazioni chiamate a diventare sempre più decisive.


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 Paolo Cornero

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