La strage di via Federico Pipitone


Rocco Chinnici l’uomo che inventò il pool antimafia

di Paolo Palliccia

Fra le personalità che hanno cambiato la modalità della lotta alle mafie Rocco Chinnici merita certamente un posto particolare, unico per certi aspetti.

Sin da quando accettò l’incarico di indagare sulla famosa strage di via Lazio del 1975 a Palermo per arrivare all’idea del famoso pool antimafia Chinnici ha rappresentato un punto fondamentale per tutti gli italiani onesti. Ha saputo scorgere in Giovanni Falcone in Paolo Borsellino i crismi dei predestinati. Ha letto la lotta alla mafia come una questione da gestire in gruppo per evitare, come era già successo più volte,  di esporre il giudice istruttore ai colpi della mafia in quanto uomo solo che firmava i mandati di cattura. Intuì per la prima volta l’importanza determinate della scuola nell’informare i giovani su cos’è realmente il sistema mafioso. Ha mostrato una grande competenza assieme ad una profonda umanità. Ha fatto dire agli americani che a Palermo c’era il primo vero centro antimafia del mondo. Insomma un uomo, un magistrato che tutti ci invidiavano e che, forse, non venne ucciso solo da cosa nostra.

Per fermarlo, quel terribile 29 luglio 1983, 43 anni fa, cosa nostra mise in piedi un attentato terrificante: la prima autobomba mafiosa che sconvolse non solo l’Italia ma il mondo intero. I giornali del tempo titolarono la strage in modi diversi ma il titolo colpì gli italiani resta ancora oggi  indelebile: “Palermo come Beirut”. Un uomo scomodo morì. L’Italia onesta rimase incredula davanti a tanta ferocia ma si comprese immediatamente che la bomba che aveva ucciso Chinnici, i ragazzi della scorta e il portiere dello stabile di via Pipitone, era il segnale di un cambiamento nel mondo criminale che avrebbe lasciato purtroppo altri terribili segni nella storia del nostro paese.

Perché cosa nostra organizzò un attentato di tale portata per “liberarsi” di un magistrato che, nel corso degli anni, era diventato sempre più pericoloso per tutta l’organizzazione criminale?

Chinnici, già agli albori della sua carriera, si distinse per  professionalità, umiltà e rigore morale. Qualità che nel corso del tempo divennero un marchio di fabbrica, segni distintivi di un grande magistrato che, prima di tutto, è stato un grande uomo.

È stato l’inventore del cosiddetto pool antimafia, quell’intuizione che, dopo la sua tragica fine, consentirà a Falcone, Borsellino, Caponnetto e molti altri ancora, di organizzare per la prima volta nella storia del nostro Paese una lotta alla mafia totale, omogenea, efficace e implacabile.

Chinnici è stato un grande magistrato che, per diversi motivi, non è conosciuto al grande pubblico come altri suoi colleghi. Questo perché in Italia si tende ad avere la memoria corta e perché un uomo dalla “adamantina correttezza”, come venne definito il giudice di Misilmeri in un rapporto informativo redatto nel 1962 dalla magistratura palermitana, mette sempre un po’ d’imbarazzo a chi è solito frequentare i palazzi del potere. Il Presidente del Tribunale di Trapani, nel 1966, scrisse nel fascicolo personale di Rocco Chinnici queste parole: “durante il lungo periodo in cui ha prestato servizio quale Pretore presso il mandamento di Partanna, ha esplicato le sue funzioni con scrupolo, osservanza del dovere, dimostrando doti di intelligenza, di comprensione e di preparazione giuridica non comuni”, sottolineando come  Chinnici si fosse “…distinto per il suo ingegno, per la sua correttezza, per la sua indipendenza e la serenità poste nell’esercizio delle sue funzioni, meritando la stima incondizionata dei Superiori, del Foro e del pubblico”. Queste doti, il magistrato burbero dal cuore d’oro, le porterà sempre con sé, apprezzate dai giusti e temute da chi trama nell’ombra e che, sin dall’inizio della sua carriera, iniziò a vedere Chinnici come un problema da risolvere, uno che era “poco malleabile”, “troppo onesto” per ricoprire ruoli determinanti per il funzionamento dello Stato. Con Chinnici la lotta alla mafia divenne una cosa seria, non più una barzelletta come era stato sin dall’Unità d’Italia.   Nel 1970 inizia “ufficialmente” l’impegno antimafia di Chinnici che lo porterà a maturare una vasta conoscenza del fenomeno criminale e a comprendere l’esistenza di legami nefasti, internazionali e interni, tra mafia e ambienti politico-istituzionali.

L’azione di Chinnici, in questi periodo, non è solo come magistrato, ma anche come studioso attento del fenomeno mafioso, il suo lavoro La mafia: aspetti storici e sociologici e sua evoluzione come fenomeno criminoso, rappresenta, ancora oggi, un’eccellente ricostruzione storica e sociologica della mafia dal periodo preunitario a quello contemporaneo, fondamentale per comprendere appieno tale questione e le sue evoluzioni criminose.

Il magistrato intuì prima di tutti i rapporti tra la cosa nostra siciliana e la mafia presente negli Stati Uniti d’America, quella che, assieme ai cugini isolani, partecipava al business del narcotraffico. L’auto imbottita di esplosivo che devastò Palermo quel 29 luglio 1983 non spezzò solo la vita di Chinnici, dei ragazzi della sua scorta, Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta e di Stefano Li Sacchi, portiere dello stabile in cui viveva il giudice, ma puntò dritta al cuore dello Stato.

La figura di Chinnici è stata fondamentale nella lotta alla mafia. Fu sempre Chinnici ad avere un’altra intuizione determinante nel fronteggiare cosa nostra in modo adeguato: decise di cambiare radicalmente il metodo di lavoro dell’ufficio che coordinava, intuì che un fenomeno globale come quello mafioso avesse bisogno di una lotta ben organizzata, in grado di opporsi ad esso in modo completo, senza dispersione di energie inutili. Insomma, c’era bisogno di un pool, un gruppo di uomini coscienziosi e uniti, così decise di circondarsi di uomini del calibro di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino,  Giuseppe Di Lello, andando a costituire quello che sotto il profilo formale divenne, sotto la guida di Antonino Caponnetto, il pool antimafia.

Con il suo nuovo gruppo di lavoro, costituito da giovani magistrati, mette a punto “il processo dei 162”, quello che fu in qualche modo l’anticipatore del famoso “maxi” che iniziò il 10 febbraio 1986 a Palermo.

Chinnici, inoltre, si era battuto, insieme a Gaetano Costa, altro valoroso eroe civile, per ottenere strumenti legislativi e giudiziari più efficaci per contrastare cosa nostra e i suoi traffici illegali. Altresì, s’impegnò affinché venisse riconosciuta una propria specificità al reato di associazione a delinquere di stampo mafioso e, soprattutto, lottò, assieme ad altri magistrati, per permettere ai giudici di poter indagare ed intervenire sugli ingenti patrimoni illeciti che la mafia possedeva e gestiva (nel settembre 1982 la legge Rognoni-La Torre consentirà alle indagini della magistratura, finalmente, di cambiare volto). Una personalità totale, capace di impegnarsi con tutto il suo impegno civile e morale su diversi fronti, di comprendere prima di altri dov’era il problema e come andare ad estirparlo. La lotta alla mafia, secondo il magistrato di Misilmeri, doveva essere combattuta sul piano culturale, perché, secondo il magistrato, quello di cui c’era veramente bisogno era un cambiamento sociale e un diverso approccio educativo. Per lui, la lotta alla droga, alla criminalità, al malaffare diffuso in ogni ganglio del tessuto sociale ed economico del Paese, erano non solo un problema giudiziario, ma anche e soprattutto un problema sociale, culturale, umano.

Chinnici è stato un uomo dello Stato al servizio dello Stato. La sua testimonianza la portò nelle scuole, incontrando docenti e ragazzi, partecipando a dibattiti e tavole rotonde, parlando apertamente di mafia in un’epoca che si mafia proprio non voleva saperne, troppa paura ancora. Quando, quel 29 luglio del 1983, l’autobomba piazzata da cosa nostra sotto la sua abitazione di Palermo lo strappò alla vita, Rocco Chinnici era quasi arrivato a comprendere chi si celasse dietro i delitti di Piersanti Mattarella, Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa, per i quali pensava ci fosse un’unica regia. Purtroppo non fece in tempo a concludere il suo lavoro, la ferocia criminale arrivò prima.

Il cardinale Salvatore Pappalardo celebrò i funerali solenni nella chiesa di San Domenico, ricordando nella sua omelia che: “…Si è parlato, in questi ultimi tempi, di volere erigere un monumento alle vittime della mafia: è un gesto che, dove e come lo si voglia fare, può avere il suo significato, ma certo il monumento più valido è il nome onorato che questi caduti lasciano ai loro figli e alla nazione tutta: è l’esempio del dovere compiuto fino al sacrificio”.

       

                                                                      


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 Redazione OrticaWeb

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