Dalle melodie composte durante gli anni del Conservatorio al nuovo omaggio alla città natale: l’autore termolese ripercorre il proprio cammino musicale e spiega la scelta di sperimentare nuove forme di interpretazione.
Non occorre allontanarsi da un luogo per comprenderne il valore. A volte è proprio il viverlo ogni giorno, osservarne i cambiamenti e continuare a riconoscersi nei suoi paesaggi e nelle sue persone a rendere più profondo il senso di appartenenza. Maurizio Perrotta è nato e vive a Termoli. Alla sua città ha dedicato “Un’estate Senza Fine”, il nuovo brano pubblicato il 2 agosto 2026 e disponibile su Spotify, Apple Music, Amazon Music e YouTube. Il mare, il Borgo Antico, le sere trascorse all’aperto, gli incontri e l’atmosfera che avvolge la città durante i mesi estivi costituiscono il cuore della canzone. Non una descrizione da cartolina, ma il racconto di un luogo vissuto quotidianamente e osservato nel corso di tutte le stagioni. La pubblicazione è recente, ma la musica appartiene a un periodo molto più lontano. Come tutti i brani proposti finora da Perrotta, la melodia fu composta quando l’autore era ragazzo e frequentava il Conservatorio “Lorenzo Perosi” di Campobasso. Quelle musiche sono rimaste per oltre trent’anni custodite in un cassetto e vengono oggi riprese, completate e affidate al pubblico. Negli ultimi mesi sono usciti “Enigma”, “Un salto nel buio”, “Sotto lo stesso cielo”, “Camminiamo insieme”, “Fuori controllo”, “Quasi sorelle” e “La tua mano nella mia”. Titoli che affrontano la fragilità, gli affetti familiari, l’amore e i legami capaci di attraversare il tempo. Con “Un’estate Senza Fine”, invece, lo sguardo si posa direttamente su Termoli, città alla quale Perrotta è legato anche attraverso iniziative dedicate alla comunità. Insieme a Tina Menadeo promuove infatti “Noi Termolesi – Scattiamoci una foto”, il tradizionale appuntamento del primo agosto sulla Scalinata del Folklore. Lo abbiamo incontrato per conoscere la storia del nuovo brano e ripercorrere un percorso musicale iniziato molti anni prima della sua recente pubblicazione.
Maurizio, come nasce “Un’estate Senza Fine”?
«Nasce dal mio rapporto con Termoli, la città in cui sono nato e in cui vivo. Non volevo scrivere una semplice canzone estiva, né limitarmi a nominare i luoghi più conosciuti. Mi interessava raccontare un’atmosfera: il mare, gli incontri, le strade che si animano e il modo in cui la città cambia ritmo durante l’estate. Termoli fa parte della mia quotidianità e della mia identità. La canzone nasce dal desiderio di trasformare questo legame in parole e musica».
Che significato ha il titolo?
«L’estate rappresenta certamente la stagione, ma anche quei momenti che vorremmo trattenere. Può essere un incontro, un amore, un’amicizia o un periodo particolarmente felice. Alcune esperienze finiscono nel tempo, ma continuano a vivere dentro di noi. La mia estate senza fine è legata a Termoli, al suo mare e alle persone che ne fanno parte».
La melodia era già stata composta molti anni fa.
«Sì. L’ho scritta quando ero ragazzo e frequentavo il Conservatorio “Lorenzo Perosi” di Campobasso. In quegli anni componevo numerose melodie, poi rimaste a lungo private. Riprenderle oggi significa ritrovare una parte importante della mia formazione. La musica appartiene al ragazzo che ero; il testo e il significato che le attribuisco oggi riflettono invece le esperienze maturate nel tempo».
Perché hai scelto di pubblicare il brano proprio ad agosto?
«Perché è il momento in cui Termoli esprime più intensamente la propria dimensione estiva. La città si riempie, si moltiplicano gli incontri e tornano molti termolesi che vivono altrove. La canzone, però, non vuole esaurirsi con la fine della stagione. Il suo vero tema è ciò che resta quando un momento felice è trascorso».
Il senso di appartenenza alla città emerge anche attraverso “Noi Termolesi – Scattiamoci una foto”.
«È un’iniziativa che promuovo insieme a Tina Menadeo. Ogni anno la fotografia riunisce sulla Scalinata del Folklore persone di età e storie differenti. Non è soltanto una foto di gruppo. Con il passare degli anni diventa una memoria collettiva: racconta famiglie, ritorni, nuove generazioni e persone che continuano a riconoscersi nella stessa comunità. La canzone nasce da un sentimento simile: custodire attraverso la musica qualcosa del tempo condiviso».
Vorresti che i termolesi si riconoscessero nel brano?
«Sì, pur sapendo che ognuno vive la città in modo diverso. Mi piacerebbe che qualcuno riconoscesse un’immagine, un’emozione o una sensazione familiare. La dedica è rivolta a Termoli, ma il sentimento può appartenere a chiunque custodisca un luogo del cuore».
Il tuo percorso pubblico è iniziato con “Enigma”. Che cosa ha rappresentato?
«È stato il primo passo verso la condivisione di musiche che avevo conservato per molti anni. Pubblicare significa esporsi e accettare che ogni ascoltatore possa dare al brano un significato personale. Il titolo richiama qualcosa che non riusciamo a comprendere immediatamente. Anche le emozioni possono essere un enigma e la musica può aiutarci a esprimerle».
“Un salto nel buio” affronta invece il tema degli attacchi di panico.
«È una canzone dedicata a una sofferenza che spesso rimane invisibile. Racconta la paura improvvisa, la mancanza d’aria e la sensazione di perdere il controllo. Non volevo offrire soluzioni, ma rappresentare uno stato d’animo e permettere a chi lo conosce di sentirsi compreso».
Con “Sotto lo stesso cielo” hai raccontato il rapporto tra un padre e una figlia.
«È un brano sul tempo che passa e su un legame che cambia senza scomparire. I figli crescono, costruiscono la propria vita e diventano autonomi, ma l’amore di un genitore continua ad accompagnarli. Ho cercato di raccontare questa presenza con semplicità, attraverso i ricordi e i piccoli gesti».
“Camminiamo insieme” ha una storia particolare.
«La musica risale anch’essa a più di trent’anni fa. È tornata alla luce grazie a Umberto Moretti, che ha voluto dedicare il brano alla moglie Amelia Bravo. La melodia ha così incontrato una storia concreta: quella di due persone che hanno condiviso la vita, affrontandone insieme i cambiamenti. Il titolo rappresenta il loro cammino e il valore di una presenza che resiste nel tempo».
Che cosa accomuna invece “Fuori controllo”, “Quasi sorelle” e “La tua mano nella mia”?
«Sono tre prospettive differenti sulle relazioni. “Fuori controllo” racconta una condizione di instabilità; “Quasi sorelle” è dedicata al legame tra madre e figlia; “La tua mano nella mia” richiama la fiducia e la vicinanza. Il filo comune è l’influenza che le persone esercitano sulla nostra vita».
Le musiche risalgono tutte agli anni della tua formazione. Come scegli oggi le parole da affiancare a quelle melodie?
«Riascolto ogni composizione cercando di comprenderne ancora l’atmosfera. Alcune melodie suggeriscono subito una storia; altre devono attendere più a lungo. Cerco di rispettare ciò che avevo scritto da ragazzo senza limitarmi a riproporlo. Il lavoro attuale consiste nel trovare parole capaci di rendere quella musica contemporanea e, nello stesso tempo, fedele alla sua identità originaria».
Nel nuovo brano la voce è stata realizzata attraverso l’intelligenza artificiale. Perché questa scelta?
«Volevo sperimentare una particolare interpretazione vocale. La scelta riguarda la veste sonora del brano, non la sua origine. Le parole e la musica sono mie. La tecnologia interviene successivamente, prestando una voce alla composizione. Non ha scelto il tema, non ha scritto il testo e non ha creato il legame con Termoli dal quale nasce la canzone».
La scelta potrebbe essere interpretata come la ricerca di una voce alternativa alla tua?
«No. Io una voce ce l’ho e il brano non è incompleto. Questa è la versione che ho scelto di pubblicare. Come qualsiasi composizione, naturalmente, potrebbe essere interpretata anche da altre voci. Ogni cantante potrebbe offrirne una lettura differente, senza modificare la paternità dell’opera».
Pensi che l’intelligenza artificiale possa generare un pregiudizio?
«Può accadere, soprattutto quando si confonde l’uso di uno strumento con la creazione dell’intera opera. Nel mio caso, inoltre, le musiche sono state composte oltre trent’anni fa, molto prima dell’attuale diffusione di queste tecnologie. Non pretendo che tutti condividano la mia scelta. Mi auguro semplicemente che il giudizio arrivi dopo l’ascolto e parta dalla conoscenza del processo creativo».
Questa tecnologia può rappresentare un’opportunità per altri autori e compositori?
«Può essere uno strumento in più. Non tutti i compositori e i parolieri desiderano essere interpreti, e non sempre dispongono immediatamente della voce adatta a un progetto. Una voce digitale può consentire di presentare una composizione nella sua completezza. Non sostituisce necessariamente i cantanti e non elimina il valore dell’interpretazione umana: amplia le possibilità disponibili».
Che cosa vorresti arrivasse per primo a chi ascolta “Un’estate Senza Fine”?
«L’amore per Termoli. Vorrei che si percepissero il mare, le sere estive, gli incontri e il desiderio di custodire i momenti importanti. Le riflessioni sulla tecnologia possono venire dopo. Il primo incontro dovrebbe essere con la musica e con la città alla quale è dedicata».
Quale immagine associ maggiormente al brano?
«Penso al profilo del Borgo Antico, alle luci della sera, alle persone che passeggiano e al mare che accompagna la vita della città. Ma penso anche ai momenti più semplici: una conversazione, una serata con gli amici, le voci in una strada conosciuta. La mia estate senza fine è fatta soprattutto di questo». Il percorso musicale di Maurizio Perrotta unisce così due momenti lontani della sua vita. Da una parte ci sono le melodie composte durante gli anni del Conservatorio; dall’altra le parole, le storie e le dediche che oggi permettono a quelle musiche di raggiungere il pubblico. “Un’estate Senza Fine” aggiunge a questo percorso il legame con Termoli, non come luogo idealizzato dalla distanza, ma come città vissuta quotidianamente. La nuova uscita diventa così una dedica al mare, alle persone e ai momenti che continuano ad accompagnare l’autore. Un invito ad ascoltare senza fermarsi alle etichette e a riconoscere, dietro ogni melodia, il tempo e la storia che l’hanno resa possibile.
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