Guccini non c’è più, ma le sue parole sono invecchiate molto meglio di noi


La prima cosa che ho pensato è che io l’articolo su Guccini non lo volevo scrivere. Non perché non mi faccia una ragione – non me la faccio – ma perché già mi vedo la corsa all’appropriazione del cadavere, la foto col morto, i «Francesco» detti in tono confidenziale. Il problema è che quella cosa lì l’ho pensata con le parole sue: scusate, non mi lego a questa schiera.

Nessuno muore meno di quelli che fanno le canzoni, perché le canzoni sono impastate nelle nostre vite come non lo sono i film, come non lo sono i romanzi, come non lo sono neppure gli amori. Non ho più il numero di telefono di quello con cui squarciagolavo “Quattro stracci”, ma ho ancora quel disco lì: è invecchiato meglio di me e di lui e della nostra storia, e sono invecchiata pure io decentemente abbastanza da accorgermi che sì, “Quattro stracci”, ma vuoi mettere “Lettera”.

Francesco Guccini, che è quindi immortale, è morto mentre tutti ci lamentiamo del caldo, essendo noialtri come sempre quella roba che aveva scritto lui: chi aspetta sempre l’inverno, per desiderare una nuova estate.

La mia amichetta del cuore, alle medie, aveva due sorellastre. Facevano l’università, e solo negli ultimi anni mi sono resa conto che è tutto merito loro. Che tutte quelle cose meravigliose che consumavamo dovevano venire da loro, che era per lo sgocciolamento dell’economia culturale delle ragazze grandi se le ragazzine piccole ascoltavano Joni Mitchell e David Bowie e Guccini nonostante i nostri genitori ascoltassero tutt’altro e mica ci fossero i social per scoprire cose che non ti trovavi dentro casa.

Se andavano in piazza Maggiore a sentire «si alza sempre lenta come un tempo l’alba magica in collina, ma non provo più quando la guardo quello che provavo prima: ladri e profeti di futuro mi hanno portato via parecchio, il giorno è sempre un po’ più scuro, sarà forse perché è storia, sarà forse perché invecchio», di cui chissà mai cosa potevamo capire a undici anni, ma soprattutto chissà come faceva Francesco Guccini ad aver scritto la più straziante canzone sull’invecchiare a trentaquattro minuscoli anni.

Chissà dove sono adesso, adesso che siamo tutte vegliarde e tutte coetanee, quelle due, chissà se sanno quanto siamo state fortunate ad avere quegli anni malleabili e permeabili pieni di meraviglie e non di inutilità delle quali nessuno si ricorderà tra due stagioni. Chissà se sanno quanto sono loro grata di essere cresciuta avendo presente che i Duran Duran andavano bene per fantasticare di sdraiarsi il bassista, ma per le canzoni servivano gli endecasillabi.

Non vorrei sempre esprimermi con parole di Guccini – ma d’altra parte solo quelle ho – ma è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già il vantaggio che non bastano i dottorati a colmare che ti dà essere cresciuta pensando che le parole fossero quella cosa lì: ricercata, precisa, tanto più accoglienti quanto più erano rigorose.

Ripeterei ancora una volta di quel pranzo all’altezza dei miei quarant’anni in cui scoprii che quella fortuna lì non ce l’avevamo avuta tutti. I presenti – gente cresciuta in Sicilia, cresciuta in Toscana, cresciuta a Roma: cresciuta in posti in cui Guccini non era tessuto connettivo quanto lo era a Bologna – mi guardavano stravolta: ma come al liceo ascoltavi Guccini, ma nessun liceale ascoltava Guccini. Tutti i liceali ascoltavano Guccini, in nicchie sconosciute ai miei commensali: quando mi sono trasferita a Roma, i suoi concerti continuavano a esser pieni di ragazzini. Ragazzini che andavano ad ascoltare uno che parlava difficile: era un altro mondo.

Dicevo: lo ripeterei, ma non lo farò (Guccini, che era professore di italiano nell’animo, ci terrebbe fossi abbastanza divulgativa da farvi notare la preterizione, pur consapevole che il lettore medio di questo secolo penserà sia, la preterizione, una posizione del pilates). Non lo farò perché peggio della foto col morto c’è solo l’aneddoto attorno al morto.

Gli aneddoti col morto me li sono già giocati tutti quando era vivo – quella volta che mi disegnò le tette su un menu d’un premio Tenco, quella volta che a fine concerto De André gli disse «ma come fai, io ho mal di schiena, devo star seduto», quelle volte che chiunque arrivasse per la prima volta in un suo backstage trasecolava vedendolo bere vini pochissimo maschili, rosé, traminer, avendo creduto al ritratto di Bonvi in cui aveva il fiasco di sangiovese – e poi non vorrei finire come quello di «Francesco».

Tra i molti mitomani del giornalismo italiano, gente che intervista i famosi per potersi a fine intervista fare la foto con un famoso il quale si presta alla foto pensando che tocca fare per avere una pagina di giornale («voi che siete capaci fate bene, a aver le tasche piene e non solo i coglioni»), il mio preferito è quello che svela il proprio scambiare l’ostentazione di confidenza per amicizia parlando di Guccini in pubblico con un disinvolto «Francesco». Il segreto che nessuno dei conoscenti o amici o collaboratori di Guccini ha mai svelato a questo derelitto, acciocché tutti potessero continuare a riderne, è che nessuno di quelli che lo conoscevano davvero diceva mai di lui «Francesco». Non so spiegarvi perché, ma è andata così. Guccini è Guccini, al massimo il maestrone. «Francesco» è uno shibboleth pronunciato male.

Due estati fa in piazza Maggiore hanno proiettato il filmato di quel concerto che compiva quarant’anni. Ma che cosa c’è in fondo a quest’oggi di mezza festa e di quasi male? C’è che il presente non esiste: ci sono rimasti solo gli anniversari.

In autunno il disco in cui si trova il nome di questa paginetta compie cinquant’anni. È uscito che non ne avevo ancora compiuti quattro, Francesco Guccini ne aveva trentasei e probabilmente sapeva benissimo che era a lunga conservazione: noialtre che scoprivamo alle medie “Canzone quasi d’amore” la prendevamo alla lettera; avevamo tutta la vita davanti, per capire che serviva a farci riconoscere i luoghi comuni, non a commuoverci. Ti accorgerai da sola, nemmeno dopo tanto, che la noia di un altro non vale.

S’intitola, quel disco lì, “Via Paolo Fabbri 43”, che all’epoca era l’indirizzo al quale abitava Guccini: era un mondo che non aveva ancora inventato il concetto di privacy. È d’altra parte il disco che dice il secolo successivo, quello che inventa la privacy e al tempo stesso la abolisce, in almeno un verso dell’“Avvelenata”: nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento.

Francesco Guccini aveva ottantasei anni, viveva – non avendo mai avuto la patente – in un posto dal quale senza macchina non si poteva andare da nessuna parte, era cieco, aveva dovuto smettere di fumare. In un’intervista che gli avevo fatto tre anni fa aveva detto una frase straziante: «Per me aver raggiunto il successo era poter comprare tutti i libri che volevo e tutte le sigarette che volevo. Ho smesso di fumare da cinque anni, e non ci vedo più e non posso più leggere».

Avevo pensato al “Pensionato”, che a un certo punto non so come è diventata la mia canzone preferita di quel disco lì, al marmo con l’angelo che spezza le catene, a «la vita com’è fatta, e come uno la gestisce», al tarlo di uno che ha tanto tempo e anche il lusso di sprecarlo. Avevo pensato «un giorno Guccini muore, e io come faccio». Non gliel’avevo detto, perché queste cose non si dicono, anche se Guccini ti ha dato tutte le parole per dirle assai prima che fossi in grado di capire cosa significavano, quelle parole lì.


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