A forza di sottotrame, personaggi in soprannumero e rimandi all’universo Marvel, “Spider-Man: Brand New Day” fa molto per scoraggiare chi non ha visto tutte, ma proprio tutte, le puntate precedenti: da “Vedova nera” e “Thunderbolts” alle serie “Hawkeye”, “Daredevil” e “Punisher”, passando per “Hulk” e perfino gli “X-Men”. Peccato, perché è anche il capitolo in cui Tom Holland recita meglio Spider-Man: meno fan degli Avengers, più giovane adulto. Ed è quello che ritrova con maggiore convinzione l’anima newyorkese dell’Uomo Ragno, riportandolo tra drugstore, scantinati e piccoli criminali, dentro una città che torna a essere parte della storia. Anche se il regista Destin Daniel Cretton insiste talmente sulle stesse strade che viene il dubbio che la grande Mela sia grande quanto uno studio televisivo.
“Brand New Day” riparte dalla scelta terribile che chiudeva “No Way Home”. Per salvare le persone che ama, Peter Parker si è fatto cancellare dalla loro memoria. Tutti ricordano Spider-Man, nessuno sa chi è il giovane sotto la maschera. Quattro anni dopo, l’amore MJ (Zendaya, moglie di Holland nella vita reale) e l’amico Ned hanno continuato a vivere senza di lui. Peter, invece, è rimasto fermo. Vive da solo, combatte il crimine con l’aiuto di una assistente IA e osserva da lontano le due persone che un tempo arricchivano la sua vita. Ha sostituito i rapporti umani con il lavoro, diventando un professionista del salvataggio e un dilettante dell’esistenza, incapace di elaborare il lutto della morte di zia May (Marisa Tomei).
Il nuovo capitolo di Spider-Man non si vergogna di ripetere quasi ossessivamente la propria morale: non si può affrontare tutto da soli, chiedere aiuto fa parte del diventare adulti e crescere significa anche riconoscere la propria parte oscura, invece di fingere che non esista. Peter deve imparare che ciò che teme di sé non va cancellato. né lasciato libero di dominarlo: va accettato e trasformato, per diventare qualcuno di diverso e, possibilmente, migliore. Una vocazione pedagogica che Holland ha rivendicato nelle interviste promozionali, definendo il film un «ammonimento contro la solitudine».
In un’altra epoca, neppure troppo lontana, tanta insistenza sarebbe sembrata ridondante. Oggi, tra attenzione intermittente e distrazioni continue, diventa quasi un indizio sociologico: racconta qualcosa della psicologia dei ragazzi a cui il film parla e del bisogno di messaggi semplici, ripetuti, immediatamente riconoscibili. A giudicare dai record al botteghino, l’operazione ha trovato il suo destinatario, un pubblico giovanissimo tornato al cinema quando erano ancora caldi i sedili lasciati dagli spettatori de “L’Odissea” di Christopher Nolan.
Anche i grandi fenomeni per adolescenti di quindici anni fa educavano il proprio pubblico, ma non me facevano il perno della trama. Negli ultimi due film della saga di Harry Potter, “I doni della morte” usciti nel 2010 e nel 2011, il male era manicheo e ricordava l’orrore nazifascista, facendo lottare i giovani maghi contro chi ha trasformato le istituzioni in strumenti di persecuzione. Crescere voleva dire scegliere chiaramente da che parte stare. “Hunger Games”, arrivato nel bel mezzo dell’era Instagram, raccontava ragazzi usati dal potere e trasformati in spettacolo, mostrando la ribellione di una giovane donna contro un sistema che nessuno aveva mai messo in dubbio prima. Nel 2026, Spider-Man registra un’altra ansia, non meno importante da combattere. Si può avere il mondo intero dentro lo smartphone e non avere nessuno da chiamare. Il grande nemico generazionale si è spostato all’interno: noi stessi.
La prima mezz’ora è forse la parte più riuscita: per la prima volta da parecchio tempo l’avversario sembra davvero imbattibile, persino con la certezza che un blockbuster di Hollywood una via d’uscita finirà per trovarla. Il film costringe così lo spettatore a fare una cosa diventata rara nei cinecomic: chiedersi seriamente come possa cavarsela il supereroe. Quando però il meccanismo si chiarisce e la morale diventa evidente, i 145 minuti cominciano a pesare. Anche perché dietro l’affollamento di personaggi si nasconde una struttura più semplice di quanto sembri. Quasi tutti, infatti, sono variazioni dello stesso problema: convivere con la parte di sé che si vorrebbe rimuovere. Peter ha trasformato la paura di perdere gli altri nella decisione di non avere più nessuno e continua a chiamare sacrificio quella che somiglia sempre più a una fuga. Frank Castle, il Punisher interpretato da Jon Bernthal, dopo l’assassinio della famiglia ha consegnato il proprio dolore alla violenza.
Non parliamo poi di Bruce Banner (Mark Ruffalo) che questo conflitto lo incarna fin dal primo numero de “L’Incredible Hulk”, creato nel 1962 da Stan Lee e Jack Kirby, e ne offre la rappresentazione più letterale. Per anni ha cercato di reprimere il gigante verde come un corpo estraneo, quando Hulk è proprio ciò che Banner non riesce ad accettare di sé: la rabbia mostruosa. Più tenta di tenerla separata dal mite scienziato che crede di essere, più quella parte ritorna con una forza devastante.
Anche la misteriosa antagonista è costruita sullo stesso principio. Possiede un potere enorme che diventa più pericoloso quanto più le emozioni sfuggono al controllo. Cretton e gli sceneggiatori Chris McKenna ed Erik Sommers costruiscono così un film quasi sfacciatamente junghiano. L’Ombra, secondo lo psicanalista Carl Jung, è quella zona della personalità che non riconosciamo come nostra perché incompatibile con l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi. Rimuoverla non la fa sparire, ovviamente, ma le permette di agire senza alcun controllo.
Peter deve quindi compiere un passo più difficile che sconfiggere un cattivo: riconoscere la propria fragilità e capire che anche il bisogno degli altri appartiene all’uomo che vuole essere. Ci arriverà, ma prima deve ubriacare gli spettatori con prototipi e dettagli tecnologici inutili che non cambiano la sostanza. Per questo il film finisce curiosamente per avere un problema con il suo cattivo. Gli avversari esistono, il Damage Control fornisce la necessaria dose di malvagità istituzionale e i combattimenti non mancano, con una citazione deliziosa de “La tigre e il dragone”. Ma il vero nemico continua a spostarsi all’interno dei personaggi.
Cretton ha una buona idea e pochissima fiducia nel sottinteso. “Brand New Day” sembra talvolta più preoccupato che lo spettatore impari la lezione che disposto a concedergli il piacere di arrivarci da solo.
Da qui in avanti c’è un mezzo spoiler, almeno per chi è riuscito a evitare anche i contenuti promozionali. La misteriosa antagonista è Jean Grey, uno dei personaggi più affascinanti e tormentati degli “X-Men”, A interpretarla è Sadie Sink e a pensarci la scelta contiene un curioso cortocircuito: Sink era Max Mayfield in “Stranger Things”, serie costruita intorno a un’altra adolescente spaventata da poteri psichici che fatica a controllare, anche se in quel caso Undici era interpretata da Millie Bobby Brown.
A proposito, il casting sembra un manuale Cencelli dell’apprendista cinefilo. Holland e Bernthal si ritrovano sullo schermo appena due settimane dopo “L’Odissea” di Nolan, dove interpretavano Telemaco e Menelao. In una storia ossessionata dalle identità divise non poteva poi mancare Tramell Tillman. In “Severance” era Seth Milchick, il sorridente e inquietante funzionario della Lumon incaricato di sorvegliare lavoratori la cui memoria è stata artificialmente separata fra ufficio e vita privata; qui diventa William Metzger, capo del Damage Control, quasi una promozione per continuità di curriculum. La detective Jean DeWolff ha invece il volto di Liza Colón-Zayas, la Tina Marrero di “The Bear”: come se l’associazione non fosse già abbastanza palese, Cretton le mette qualcosa da mangiare in mano in quasi tutte le scene. È anche una delle poche a meritare una scena a figura intera accanto a Spiderman, forse perché è più bassa di Holland. Coincidenze, probabilmente.
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Andrea Fioravanti
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