Siccome non siamo in grado di attuare gli adeguamenti sociopolitici necessari per rispettare gli obiettivi di emissione, dobbiamo dunque rassegnarci a essere in balia del cambiamento climatico? Nel mondo scientifico esiste da decenni un’idea che promette una soluzione a questo problema: una strategia per fermare o addirittura invertire il riscaldamento globale, a prescindere dalla riduzione delle emissioni di gas serra. Si tratta della geoingegneria solare, cioè del tentativo di regolare attivamente l’influenza del Sole sulla Terra, come si fa quando si regola la temperatura di un impianto di riscaldamento.
Una strategia controversa La proposta era già stata avanzata nel 1965 in un rapporto intitolato Restoring the Quality of Our Environment, redatto dal comitato consultivo scientifico del presidente degli Stati Uniti Lyndon Johnson. L’allegato Y4 affrontava la questione dell’anidride carbonica atmosferica. Già allora era chiaro che l’aumento della sua concentrazione sarebbe diventato un problema: «Con la sua civiltà industriale globale, l’uomo sta conducendo, senza rendersene conto, un gigantesco esperimento geofisico. Nell’arco di poche generazioni sta bruciando combustibili fossili che si sono accumulati lentamente nella Terra negli ultimi cinquecento milioni di anni».
Secondo le stime dell’epoca, questo potrebbe essere sufficiente per provocare un incremento di quasi il 200% del contenuto di CO2 nell’atmosfera. Come conseguenze, il rapporto del 1965 prevedeva temperature più elevate, lo scioglimento della calotta glaciale antartica, l’innalzamento del livello dei mari, il riscaldamento degli oceani, l’acidificazione dell’acqua dolce e un aumento della fotosintesi. «Le possibilità di indurre intenzionalmente cambiamenti climatici compensativi vanno pertanto studiate a fondo.»
Il documento precisa anche quali potrebbero essere queste possibilità: bisognerebbe modificare l’equilibrio radiativo modificando la riflettività della Terra, per esempio spargendo piccole particelle riflettenti sulla superficie degli oceani. Sarebbe anche relativamente economico: con cinquecento milioni di dollari l’anno si potrebbe già correggere la riflettività dell’1%. E viene citata anche un’altra idea alternativa: studiare la manipolazione dei cirri come possibile strumento per la modifica del clima. L’idea di trasformare i mari in specchi giganteschi non fu portata avanti per ovvie ragioni, ma negli anni settanta, il climatologo russo Michail Ivanovič Budyko ideò un’altra strategia: inserire aerosol nella stratosfera avrebbe avuto lo stesso effetto di riflettere la radiazione solare nello spazio, arrestando così il riscaldamento globale.
Secondo le sue stime, con duecentomila tonnellate di zolfo sarebbe stato possibile invertire l’aumento di temperatura verificatosi tra il 1920 e il 1940. In linea di principio si sarebbe potuto ottenere questo risultato aggiungendo zolfo ai carburanti degli aerei stratosferici, in modo che i gas di scarico contribuissero alla formazione degli aerosol desiderati. A suo parere, un simile progetto sarebbe potuto diventare importante, perché «nel prossimo futuro sarà necessario modificare il clima per mantenere le attuali condizioni climatiche».Se si concordava sul fatto che questa modifica rappresentasse una possibilità teorica, secondo Budyko sarebbe stato addirittura obbligatorio sviluppare un piano adeguato per la sua attuazione.
La ricerca sul tema della geoingegneria solare si scontrò con un certo scetticismo e di conseguenza si sviluppò lentamente. Alla fine degli anni novanta fu sostenuta, tra gli altri, dal creatore della bomba all’idrogeno Edward Teller, ma solo nel 2000 furono pubblicati il primo articolo di rassegna e la prima simulazione sottoposta a peer‑review. Si sente dire spesso che almeno una parte della comunità scientifica si era imposta una sorta di moratoria volontaria: da un lato, perché i rischi della geoingegneria solare erano difficili da valutare e, dall’altro, perché si temeva che lo sviluppo di un «Piano B» nella lotta al cambiamento climatico potesse distrarre dal «Piano A», cioè la riduzione delle emissioni di gas serra.
Almeno sul fronte dell’opinione pubblica, le cose cambiarono nel 2006, quando Paul Crutzen, vincitore del Nobel per la Chimica, pubblicò un articolo sulla rivista Climatic Change. Crutzen aveva studiato il buco nell’ozono e, in quanto propugnatore di una politica climatica efficace e sostenibile, godeva di una particolare credibilità. Nell’articolo esponeva un dilemma della politica ambientale e climatica: l’inquinamento dell’aria con anidride solforosa, dannoso per la salute, contribuiva a frenare il riscaldamento globale grazie alla retrodiffusione di una parte dell’irraggiamento solare. Gli sforzi per migliorare la qualità dell’aria, finalizzati a ridurre al minimo i decessi prematuri dovuti ai danni polmonari, contribuivano, a suo parere, ad aggravare il cambiamento climatico.
La «via di gran lunga preferibile» per uscire da questo dilemma sarebbe stata la limitazione delle emissioni di gas serra. Se però non avesse funzionato, aggiungeva Crutzen, sarebbe stato necessario ripiegare sulla soluzione che rappresentava «il male minore»: aumentare artificialmente la riflettività della Terra (la cosiddetta «albedo»), in modo da frenare il riscaldamento grazie alla luce solare riflessa. Si sarebbe potuti arrivare a questo risultato immettendo solfati nella stratosfera. Questi composti si sarebbero in parte trasformati in aerosol, capaci di riflettere i raggi solari.Questa strategia ha dimostrato più volte la sua efficacia in occasione di potenti eruzioni, come quella del vulcano filippino Pinatubo nel 1991, che diffuse venti milioni di tonnellate di anidride solforosa nella stratosfera, dove il composto ha reagito con la polvere e l’acqua formando aerosol.
Di conseguenza, l’anno successivo la temperatura media globale è scesa di 0,5°C. In seguito, però, è risalita rapidamente, perché gli aerosol rimangono nell’atmosfera solo per uno o due anni. Se si volesse usare questo metodo per un contrasto duraturo al riscaldamento globale, occorrerebbe pertanto assicurare un rifornimento costante. Per stimare i costi, Crutzen cita un dato della National Academy of Sciences del 1992: venticinque miliardi di dollari l’anno. Oggi si parla di pochi miliardi di dollari, una somma esigua rispetto ai costi che, secondo le stime, dovremo sostenere a causa del cambiamento climatico.
All’epoca Crutzen diede il via a una forte mobilitazione della comunità scientifica, non solo nel campo della geoingegneria, ma anche al di fuori, nell’ambito delle scienze politiche, sociali e umanistiche. Ciò portò inoltre a un’intensificazione del controverso dibattito sulle conseguenze prevedibili della geoingegneria solare. Nel 2008 il climatologo americano Alan Robock pubblicò un articolo elencando venti ragioni per cui la geoingegneria sarebbe stata una cattiva idea, dato che nessuno aveva ancora risposto a una domanda: una simile terapia contro il cambiamento climatico sarebbe davvero stata migliore della malattia? Tra le argomentazioni contrarie, Robock sottolineava che le reazioni alla geoingegneria solare potevano variare notevolmente a livello locale. Anche dopo l’eruzione del Pinatubo, i modelli delle precipitazioni regionali erano apparsi chiaramente alterati; in particolare, il monsone asiatico e quello africano erano stati meno intensi.
La geoingegneria solare avrebbe dunque potuto portare la siccità in quelle regioni. Che questo approccio indebolisca il ciclo globale dell’acqua è ormai confermato anche dalle simulazioni al computer. Un altro difetto: un simile intervento non risolverebbe il problema dell’acidificazione dei mari. Le particelle di aerosol contenenti solfati danneggiano inoltre lo strato di ozono, perciò le piante e gli animali risentono dei cambiamenti nell’irraggiamento solare e potrebbero verificarsi perdite di raccolti; la formazione delle nuvole potrebbe essere influenzata dagli aerosol, il cielo diventerebbe biancastro e gli impianti solari avrebbero un rendimento minore. Anche se la geoingegneria solare viene spesso definita dai suoi sostenitori un «medicinale» o un «antidolorifico» contro il cambiamento climatico, una cosa è chiara: il suo impiego non condurrebbe a un’inversione del processo. Secondo Robock, il clima risultante sarebbe fondamentalmente diverso da uno con la stessa temperatura media globale senza cambiamento climatico.


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Sibylle Anderl
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