In Italia le startup innovative continuano a crescere. Secondo gli ultimi dati del ministero delle Imprese e del Made in Italy, sono oltre 12 mila quelle iscritte nella sezione speciale del Registro delle imprese. Negli ultimi anni l’ecosistema è cresciuto grazie a nuovi investimenti, programmi di accelerazione e a una maggiore attenzione verso l’innovazione. Ma un numero crescente di nuove imprese non coincide automaticamente con un numero maggiore di aziende destinate a durare.
Perché prima ancora del business plan, dei capitali o della raccolta fondi, è necessario rispondere a una domanda: esiste davvero un problema che vale la pena risolvere? Partitaiva.it ha raccolto la testimonianza di Startup Geeks, uno dei principali punti di riferimento italiani per la formazione imprenditoriale, e intervistato i suoi fondatori.
Validare un problema prima ancora di costruire una soluzione
Ogni anno oltre mezzo milione di persone apre una partita IVA in Italia. La sintesi governativa dei dati 2025 dell’Osservatorio delle partite IVA dichiara che le nuove aperture sono state 500.341, in lieve crescita (+0,4%) rispetto all’anno precedente. Dietro questi numeri, però, si nascondono percorsi molto diversi. Può cambiare il modello di business, ma la domanda iniziale resta la stessa.
Ne sono convinti Alessio Boceda e Giulia D’Amato, fondatori di Startup Geeks, realtà che nasce proprio dall’osservazione di un problema, prima ancora che da un progetto imprenditoriale. “Startup Geeks nasce quasi per frustrazione – esordiscono i founder -. Vivevamo in Germania e ci rendevamo conto che, ogni volta che si parlava d’innovazione, l’Italia veniva descritta come un Paese poco dinamico. Allo stesso tempo vedevamo tanti ragazzi italiani convinti che l’unico modo per fare impresa fosse trasferirsi all’estero”.


“Abbiamo iniziato con una domanda molto semplice: se il problema non fosse la mancanza di talento, ma la mancanza di esempi, strumenti e metodo? Così, da un’idea avuta durante il nostro viaggio di nozze in Perù, abbiamo aperto un blog e iniziato a intervistare founder italiani, raccontando storie di persone che stavano costruendo aziende innovative nel nostro Paese. È stato il primo passo”, continuano marito e moglie.
In questa prima fase Startup Geeks non era ancora un’azienda, infatti, ma un progetto editoriale. “La svolta è arrivata quando abbiamo capito che la community non cercava solo ispirazione e confronto, ma chiedeva continuamente supporto concreto: come validare un’idea, trovare i primi clienti, raccogliere capitali, costruire un team. Da lì abbiamo capito che non bastava raccontare l’ecosistema startup: potevamo contribuire a costruirlo. Abbiamo lasciato il posto fisso in Germania e abbiamo creato Startup Geeks.”
La validazione non serve a confermare un’intuizione, ma a smentirla
Da founder quindi non hanno deciso a priori quale prodotto offrire ma è stato il mercato a suggerire il servizio che mancava e su cui puntare. “L’errore più comune è innamorarsi della soluzione invece che del problema. Succede a quasi tutti i founder alle prime armi: passano mesi a sviluppare un prodotto senza aver verificato se qualcuno lo desidera davvero – specificano D’amato e Boceda -. La validazione inizia molto prima. Significa parlare con decine di potenziali clienti, raccogliere feedback, osservare come affrontano oggi quel problema e capire se sarebbero disposti a investire tempo o denaro per risolverlo”.
Il passaggio più controintuitivo riguarda proprio il momento in cui proporre il prodotto. “Sembra quasi paradossale, ma implica che la creazione della soluzione avvenga dopo averla proposta al mercato, tramite appositi strumenti -intuiscono i founder -. Grazie alla validazione si minimizza il primo rischio di fallimento dei progetti imprenditoriali, che è l’assenza di mercato per ciò che offrono. Anche Startup Geeks è stata validata così”.
Prima ancora di costruire un percorso strutturato, D’Amato e Boceda vedevano persone iscriversi alle newsletter, partecipare ai webinar, chiedere consulenze e formazione: “Il mercato ci stava dicendo che il bisogno esisteva, facendoci richieste concrete per offrirgli una soluzione. Da quel momento abbiamo iniziato a costruire un’offerta sempre più strutturata, ma seguendo ciò che emergeva dai feedback, non dalle nostre ipotesi”.
I primi clienti arrivano molto prima delle campagne pubblicitarie
“All’inizio non avevamo grandi budget da investire in marketing. Abbiamo investito quasi tutto nella creazione di contenuti gratuiti: articoli, newsletter, interviste, webinar, eventi online. Volevamo diventare un punto di riferimento prima ancora di vendere qualcosa – afferma la coppia -. I primi clienti sono arrivati proprio dalla community. Ci seguivano da mesi, avevano visto il valore dei contenuti e quando abbiamo lanciato i primi percorsi erano già convinti della nostra credibilità”.
Non è stato però un percorso privo di ostacoli. “La difficoltà maggiore è stata far capire che in Italia si poteva imparare a fare impresa in modo metodico, senza improvvisazione. Per molti esistevano solo due alternative: il master universitario o il proviamo e vediamo. Noi abbiamo costruito una terza strada, più pratica e orientata all’esecuzione”, precisano marito e moglie.
Scalare un’impresa significa costruire un’organizzazione, non lavorare di più
Secondo l’Osservatorio Startup Thinking del Politecnico di Milano, la crescita delle imprese innovative dipende sempre meno dalla tecnologia in sé e sempre più dalla capacità di creare processi, competenze e organizzazioni in grado di sostenere lo sviluppo nel tempo. Anche Startup Geeks racconta questo passaggio come il vero spartiacque della propria crescita. “Il passaggio più importante è smettere di credere di essere indispensabili – asseriscono i creatori di Startup Geeks -. All’inizio i founder fanno tutto: vendite, marketing, supporto clienti, prodotto. Funziona finché il progetto è piccolo, ma non è scalabile. Per noi il vero salto è arrivato quando abbiamo iniziato a trasformare il nostro metodo in processi, strumenti e formazione replicabile, coinvolgendo un team sempre più competente, mentor, advisor e professionisti con competenze diverse”.
Non hanno dubbi i due ideatori: “Oggi il valore di Startup Geeks non dipende più soltanto da Alessio o Giulia, ma da un team che mette in connessione imprenditori, investitori, mentor e aziende. Scalare significa proprio questo: costruire un’organizzazione capace di generare valore anche senza la presenza continua dei founder”.
Il momento perfetto non esiste: la velocità conta più della perfezione
Il rapporto The Missing Entrepreneurs 2023 dell’OCSE, quasi un giovane europeo su due (45%) dichiara che la paura di fallire rappresenta un ostacolo all’avvio di un’attività imprenditoriale. Startup Geeks ha visto questo schema ripetersi centinaia di volte. “Se guardiamo indietro, probabilmente l’errore più grande è stato pensare che esistesse il momento giusto per partire. All’inizio si tende a voler avere tutto perfetto: il business plan impeccabile, il prodotto completo, il logo, il sito. In realtà abbiamo imparato che la velocità di apprendimento conta molto più della perfezione”, confidano gli esperti.
Un’altra convinzione che hanno cambiato riguarda l’idea che l’imprenditore, per essere geniale, debba trovare un’intuizione rivoluzionaria: “Nella maggior parte dei casi non funziona così! Le aziende che crescono sono quelle che ascoltano continuamente il mercato, raccolgono feedback e migliorano passo dopo passo. L’innovazione è molto più un processo che un colpo di genio”, continuano.
Ma l’imprenditorialità è anche un percorso personale. “Costruire un’azienda significa imparare a convivere con l’incertezza, prendere decisioni con informazioni incomplete e accettare che gli errori fanno parte del percorso. Oggi diremmo che il vero vantaggio competitivo non è avere sempre l’idea migliore, ma sviluppare la capacità di adattarsi più velocemente degli altri”, suggeriscono.
Sempre più professionisti vogliono fare impresa: perché nasce Founders Cove
Negli ultimi anni è cambiato anche il profilo di chi decide di avviare un’attività. “Non ci sono più soltanto i venticinquenni che escono dall’università. Oggi vediamo manager, freelance, professionisti e dipendenti che vogliono costruire un progetto proprio, spesso mantenendo inizialmente il lavoro attuale – fanno sapere gli esperti -. Questa domanda è cresciuta molto più velocemente dei luoghi in cui queste persone possono incontrarsi. Esistono eventi dedicati alle startup già finanziate, al venture capital o all’innovazione corporate, ma mancava un appuntamento pensato per chi è ancora all’inizio del percorso”.
Nasce da questa consapevolezza Founders Cove: “Abbiamo pensato di creare un luogo dove chi vuole fare impresa possa confrontarsi con founder, investitori, mentor e altri futuri imprenditori, senza sentirsi troppo indietro. Pensiamo che oggi l’Italia abbia bisogno non solo di più startup, ma di più persone che abbiano il coraggio di provarci con il giusto metodo”.
Dall’intelligenza artificiale alla longevity: i mercati su cui puntare nei prossimi 12-24 mesi
Guardando ai prossimi due anni, Boceda e D’Amato individuano tre aree particolarmente interessanti. La prima riguarda l’intelligenza artificiale, ma con una precisazione: “Non crediamo più nelle startup che fanno AI in generale, ma in quelle che risolvono problemi molto specifici in settori come sanità, industria, finanza o servizi professionali. Il valore non sarà nel modello, ma nell’applicazione concreta della tecnologia per risolvere un problema forte per un cliente specifico”.
Il secondo ambito è quello della silver economy e della longevity. L’invecchiamento della popolazione sta creando bisogni enormi in prevenzione, benessere, assistenza domiciliare e tecnologie per la salute. È un mercato destinato a crescere per molti anni e in cui c’è ancora molto spazio per innovare”.
Infine, la formazione. “Con l’intelligenza artificiale che sta trasformando moltissime professioni, imparare nuove competenze non sarà più un’attività occasionale, ma un’esigenza continua – concludono D’amato e Boceda -. Vediamo spazio per imprese che aiutino persone e aziende ad aggiornarsi in modo rapido, pratico e personalizzato, soprattutto nelle competenze digitali e imprenditoriali. Più che inseguire il settore di moda, però, il consiglio che diamo sempre è partire da un problema reale. I mercati cambiano continuamente, ma chi costruisce un’azienda ascoltando i clienti ha molte più probabilità di trovare la direzione giusta”.
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Natalia Piemontese
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