Me-maxxing: perché oggi parliamo il 30% in meno rispetto a vent’anni fa


Nel 1976, Tom Wolfe pubblicò un saggio sul New York Magazine in cui definì gli anni Settanta il decennio del “Me” (“io”). Secondo lo scrittore, gli americani avevano abbandonato le grandi cause collettive degli anni Sessanta per concentrarsi sulla realizzazione personale: psicoterapia, seminari di auto-aiuto, astrologia e ricerca del proprio vero io. Pochi anni dopo, anche Christopher Lasch sostenne una tesi simile nel libro La cultura del narcisismo, descrivendo un progressivo ritiro dalla vita pubblica a favore della cura del proprio benessere psicologico.

A distanza di cinquant’anni, quella trasformazione culturale si è intrecciata con la economia della convenienza, dando origine a quello che si potrebbe definire il “me-maxxing”.

Il “me-maxxing”: quando ogni minuto deve essere ottimizzato

L’economia della convenienza ha reso normale ricevere cibo e spesa direttamente a casa senza parlare con nessuno. Si può utilizzare la cassa automatica evitando la fila oppure ordinare il caffè tramite un’app e ritirarlo al volo lungo il tragitto.

Il me-maxxing è la naturale conseguenza di questo modello: il proprio tempo diventa il bene più prezioso e ogni tecnologia viene progettata per sfruttarlo al massimo. Se negli anni Settanta il concetto di “Me” riguardava soprattutto la ricerca interiore, oggi l’obiettivo è ottimizzare ogni minuto disponibile. Il rovescio della medaglia è evidente: risparmiando pochi minuti, rinunciamo anche a numerose occasioni di interazione umana.

Uno studio: ogni anno pronunciamo sempre meno parole

Una nuova ricerca suggerisce che queste scelte quotidiane stanno producendo un effetto molto più ampio: una diminuzione misurabile della quantità di parole che rivolgiamo agli altri. Lo studio, pubblicato sulla rivista Perspectives on Psychological Science, è stato condotto da Valeria Pfeifer, dell’Università del Missouri-Kansas City, e Matthias Mehl, dell’Università dell’Arizona.

Analizzando i dati raccolti, i ricercatori hanno scoperto che, dal 2005 in poi, una persona media pronuncia 338 parole in meno ogni giorno per ciascun anno trascorso.

Nei quattordici anni presi in esame, ciò si traduce in una riduzione complessiva di quasi il 30% delle parole pronunciate quotidianamente: da una media di 15.959 parole al giorno nel 2007 a 12.792 nell’ultima rilevazione disponibile.

Oltre duemila persone monitorate

Per arrivare a queste conclusioni, i ricercatori hanno combinato i dati di 22 studi condotti tra il 2005 e il 2019, coinvolgendo 2.197 partecipanti di età compresa tra i 10 e i 94 anni, prevalentemente negli Stati Uniti ma anche in Messico, Australia ed Europa.

Ogni partecipante indossava un dispositivo che registrava, in modo passivo, brevi frammenti della giornata. Da queste registrazioni è stato possibile stimare quante parole ciascuna persona pronunciava. Come ha raccontato Pfeifer a Fortune, la scoperta è emersa quasi per caso durante un’altra ricerca. “Questa perdita di parole, sommata nel tempo, raggiunge numeri davvero impressionanti”.

I giovani parlano molto meno degli adulti

Il calo non riguarda tutti allo stesso modo. Tra gli under 25, la diminuzione è stata pari a 451 parole in meno all’anno, contro le 314 parole perse annualmente dagli adulti di almeno 25 anni: una riduzione del 44% più marcata tra i più giovani.

Secondo Pfeifer, tuttavia, sarebbe semplicistico attribuire tutta la responsabilità alla tecnologia. Piuttosto, il cambiamento deriva dall’economia della convenienza: ordinare il cibo tramite un’app invece di mangiare al ristorante, ricevere la spesa a domicilio anziché fare acquisti tra gli scaffali oppure utilizzare le casse automatiche invece di interagire con un cassiere.

“I giovani adulti sono molto più propensi a ordinare tramite app invece di recarsi fisicamente in un locale”, osserva la ricercatrice. “Ma stanno cambiando anche le norme sociali: ciò che consideriamo educato, il modo in cui le persone si ritrovano e persino ciò che riteniamo un comportamento accettabile in presenza degli altri”.

Il tempo “perso” è davvero tempo sprecato?

Secondo Pfeifer, strumenti come la cassa automatica e le app per ordinare il cibo sono stati progettati con un unico obiettivo: eliminare la necessità di parlare con un’altra persona. “Utilizzare la cassa automatica è più efficiente perché si aspetta meno tempo in fila”, spiega. “Non bisogna perdere tempo a parlare con il cassiere: basta scansionare i prodotti e andare via”.

Le sue conclusioni coincidono con quelle della geografa Jessica Finlay, dell’Università del Colorado Boulder, che studia quelli che i sociologi definiscono “terzi luoghi”: gli spazi informali dove le persone si incontrano casualmente.

Secondo Finlay, perfino attività ordinarie come fare la spesa hanno perso questa funzione sociale. Oggi si entra nel supermercato con l’obiettivo di uscire il più rapidamente possibile: si passeggia meno tra gli scaffali, si chiacchiera raramente con un vicino o con il personale e vengono meno quelle piccole conversazioni spontanee che un tempo facevano parte della quotidianità.

La studiosa definisce questi contatti occasionali “la scienza dei piccoli incontri”, elementi fondamentali di quello che chiama il portafoglio relazionale, cioè l’insieme delle persone con cui interagiamo regolarmente al di fuori della famiglia e degli amici più stretti.

L’ossessione per la produttività

Pfeifer sottolinea come il tempo trascorso in attesa venga ormai considerato automaticamente tempo sprecato, quando in realtà potrebbe rappresentare una preziosa pausa dalla pressione costante di dover essere produttivi. “La domanda è: stiamo davvero diventando più efficienti? E soprattutto, è davvero questo ciò che desideriamo?”

La ricercatrice collega questa mentalità alla celebre espressione “il tempo è denaro“, una metafora che negli ultimi anni ha assunto un peso sempre maggiore.

Oggi tendiamo a valutare ogni attività in termini di rendimento: quanto tempo produce, quale risultato genera e come può essere ottimizzata. Perfino gli hobby sembrano richiedere una giustificazione esterna: una mostra, una competizione, una possibilità di guadagno o un record personale, anziché essere praticati semplicemente per il piacere di farli.

L’effetto della pandemia

Lo studio si ferma al 2019, prima della pandemia di Covid-19. Secondo Pfeifer, è probabile che la situazione sia ulteriormente peggiorata durante gli anni delle restrizioni, quando smart working, distanziamento sociale e isolamento hanno eliminato molte delle occasioni quotidiane di conversazione informale.

Anche dopo la fine delle restrizioni, molte persone hanno dovuto reimparare le regole della socializzazione. “Non era più così chiaro quali fossero le nuove regole sociali.”

La epidemia di solitudine

Per Pfeifer, questa tendenza si inserisce pienamente nella cosiddetta epidemia di solitudine, anche se il rapporto di causa-effetto non è ancora del tutto chiaro. “Non sappiamo se sia una causa o una conseguenza. Ma credo certamente che contribuisca ad alimentare la solitudine.”

La ricerca mostra infatti che avere più conversazioni è associato a emozioni più positive e a un maggiore benessere psicologico. Secondo la ricercatrice, oggi parliamo meno perché abbiamo meno opportunità di incontrare altre persone oppure perché le interazioni sociali sono diventate più brevi e superficiali, riducendo il senso di connessione reciproca.

Negli Stati Uniti, l’epidemia di solitudine comporta un costo stimato di 406 miliardi di dollari all’anno tra perdita di produttività e spese sanitarie. Diversi studi hanno inoltre evidenziato che l’isolamento cronico comporta un rischio di mortalità paragonabile a quello associato al consumo di 15 sigarette al giorno.

Sono le piccole conversazioni a fare la differenza

Le parole che abbiamo perso non corrispondono a una singola lunga conversazione in meno ogni giorno. Secondo Pfeifer, sono distribuite tra decine di piccoli scambi quotidiani che un tempo avvenivano quasi senza accorgercene.

La ricercatrice paragona questo fenomeno al funzionamento di un contapassi. “Non è un’ora di allenamento al giorno a fare davvero la differenza, ma l’insieme delle piccole abitudini che ripetiamo continuamente.”

Le nostre giornate sono ormai così organizzate e pianificate da lasciare pochissimo spazio agli incontri spontanei. Tuttavia, proprio recuperando queste piccole abitudini quotidiane potremmo riconquistare almeno una parte delle parole perdute.

I messaggi non sostituiscono le conversazioni

Nemmeno i messaggi di testo rappresentano una valida alternativa. “La ricerca dimostra che non sono la stessa cosa.”

Secondo Pfeifer, le conversazioni scritte tendono a creare legami sociali più deboli rispetto agli incontri faccia a faccia, anche quando affrontano gli stessi argomenti. Una delle ragioni è che i messaggi sono asincroni: un testo inviato al mattino può ricevere risposta molte ore dopo, eliminando la necessità di partecipare immediatamente alla conversazione e offrendo anche la possibilità di evitarla del tutto.

Le conversazioni di persona, invece, richiedono attenzione immediata e rendono molto più difficile sottrarsi al dialogo. Alla fine, conclude Pfeifer, anche dedicare qualche minuto in più per rispondere con maggiore attenzione alla semplice domanda “Com’è andata la giornata?” potrebbe contribuire, poco alla volta, a contrastare l’isolamento sociale.

L’articolo originale è disponibile su Fortune.com.


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 Catherina Gioino

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