Roma, 9 ago. (askanews) – Alle 11.02 Nagasaki si è fermata ancora una volta. Ottantuno anni dopo l’esplosione di “Fat Man”, la bomba al plutonio sganciata dagli Stati uniti il 9 agosto 1945, la città giapponese ha ricordato le vittime dell’ultimo attacco nucleare della storia trasformando la commemorazione in un avvertimento rivolto soprattutto al presente: in un mondo nel quale tornano a crescere gli arsenali e le potenze nucleari sono direttamente coinvolte nelle principali crisi internazionali, la deterrenza non è una garanzia assoluta contro la guerra atomica.
“Le armi nucleari non sono un ‘male necessario’, ma sono il ‘male assoluto’”, ha dichiarato il sindaco Shiro Suzuki nella Dichiarazione di pace letta durante la cerimonia al Parco della Pace della città martire. “L’umanità e le armi nucleari non possono mai coesistere”, ha aggiunto, definendo la teoria della deterrenza nucleare “estremamente pericolosa e fragile”.
Il ragionamento di Suzuki parte da una domanda semplice quanto inquietante: se una potenza nucleare si trovasse, nel mezzo di una guerra, davanti a quella che considera una minaccia alla propria sopravvivenza, chi potrebbe garantire che il suo leader non prema il “bottone nucleare”? Più gli Stati affidano la propria sicurezza alla deterrenza, ha sostenuto il sindaco, più aumenta anche il rischio che prima o poi quel meccanismo fallisca.
Il riferimento all’attualità è esplicito. Suzuki ha citato la guerra in Ucraina e i conflitti in Medio Oriente, nei quali sono coinvolti Stati dotati di armi nucleari, mentre il processo internazionale di disarmo attraversa una fase di crescente difficoltà. Nel mondo esistono ancora oltre 12mila testate e la tendenza pluridecennale alla riduzione degli arsenali mostra segnali di inversione, mentre diversi Paesi stanno modernizzando e potenziando le proprie capacità.
A maggio, inoltre, la conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp) si è conclusa per la terza volta consecutiva senza riuscire ad approvare un documento finale. Per Suzuki è il sintomo di un circolo vizioso nel quale il rafforzamento degli arsenali alimenta “sfiducia reciproca, confronto e divisione”, spingendo a sua volta gli Stati a cercare maggiore sicurezza proprio nelle armi nucleari.
Anche il segretario generale delle Nazioni unite Antonio Guterres, in un messaggio letto durante la cerimonia, ha denunciato una situazione nella quale “anno dopo anno” aumenta il rischio di errori di calcolo, escalation e conflitto. La sicurezza degli Stati, ha ricordato, è interdipendente e le armi nucleari, invece di eliminare l’incertezza, finiscono per alimentarla.
Alla cerimonia hanno partecipato circa 2.600 persone, tra sopravvissuti, familiari delle vittime, la premier Sanae Takaichi e rappresentanti di 98 Paesi, comprese potenze nucleari come Stati uniti e Russia. Nell’elenco delle vittime sono stati aggiunti quest’anno i nomi di altre 2.773 persone morte nell’ultimo anno, portando a 204.708 il numero complessivo delle persone registrate.
Alle 11.02, l’ora esatta dell’esplosione, la città ha osservato un minuto di silenzio. Il 9 agosto 1945 il B-29 “Bockscar”, pilotato dal maggiore Charles Sweeney, aveva raggiunto Nagasaki dopo aver rinunciato al bersaglio principale, Kokura, coperto da nuvole e fumo. La bomba “Fat Man” esplose circa 500 metri sopra la zona di Urakami con una potenza stimata di circa 21 kilotoni. Secondo le cifre della città, entro la fine del 1945 morirono 73.884 persone e altre 74.909 rimasero ferite.
Tre giorni prima Hiroshima era stata colpita dalla prima bomba atomica impiegata in guerra. Sei giorni dopo Nagasaki, il 15 agosto, l’imperatore Hirohito annunciò via radio l’accettazione della resa giapponese. Da allora Nagasaki ha legato gran parte della propria identità pubblica a un impegno: restare per sempre l’ultima città della storia colpita da un’arma nucleare.
Un impegno che oggi si intreccia anche con il dibattito interno giapponese. Nel suo intervento Takaichi ha ribadito che il governo “mantiene” i tre principi non nucleari, secondo i quali il Giappone non deve produrre, possedere né consentire l’introduzione sul proprio territorio di armi atomiche. Una precisazione significativa mentre nel Paese cresce il confronto sull’opportunità di rivedere una politica elaborata durante la Guerra fredda alla luce del deterioramento dell’ambiente strategico asiatico e internazionale.
“Con l’impegno a fare di Nagasaki l’ultimo luogo colpito da una bomba atomica”, ha detto la premier, il Giappone continuerà a promuovere iniziative “realistiche e pratiche” verso un mondo senza armi nucleari. Takaichi ha anche sottolineato che diventa sempre più importante diffondere nel mondo “una comprensione accurata della realtà dei bombardamenti atomici”, invitando leader politici e future generazioni di dirigenti a visitare Hiroshima e Nagasaki.
Suzuki ha però chiesto al governo di andare oltre, salvaguardando lo spirito pacifista della Costituzione e i tre principi non nucleari e partecipando alla conferenza di revisione del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari prevista a novembre. Tokyo non ha aderito al trattato, una scelta che riflette la contraddizione fondamentale della politica nucleare giapponese: il Paese è l’unico ad avere subito bombardamenti atomici in guerra, ma affida allo stesso tempo una parte essenziale della propria sicurezza all’ombrello nucleare statunitense.
La commemorazione assume un significato ancora più urgente perché la generazione degli hibakusha sta scomparendo. L’età media dei sopravvissuti riconosciuti ufficialmente di Hiroshima e Nagasaki si avvicina ormai agli 87 anni. “Siamo in un momento cruciale nel quale possiamo ancora ascoltare direttamente le loro voci”, ha detto Suzuki.
A rappresentare gli hibakusha è stata quest’anno Chiyoko Motomura, 87 anni, che aveva sei anni quando l’esplosione investì la sua casa, circa 4,5 chilometri dall’ipocentro. Ha ricordato il momento in cui la casa crollò, il proprio corpo venne scaraventato in giardino e la nonna, che la protesse riportando una grave ferita alla schiena, morì pochi mesi dopo senza aver ricevuto cure adeguate.
Motomura ha raccontato anche il viaggio compiuto lo scorso anno negli Stati uniti e gli incontri con cittadini americani. “Sono riuscita soltanto a dire: per favore, non usate le armi nucleari”, ha ricordato. Da quell’esperienza, ha aggiunto, ha tratto una convinzione: “Perché le persone possano comprendersi non esiste altra strada che il dialogo”.
E’ lo stesso messaggio che Suzuki ha affidato alla memoria di un altro hibakusha, Shoji Yoshida, morto nel 2010 dopo aver trascorso parte della vita raccontando le conseguenze dell’esplosione sul proprio corpo e sulla propria esistenza. “Il punto di partenza della pace è avere un cuore capace di comprendere il dolore degli altri”, diceva Yoshida.
Ottantuno anni dopo, mentre scompare la generazione che vide direttamente quell’orrore, Nagasaki prova così a trasformare la memoria in una domanda politica rivolta al mondo contemporaneo: quanto può durare un sistema di sicurezza costruito sulla certezza che armi capaci di distruggere intere città esistano, vengano continuamente perfezionate, ma non siano mai utilizzate? “Fare di Nagasaki l’ultimo luogo colpito da una bomba atomica”: è la promessa che la città ha rinnovato anche quest’anno. E che, nella fase internazionale più difficile per il disarmo nucleare da molti anni, appare sempre meno come una formula rituale e sempre più come un avvertimento.
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